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notizia del 12/02/2011 messa in rete alle 23:07:26
Verso la città educativa
E’ stato un vero piacere per me partecipare la settimana scorsa alla presentazione del progetto “Gela, città educativa”. Anni luce da quaando Le Monde intitolò in copertina “Gela mafia ville”. Ci indignammo tutti allora. Quella del giornale francese era una fotografia che a molti causò uno choc. Ricordo di avere inghiottito un rospo. Bisognava reagire però. Gela, città di mafia. Caspita, era vero. Non solo per i morti ammazzati lungo le strade. Dominava la cultura mafiosa. Faceva paura. Ricordo di avere accompagnato un drappello di giovani dal Presidente Cossiga per invocare il tribunale a Gela. Una ragazza a nome di tutti denunciò al Presidente che i giovani gelesi erano privati della gioia di andare insieme in un locale a mangiare una pizza.
Fu arduo nel decennio successivo il cammino verso la legalità. Che chiaramente deve continuare. Un percorso per la trasmutazione. Da “mafia-ville” a città educativa. Sono convinto che il cantiere è aperto. In parte è avvenuto il cambiamento. In parte occorre fare un lavoro originale. Gli esperti dell’Associazione La maieutica hanno fatto uno studio importante. Le risultanze si leggono in un agile opuscolo la cui lettura consiglierei a tutti.
L’azione ora spetta a una rete cittadina. Dovrà, evidentemente, essere coordinata dal Comune, dagli assessorati ai servizi sociali e alla pubblica istruzione. Sia per la riflessione teorica, sia per la tessitura di una trama organizzativa. Occorre, infatti, una riflessione teorica sul concetto di città e sul concetto di educazione. L’una e l’altra propongono novità assolutamente inedite. Dalla riflessione all’individuazione degli “attori” che dovranno entrare in una rete strutturata e composta da soggetti formali e da soggetti informali. Non necessariamente e, comunque, non esclusivamente professionisti dell’educazione. Non solo docenti educatori per professione e genitori educatori naturali, cioè. E non solo promotori ma anche fruitori di volta in volta dell’azione educativa. Tutti, quindi,soggetti in educazione in una città che cambia gli assetti costitutivi. E li cambia non certamente passando da un assetto a uno nuovo nel quale sosta. Il Comune, in quanto istituzione che dà “forma” alla città, dovrà sapere mettere in gioco le risorse cittadine. Queste dovranno, è ineludibile, avvertire l’orgoglio del protagonismo nell’edificazione di una città impegnata in un progetto di avanguardia al passo con quello che sta avvenendo con le grandi capitali dell’Europa e del mondo.
Sarebbe interessante alla luce delle attuali novità rileggere la storia della città e dell’educazione dal VI sec. a.C. alla svolta digitale. Seppure con una rapida pennellata, non sarebbe difficile notare e fare notare che la situazione attuale è assolutamente originale. E derivarne che, costituendo la città di Gela un forte punto di crisi nel passaggio dall’«antico regime» a un’inedita situazione, ha il vantaggio di dovere prendere la valigia e, quindi, di collocarvi attrezzi di assoluta avanguardia. Per riepilogare 2500 anni di storia della civiltà occidentale in due battute, potrei osservare che questa storia è stata caratterizzata da un tentativo di costruzione di uno spazio comune (Città) in cui si contrapponevano in distanza spesso abissale potere regale-sacerdotale il sapere del cosmo e il logos divaricati e talvolta inaccessibili alle intuizioni e al sapere quotidiano.
Per esplicitare ancora, avveniva che l’umanità “alfabetizzata” orientava l’umanità “analfabeta”. E riteneva di potere scrivere per tutti. Il discrimine degli universalismi dell’Imperium e della Legge fu secondo me tutto giocato dalla scrittura. Lo capì bene la società moderna che volle, all’origine per motivi squisitamente religiosi, estendere in età rinascimentale l’abilità della scrittura-lettura a tutti facendo nascere la scuola popolare. Sul piano delle tecnologie didattiche, di conseguenza, la pedagogia moderna è stata impegnata a trovare il punto archimedeo in cui il logos-verità si deve innestare con l’habitus del soggetto in educazione perché questi tramite l’acquisizione delle abilità di lettura e di scrittura possa ascendere ad esso.
