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Corriere di Gela | Veramente siamo alla fine della politica?
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notizia del 08/06/2008 messa in rete alle 21:38:24
Veramente siamo alla fine della politica?

Ora che non sono più giovanissimo comincio ad avere fretta. I tempi della speranza – e del futuro! – si accorciano. Mi sarebbe piaciuto vivere in un mondo e in una Sicilia più liberi e più solidali. E invece, “miele o melassa”, “melassa o miele”. Purtroppo, anche altro! Tuttavia, il paradosso.
Il recupero della statualità da parte di chi ha giocato, scendendo in campo in modo spregiudicatissimo, la carta del libero mercato e dell’antipolitica. Creando non poca confusione nelle deboli menti poco avvezze al pensiero che richiede fatica e sacrificio.
La mia impressione è che si stia recuperando, magari obtorto collo, la statualità senza la politica. Perché quest’ultima ha perduto
-irrimediabilmente?- il principale strumento del consenso: la parola, il discorso. La retorica e la logica (aristotelica) dalla città-stato all’impero di Alessandro Magno, e sino al XX sec., instrumentum imperii. Integrata da altri strumenti coi quali completava i diritti di cittadinanza o ‘commoda’, come Cicerone definisce gli spettacoli e i giochi, oltre all’amministrazione della giustizia.
Si cerca, ad esempio, l’intervento dello Stato per il governo dell’ambiente o del trasporto aereo. E, spesso, si pensa allo Stato-azienda in cui il governo fa la parte del C.d.A. Sicché, Berlusconi si candida a diventare statista da mercante che è stato. Sulla scia di Craxi che già negli anni ’80, col suo decisionismo e il tentativo di legittimare la pratica delle tangenti, ha sperimentato il nuovo modello di principe. Non per nulla avrebbe voluto anche negoziare con i sequestratori di Aldo Moro che non erano solo dei generici terroristi, ma l’anti-stato.
Ho visto recentemente il film-inchiesta del giovane Castiglione intitolato “Nel cuore dello Stato”. Al di là dei misteri, destinati a rimanere tali, sul caso Moro, mi pare chiaro che i Brigatisti riuscirono a portare a compimento con l’assassinio di Moro la morte dello stato liberal democratico che, disperatamente, il grande politico pugliese avrebbe voluto rilanciare seppur attraverso l’alleanza con il Pci di cui, tuttavia, dubitava non poco.
Sono convinto che in quegli anni sia iniziata la deriva che, ai nostri giorni, ha indotto il Presidente Napolitano a dire della . Viene dalla lunga militanza nel Pci il Presidente della Repubblica che conosce il peso specifico delle parole e le calibra prima di pronunciarle…. Non è l’imprenditore che guarda all’affare, pronto a correggersi se si è spiegato male con le parole. Tanto quel che conta è…..E mimetizza con la mano per alludere all’aleatorietà della parola.
Il governo dell’ambiente, della crescita economica, della produzione granaria, della migrazione è presentato come una serie di fatti tecnici amministrativi di cui deve occuparsi lo Stato. Magari in forma bipartisan, come ora si usa dire. Senza schemi ideologici, in modo pragmatico. Negoziando…
E i cittadini?
A loro resta la pratica del ribellismo o del rivendicazionismo becero, spesso strumentalizzati dalle mafie, da imprenditori-politici o da no- global di turno. Bambini, in ogni caso, che rinunciano anche al cibo ma non ai giochi. Come sta avvenendo anche nel Sud sottosviluppato dell’Italia dove, a causa del rincaro dei prezzi, sono diminuiti i consumi di pane e di pasta, mentre aumenta il consumo di video- telefonia cellulare che permette circenses anche personalizzati.
Io suppongo che lo Stato, tutte le forme che ne sono state sperimentate in 2500 anni di storia dell’Occidente, abbia avuto il suo senso dentro il contesto più ampio dell’Impero, della Politica che in vario modo l’ha legittimato. E trovo che quest’Impero oggi manca, la legittimazione universale. Mi spingo, quindi, a descrivere lo Stato di oggi senza la politica come una situazione alla quale portare rimedio. Non certamente attraverso la riverniciatura delle ideologie. Con la rivalutazione delle idee. Da non confondere con l’acqua sporca, le ideologie da buttar via. Con la piena consapevolezza del recupero del pensiero che non è senza una lingua e una grammatica. Lingua e grammatica che oggi non sono più la parola e i discorsi, ma anche e soprattutto i nuovi linguaggi delle tecnologie elettroniche. Cosa che dovrebbe preoccupare i politici e la scuola. Perché gli uomini e il mondo in cui esplicano la loro vita hanno bisogno di energia, di smaltimento di rifiuti, di alimenti. Senza trascurare la loro specificità di uomini: la cittadinanza. Questa comporta pensiero e comunicazione con se stessi, con gli altri, con le istituzioni, con la natura. Quindi, pratica del consenso auspicabilmente nella libertà. E, quindi ancora, educazione e istruzione diffusa.


Autore : Luciano Vullo

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