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notizia del 25/09/2011 messa in rete alle 17:59:54
Fine delle emergenze
Cerco sui dizionari e trovo che per emergenza deve intendersi un’improvvisa difficoltà, una circostanza imprevista.
La parola deriva da emergere che indica il venire alla superficie. Come le terre che emersero dal mare. Estendendosi, la superficie emersa divenne continente. Per esempio il continente euroasiatico. Che non trattiamo più come un’emergenza.
Perché questa premessa? A cosa voglio parare? Mi piacerebbe provare che oggi le emergenze sono tante e tali che sono diventate come il continente euroasiatico. E’ assurdo dire dell’emergenza politica. Altrettanto di quella educativa. Certo, nella città si presentano difficoltà improvvise, circostanze impreviste. La politica. È vero, è anche governance e in quanto tale deve dotarsi di strutture flessibili idonee ad affrontare le emergenze. Senza perdere di vista la totalità.
Per intenderci la polis, da rendere abitabile ai politès. Possibilmente dotandosi di scuole di formazione del cittadino che non nasce tale. Deve imparare a convivere rispettando regole di convivenza. Queste cambiano man mano che la città va modificando i suoi assetti economici, sociali, di civiltà. A questo serve l’educazione che non è, quindi, un’emergenza. Ma un continente, proprio come la politica. Tutt’e due hanno a che fare col futuro. Col cambiamento.
Oggi velocizzato dalle tecnologie. Diverse rispetto alle tecniche che hanno caratterizzato per millenni l’Occidente e che hanno in epoca moderna generato l’homo faber. Questi, con gli strumenti, ha trasformato e dominato l’oggetto che ha visto là davanti ai suoi occhi e che ha chiamato natura. L’homo technologicus di oggi è andato oltre e con l’ingegneria genetica è arrivato a costruire la natura e l’intelligenza al punto che tutto tende ad apparire come un artefatto.
E’ questa un’emergenza da affrontare come improvvisa difficoltà, come una circostanza imprevista? Deleghiamo alla scuola il compito di ripristinare che cosa?
Per la verità in Italia il problema è come se non esistesse. Nel senso che la scuola viene vista come un disturbo, un fastidio, un peso di cui liberarsi. Ce la stanno mettendo tutta tagliando a più non posso. Forse irrimediabilmente. Tolgono direttamente alla scuola risorse finanziarie, personale e competenze professionali. E’ sotto gli occhi di tutti. Tolgono ai comuni risorse finanziarie con le quali garantire i servizi minimi dentro le scuole: dalla manutenzione degli edifici alla suppellettile (compresa la carta igienica) alla mensa, ai trasporti e persino all’accudienza igienico-sanitaria dei disabili. Tutto questo nel momento in cui la dimensione uomo sta cambiando.
En passant mi piace ricordare che a Firenze e a Pisa e a Genova e nelle città che dettero vita alla civiltà comunale sorsero numerosissime e frequentatissime scuole di Abaco. Vi si insegnava la matematica arabo-indiana che serviva a tenere bene i libri contabili sino alla codificazione della partita doppia. I mercanti, i banchieri – e non solo loro – informarono la loro testa al calcolo posizionale e impararono a misurare tutto.
Anche la natura che Galilei e Cartesio trasformarono in un gran libro scritto con le cifre dell’algebra e della geometria. Grazie alle quali l’homo faber della modernità, il dominatore della natura. La scuola popolare ha iniziato da allora la sua storia e ha preteso fornire a tutti l’alfabeto – leggere, scrivere, misurare- per diventare uomini, cittadini-padroni-dominatori del mondo.
Il disegno della modernità è giunto al suo compimento. Non è un’emergenza! Non è più immaginabile oggi che gli uomini continuino a esercitare incontrastati il loro dominio sull’oggetto natura senza mettere in agenda il pericolo dell’autodistruzione. Non è un’emergenza!
Il problema c’è. Possiamo fare come gli struzzi. Possiamo anche allegramente danzare o ubriacarci e riderci sopra. Il problema resta e lo erediteremo ai bambini. Ma non è un problema soltanto educativo. E’ un problema di civiltà e come tale non riguarda solo gli esperti di pedagogia e gli uomini e le donne di scuola. Riguarda tutt’intera la città. Che si trova a dovere fare i conti con una nuova risorsa. Abbondante e divisibile senza riduzione alcuna.
Viene dalla tecnologia che ci fornisce modalità nuove di comunicazione e di informazione. Cioè di conoscenza e di azione. Un nuovo modo di essere e di fare. Nacquero nei primi anni del XIII sec. le scuole di Abaco. Non come funghi! Furono agevolate da governanti, mercanti, banchieri, popolo delle botteghe artigiane delle arti e dei mestieri. Cioè, dalla città! Non fu un’emergenza!
La città intera divenne educativa. Ne traggo un insegnamento. La città, oggi più che mai rete, deve fare rete e diventare educativa. Dentro questo progetto acquistano senso le azioni volte ad affrontare in termini di governance le emergenze dalla dispersione, alla delinquenza minorile, alle varie forme di povertà.
Autore : Luciano Vullo
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