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notizia del 11/06/2011 messa in rete alle 20:41:26
Apprendere piace
A volte, sempre più spesso per la verità, mi capita di interrogarmi e di scoprirmi un folle pericoloso per fortuna ormai fuori dalle attività didattiche e educative. Dentro la scuola, infatti, avrei corso il rischio di essere processato e giudicato corruttore di giovani. In materia di lavoro, non in altra per carità!
Ho sentito ribollirmi il sangue dentro le vene leggendo l’articolo di Marco Di Dio su questo settimanale la settimana scorsa. Il buon Marco dice che “Gela non fa rima con... lavoro”. Ed è vero. E mi sono chiesto: E Niscemi? E Butera e Palermo, Napoli. A Detroit gli operai si sono quasi dimezzati il salario pur di lavorare. A Mirafiori hanno quasi del tutto rinunciato a diritti fondamentali. A Pomigliano, a Termini Imerese. Che succede? Sarebbe bello sapere cosa c’è dentro il Piano Eni per Gela.
Ma non è questo il motivo che fa ribollire il mio sangue. E’ quello che dichiara al giovane Marco Di Dio un sedicenne anonimo. Lo trascrivo testualmente: “…apprendere mi piace, ma spesso mi chiedo se studiare abbia un senso. In questa città non c’è lavoro, e in molti casi, anche con una qualifica in tasca, non si trova granché... vorrei sapere se questa è vita”. Dovrei concludere che laddove non c’è lavoro non c’è vita. Ma, prima di arrivare alla conclusione dovrei fare un ragionamento molto lungo, articolato e documentato. Soprattutto documentato. Come si fa a documentare un ragionamento? La risposta mi pare quasi banale. Bisogna imparare a cercare documenti e a discernere in modo critico. Cioè, occorre, lo dico in termini semplicistici, allenare l’intelligenza critica attraverso la riflessione e lo studio. Apprendendo cioè! Sorge un’altra domanda: dove e come? Arriva facile la risposta: a scuola con i libri e con gli insegnati (esperti-tutor-agevolatori). E’ bello, dice il giovane intervistato, apprendere, “mi piace”. E cosa di meglio di ciò che piace? Beato lui, mi verrebbe da dire! E invece no. La sua giovinezza è tormentata dalla costatazione che “la sua città non fa rima con il …..lavoro”. Ma che fretta ha? Perché non tardare un po’ a provare piacere nell’apprendere, visto che gli piace, indipendentemente dalla garanzia di trovare la rima tra la sua città e il lavoro? Potrebbe apprendere e scoprire che sino a non molto tempo fa le speranze di vita degli uomini si attestavano sui 50 anni. A 50 anni gli uomini erano considerati vecchi. Tantissimi morivano subito dopo la nascita, bambini!
Oggi le speranze di vita vanno oltre i 75 anni. In Occidente la mortalità infantile è stata debellata. Se si eliminassero le cause di morte non naturale (incidenti sul lavoro, incidenti automobilistici, guerre, droghe ….) , le speranze di vita si allungherebbero. Grazie anche all’aiuto delle tecnologie, alla scienza medica, alla farmacologia. Perché, dunque, non fermarsi un po’ più serenamente nella condizione di apprendimento, considerato che, come giustamente rileva il giovane 16enne, è piacevole? Siamo oggi nelle condizioni di rivendicare l’apprendimento per tutta la vita. Dicono gli americani, gente che se ne intende quanto a pragmatismo: long life learning! Magari non necessariamente dentro un edificio scolastico e non soltanto sui libri e con i teachers. Oggi disponiamo anche del web e dei linguaggi digitali. Però, incalza il giovane: e chi paga? Chi mi, ci mantiene in vita? Ha ragione! E’ difficile dargli una risposta. Potrei arrampicarmi sugli specchi sperando di non essere inviato per direttissima in un manicomio che Basaglia ha fatto chiudere. Quando la rivoluzione industriale sconvolse il mondo, nel crearne uno nuovo di zecca dovette affrontare tanti problemi e creò il sistema pensionistico, quello assistenziale, quello della pubblica istruzione…. Non c’erano nel mondo feudale. Furono creati attraverso lotte e sacrifici. E i costi a carico di chi? Per dirla in modo semplicistico: a carico della società.
Quote della ricchezza prodotta vennero accantonate per creare la scuola pubblica, il sistema previdenziale, quello assistenziale e sanitario. Cioè, a carico della società. Cosa significa la parabola? Lo dico in modo sempre semplicistico convinto che la ricchezza non sia diminuita in tutti questi anni. Anzi! Il problema è che sono aumentate le distanza tra chi ne dispone e chi invece sta a guardare. Se le intelligenze riflettessero su come uscire da quest’ empasse, forse potrebbero inventare qualcosa di nuovo come avvenne con la scuola, la previdenza, l’assistenza pubblica e mettere tutti, soprattutto i 16enni nelle condizioni di provare il piacere di apprendere che forse farebbe meglio rima con la propria città, Gela o altro che sia.
Autore : Luciano Vullo
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