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Corriere di Gela | Cambiano i tempi cambia la vita Tutto cambia...!
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notizia del 04/06/2011 messa in rete alle 19:34:14
Cambiano i tempi cambia la vita Tutto cambia...!

Il coro della politica: tornare alla crescita. Giusto, è imprescindibile! Senza crescita c’è nulla. La zona sud del corpo umano , ma non solo quella,invoca alimenti non solo commestibili. Siamo tutti d’accordo. Quindi, la centralità del lavoro come alimento della politica? Perché il lavoro produce ricchezza? Dunque, cerchiamo di vedere quale è il lavoro più congeniale al nostro territorio e ci costruiamo una politica?

Ho dei dubbi. Intanto sulla vocazione del territorio nell’era della globalizzazione dei mercati, dei saperi, della comunicazione e della mobilità estrema degli uomini, dei capitali finanziari e anche delle merci.

Quello della vocazione è un concetto statico dell’essere. Quasi a dire che un soggetto nasce con la vocazione al sacerdozio ma gli manca la fede. Resta al palo. Oppure che un territorio ha la vocazione a produrre penne d’oca per la scrittura quando il mercato è invaso dai computer avendo messo fuori giuoco anche le macchine elettroniche per dattiloscrivere.

Ormai tutto deve fare i conti col mercato. Nel quale si entra e si rimane se si è innovativi e competitivi. Senza vincoli protezionistici del tipo nazionale o straniero, paesano o forestiero. Il mercato non tollera grasso e se qualcuno lo impone chiaramente lo deve pagare o deve farlo pagare a qualcun altro. Il protezionismo d’ogni tipo è d’altri tempi. Mi dispiace osservarlo. Provo enorme sofferenza anche a dirlo. Mi sembrano patetiche le immagini dei manifestanti ora della Fincantieri, ieri di altre grandi fabbriche che propongono lavoratori e lavoratrici disperati cercare garanzie del posto di lavoro. Come faccio coi miei figli? Come pago il mutuo? E intanto i giovani sempre in affitto non solo della casa ma anche dell’esistenza. La ottengono in affitto dai genitori. Sin che ce la faranno a tenerli con i loro risparmi e con le loro pensioni.

Però occorre la crescita. Senza la quale non si può iniziare alcun ragionamento. E io lo comincio ritenendola un postulato. Dal quale, considerato che di fatto siamo nel mercato globalizzato di un’economia finanzia rizzata, deduco che la crescita si può – si deve? – ottenere si riducendo le tasse, anche la spesa corrente, pure aumentando la produttività (che immagino in termini di aumento della produzione per unità di prodotto) senza con ciò avere determinato alcun movimento in termini di incremento del mercato del lavoro.

Infatti, l’innovazione, la competitività e la produttività possono essere ottenute attraverso le tecnologie modificando l’assetto della produzione e l’apporto della presenza umana in essa attraverso l’eliminazione dei contratti nazionali collettivi, la figura del lavoratore-impiegato a tempo indeterminato e l’ampliamento dell’esperienza dei contratti atipici sino ai contratti individuali e a prooggetto senza garanzia di nessun tipo. E perseguire crescita con incremento di profitto solo dalla parte datoriale, per usare un termine sindacalese, e precarizzando non solo il lavoro ma anche le esistenze degli individui strappati ad ogni forma di comunità e magari pronti a rinunciare ad ogni forma di dignità che prima era assicurata dal lavoro e, a livello giuridico, dallo stato. Che secondo me, non tanto il lavoro dovrà garantire, ma sicuramente la dignità. Come d’altronde recita la costituzione che all’art. 3 afferma che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale” e che è “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli”.

Dunque la politica dovrebbe mettere al centro del dibattito la questione della “pari dignità sociale” per impegnare la Repubblica a rimuovere gli ostacoli. Ostacolo che non può essere costituito dal demone tecnologico. Per carità, neanche dal diavolo mercato. Ma certamente dall’assenza di interventi che redistribuiscano la ricchezza che viene prodotta sì dal lavoro (anche precario) e pure dalle tecnologie che sono saperi collettivi incorporati e, quindi, beni di tutti e non di uno solo che lascia credere all’esistenza di una mano invisibile.

Forse una finestra dal palazzo si è aperta. Milano e Napoli hanno detto che vogliono respirare aria nuova al di là dei cerimoniali autoreferenziali. I risultati del voto hanno fatto registrare un’anomalia rispetto al politichese. Ho apprezzato sinceramente Bersani che si è distinto rispetto a quanti hanno rivendicato successi elettorali. Ha fatto un passo indietro pur rimarcando la generosità dei militanti del Pd a Milano come a Napoli. Un passo indietro. Aria fresca. Idee nuove ci vogliono. La realtà è cambiata.


Autore : Luciano Vullo

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