La scuola e la docenza hanno proseguito, seppure attraversando strade molto contorte nella storia della modernità, in questo processo di verticalizzazione dal basso (materia impulsiva, pigrizia, moltitudine, consuetudine, abitudine...) verso l’alto (spirito, verità, scienza, arte di governo delle pulsioni...). In questa logica si contestualizzava il ruolo dei Maestri: genitori, anziani, mastri di bottega, sacerdoti, capi-scuola, insegnanti professionisti....
Lo ripeto: nel considerare le particolari vicissitudini della città di Gela nel suo rapidissimo accostamento alla modernità in epoca recentissima, bisognerà tener conto che quelle si intrecciano con fenomeni di ipermodernità che stanno interessando le grandi capitali dell’Europa e del mondo. I processi di finanziarizzazione dell’economia e della globalizzazione dei mercati trovano un ampia ricaduta sulla vita della città nella misura in cui stanno mutando l’organizzazione del lavoro che era stata appena appena assestata qualche decennio fa e aveva determinato speranze nuoive e nuove aspettative di vita. Molti cittadini si sono conquistati stili di vita compatibili con il lavoro sicuro e il salario garantito, con la turnazione, con l’assunzione dell’etica di fabbrica anche a discapito della propria salute, con la convinzione che la scalata sociale fosse possibile con il miglioramento del proprio profilo professionale e del proprio livello di istruzione. Certo, il tutto in modo non lineare. Nascosto agiva il verme roditore delle scorciatoie politico-clientelari, affaristiche e mafiose che, nei momenti di crisi hanno preso in mano la situazione e l’hanno governata senza escludere il ricorso alla violenza più cinica. Sicchè ora prevalgono le passioni grigie, le preoccupazioni della dismissione industriale, della delocalizzazione e della convinzione che gli uomini altro non siano che commodities funzionali alla produzione della ricchezza fine a se stessa. Una variabile dell’ingranaggio produttivo ai cui tempi e ritmi deve piegarsi flessibilmente per non essere spezzato. Arrangiandosi. Cioè dando scarsa rilevanza a ciò che sino a qualche tempo fa veniva individuato con il termine di valore. Dandosi da fare costi quel che costa. Con molto cinismo. Svalutando persino l’istruzione, il conseguimento del diploma e della laurea che tanto non servono a nulla. Perché in un ambiente ipertecnologizzato servono solo alcune pochissime alte specializzazione e poi solo lavoro minuto e sporco. Facendo passare questa visione come verità incontrovertibile e priva di alcuna speranza. E accanto ad essa e a suo supporto una serie di luoghi comuni circa l’inutilità della scuola, l’ignoranza degli insegnanti, il suo costo eccessivo determinato dagli sprechi.
Credo di non essere presuntuoso se dico che i parametri che usiamo per studiare la società attuale siano stantii. Potevano essere buoni e lo furono per conoscere le società che ci stiamo lasciando alle spalle. Quando tutto il sistema di comunicazione era strutturato sul Logos, sulla parola e, in particolare, sulla scrittura alfabetica. Così come l’ha strutturato Aristotele che ha posto la Logica (la grammatica della lingua greca) a fondamento dell’Enciclopedia del sapere. Così come l’ha attuato il suo vero discepolo Alessandro Magno che ha esportato la lingua greca nel mondo allora conosciuto e determinò la nascita dell’Impero con relativa universalità della Legge e di quell’Alessandrinismo che sarà alle origini della civiltà occidentale europea.
I parametri e gli indicatori con i quali le scienze umane si stanno adoperando a capire la società attuale tengono innanzitutto conto delle nuove forme di comunicazioni messe in atto dalla rivoluzione informatica e telematica. Si riferiscono alle Tci (tecnologie della comunicazione e dell’informatizzazione) sulle quali si sta edificando la nuova città, nella quale abitano soprattutto i giovani e i giovanissimi e non solo. Quelli, cioè, che stanno con o senza consapevolezza mettendo nel circuito una città apparentemente invisibile che si intreccia e condiziona fortemente la città visibile. Della quale spesso si irridono. Capovolgendo i rapporti che si sono consolidati nell’arco dei millenni e quindi oppongono una resistenza più che inerziale.
Autore : Luciano Vullo
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