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notizia del 23/10/2011 messa in rete alle 18:30:13
La virtualità è reale
Se ci riflettessimo un po’ sopra in modo veramente aperto e senza pregiudizi, forse riusciremmo a trovare il bandolo della matassa, cominceremmo a costruire un mondo nuovo, usciremmo dalla crisi nella quale sembriamo impantanati.
Forse, evidentemente. Perché la crisi che stiamo vivendo – dico vivendo e non attraversando! – va oltre la politica e l’economia. Secondo alcuni è una catastrofe.
Più catastrofica perché in tanti sembra che non se ne accorgono neppure. Anzi, ci guazzano. Mi è venuta in mente un’espressione dialettale. “All’uffa, carusi!”. Un invito a darsi da fare sull’abbondanza. Poi non ce ne sarebbe stata più. Sarebbe rimasto solo “d’astujarisi ‘u mussu”. Niente più da raschiare nel barile. Nessuna allusione al povero Cavaliere che non trova le risorse per finanziare lo sviluppo. Tranne che per lui che se l’è goduta a spese di tutti, altamente infischiandosene del futuro dei giovani. Non senza complici che hanno partecipato naturalmente alla tavolata.
Volevo dire della crisi. Che è antropologica prima che politica ed economica. Ed è legata all’apparire di una nuova realtà. Ci ostiniamo a chiamarla virtuale e la boicottiamo. Lasciamo che siano gli esperti di turno a trarne profitto. Alludo alla realtà che definiamo per pigrizia virtuale. Come se lo stare oggi nel mondo fosse identico allo stare al mondo di Platone ed anche di Galilei e di Einstein. Al punto che qualche psicoterapeuta definisce “patologico” sostituire la “realtà” con la “virtualità”. Molto chiaro il pensiero delle Benedettine del SS. Sacramento di Catania. Con molto candore sulla Sicilia dicono dei giovani d’oggi che digitano, si connettono e “perdono la capacità di tenere in modo fermo, tra le mani, il timone della propria esistenza”. Il problema degli uomini, infatti, è stato quello di tenere tra le mani “in modo fermo”. Prima grazie alla capacità prensile del pollice. Poi, grazie alla conquista della posizione eretta che gli ha allargato la visuale. Ed hanno specializzato la vista con la quale “hanno misurato” – stavo per dire “marcato” – il territorio. Cioé la terra. L’uomo se l’è garantita anche meglio attraverso le leggi. Estendendo la vista sul cielo. Ce lo ha insegnato Eschilo che nell’Orestea assegna ad Atena, nata dalla testa di Zeus, il compito di trasformare le Erinni in Eumenidi. Platone eleva all’Iperuranio il filosofo che deve governare la Repubblica con le Leggi. Di mezzo ci sta la “parola”. Quella di Apollo nell’Orestea e quella di Socrate nei dialoghi di Platone. Sicché, con Giovanni Evangelista, si può sintetizzare dicendo che “In principio era la parola”. Infatti, non c’è proposizione né discorso senza la parola. Non solo per il cominciamento, ma anche per il rinvio.
La parola, infatti, è segno. In quanto tale rinvia a qualcosa, a un significato. Ma in principio è la parola che, essendo in principio, evidentemente rinvia a nulla che la precede. Il nulla? Certo, rispetto alla parola. Il silenzio! Difficile per noi umani alfabetizzati riuscire a pensare che a precedere la parola possa esserci stato il nulla, ovvero il silenzio. Oppure qualcosa di diverso della parola sul piano ontologico. Per esempio la musica, o altro che non va colto coi sensi e con la loro sublimazione mentale. Già, perché la parola alla quale comunemente pensiamo è quella che si istituisce in uno spazio. La parola assegnata alla pagina. Alfabetica, cioè. Segno convenzionale risultante dal miracoloso trasformarsi dell’orecchio in occhio, dell’udito in vista, del suono in segno grafico che si allinea sulla pagina –spazio- e discorre come i suoni, diacronicamente. Tutto questo è diventato nei millenni realtà. La casa dell’Essere, come in modo efficace riconobbe Heidegger. L’uomo nasce e viene gettato in questo mondo. Che è linguaggio. Voglio dire: in un arteficio! Solo che quell’artificio del linguaggio alfabetico si è così fortemente intrecciato con il soggetto “occidentale”, al punto che egli lo sente come “natura”. La sua natura. Con tutte le connessioni analogiche che le parole-segno hanno intrecciato in modo vario e a volte anche stupefacente con il significato. Che ha cercato di tenere ben stretto in mano. Anche quello cosiddetto intimo. Soprattutto dopo gli insegnamenti del più grande Maestro che ha rivoluzionato il tutto e ha aperto agli uomini la Casa della coscienza. Quella che le suore benedettine indicano come il “timone” dell’esistenza. Il timone che dà la rotta, l’orientamento alla barca dell’esistenza individuale nel grande mare del mondo.
Stanno saltando tutte le connessioni analogiche. Il digitale apre a nuove modalità di sapere, di potere e di vita. Il potere finanziario si comporta come i mercanti nel tempio di cui raccontano i vangeli canonici. Gesù si arrabbiò molto e li espulse dal tempio che era la Casa del Signore che strava in Cielo. I giovani che occupano Wall Street pare abbiano capito che la nuova ricchezza non può essere monopolizzata dall’1% della popolazione. E soprattutto pare che vogliano proporre nuovi stili di vita e di comportamento. Personalmente ritengo che non ci si debba limitare ad ascoltarli. Dobbiamo accompagnarli in questa fase di uscita da una situazione che rischia la catastrofe. Dobbiamo? Certo! Abbiamo il dovere di farlo. Li abbiamo voluti per nostra fortuna! Non certamente per la loro disgrazia!
Autore : Luciano Vullo
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