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notizia del 11/11/2005 messa in rete alle 18:28:40
Nonostante tutto continuiamo ad amare Gela
Sono il figlio di un gelese che molti anni fa si è trasferito a Torino. Mio padre, pur essendo andato via fisicamente dalla sua città, non l’ha mai abbandonata affettivamente e idealmente.
Anche noi figli, cresciuti (con tutti i pro e i contro) in questa città, siamo stati influenzati da nostro padre nell’idealizzazione del nostro luogo di origine.
Questa contraddizione ancestrale che viviamo da sempre, cioè la consapevolezza del nostro vivere quotidiano organizzato, civile, pragmatico, freddo (come da cliché), si scontra e si confronta con ricordi e suggestioni fatte di colori e sapori, affetti e sentimenti, per poi ritornare a quel che Gela rappresenta (sempre come da cliché) nell’immagine prodotta, e che riscontriamo, nostro malgrado, con visite periodiche.
Ovvio che tutto questo sia condiviso, in misura diversa, da chiunque abbia lasciato il proprio luogo di origine. Ad ogni modo, non è mia intenzione e non è l’occasione adatta per fare un’analisi sociale approfondita.
Mi limito a raccontarvi che questi argomenti si manifestano nella nostra famiglia in discussioni animate, dove i figli “emancipati” puntano il dito su tutti i mali che affliggono la nostra città d’origine, polemizzando anche sui rimedi, che – a volte – appaiono più di immagine che di sostanza e il papà che trova, in un modo o nell’altro, argomenti positivi, con il tono ottimistico e la tenace speranza di vedere il rilancio di Gela.
Così è sempre stato, e forse, per affinità di carattere, così avrei voluto continuare a condividere il suo ottimismo.
Ci siamo incontrati di ritorno dall’ultimo soggiorno estivo e dai suoi discorsi trapelava, questa volta, una certa amarezza. Dopo avermi commentato tutta una serie di disagi e disavventure che gli sono capitati, gli ho chiesto se, nonostante tutto, desiderasse tornare a vivere a Gela.
Con mia sorpresa ho ricevuto una risposta negativa, circostanziata da motivi legati alla quotidianità fatta di organizzazione, senso civico, rispetto delle fasce più deboli; e non continuo l’elenco, perché le persone di buon senso già lo conoscono.
Noi, da persone comuni, nella nostra discussione, abbiamo cercato di trovare un senso alle cose che appartengono agli interessi dei più, senza cadere nella banalizzazione di addebitare tutti i mali alla mafia (dove non c’è la mafia, è colpa della società o dei politici).
Dire mafia può voler dire tutto e il contrario di tutto ed è, spesso, un alibi per deresponsabilizzarsi, aspettando che succeda quel che non succederà mai, fino a quando ogni individuo, ognuno nel proprio piccolo, non provvederà a curare bene il suo orticello, cosicché molti orticelli curati facciano un bel parco.
Impariamo a chiamare le cose con il loro nome: l’immondizia per strada non è mafia, le case mai finite non è mafia, i serbatoi blu sulle terrazze non è mafia, la circolazione stradale selvaggia non è mafia, i disservizi della sanità, trasporti, gestione della burocrazia non è mafia. E se molti non conoscono, o non danno importanza alla storia e alla cultura del luogo dove sono nati e vivono, e non dimostrano amore, non è mafia; anche se la squadra di calcio retrocede non è mafia.
Spero che questa mia riflessione, se sarà pubblicata, sia interpreta senza urtare la suscettibilità di nessuno, ma nel solo modo che vuol essere, cioè un’esortazione e un incoraggiamento a chi, a qualsiasi livello, si impegna quotidianamente a coltivare bene il proprio orticello, affinché non si possa mai perdere la speranza e l’ottimismo, con l’obiettivo di una convivenza civile e serena per tutti.
Con l’infinito affetto che mio padre mi ha trasmesso.
Renato Collodoro
Autore : Redazione Corriere
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