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Corriere di Gela | Volontariato e impresa sociale
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notizia del 24/10/2010 messa in rete alle 15:54:29
Volontariato e impresa sociale

L’impresa sociale, l’economia sociale, il libero mercato, la crescita e lo sviluppo nella logica della globalizzazione. Cioè, i temi che dovrebbero stare al primo posto dell’agenda della politica. Senza distinzione spaziale. Senza separare il locale dal globale. Di fatto sono intrinsecamente intrecciati. Direi, interdipendenti se non proprio fusi. Prendiamo come esempio Pomigliano d’Arco. Il problema delle maestranze occupate è locale. La chiusura della fabbrica manda al lastrico migliaia di famiglie e l’economia del luogo. La Fiat (impresa globale) l’affronta appunto in modo globale e delocalizzato. Marchionne valuta più conveniente dal punto di vista dell’economia aziendale fabbricare le auto in Polonia o in Serbia. Credo che abbia messo nel conto gli effetti sulla comunità cittadina e anche quelli relativi alle relazioni sindacali da indirizzare verso l’ottenimento della contrazione della forza contrattuale dei sindacati dei lavoratori. Per arrivare a una nuova legislazione sul lavoro che garantisca mani più libere all’impresa. Detto fatto. Fa in due la Fiat e a Pomigliano lascia la neonata new company. Chi ha orecchie per intendere, intenda!

I piani industriali che stanno sviluppando le imprese – non solo industriali – proprio in questi giorni prevedono tagli dolorosissimi con il consenso del sindacato. Tradimento dei lavoratori? Non direi, ma il discorso sarebbe lungo. Riguarda infatti la presenza nel mercato globale dove l’impresa industriale e soprattutto finanziaria deve essere presente in termini di competitività. La quale impone innovazione e risparmi sui costi di produzione. Nel nostro paese il risparmio sui costi di produzione viene individuato nel costo alto (ma è falso) della manodopera, considerata grasso da eliminare per rendere più efficiente la produzione non solo delle merci, ma anche del “denaro”. Anzi soprattutto del denaro, dato che l’economia globale è prevalentemente un’economia finanziarizzata.

Questa la logica della crescita. Dalla quale apparentemente in tempi recenti si è staccato Tremonti che ha cominciato a parlare di economia etica. Cosa che suona alquanto ipocrita e che serve solo a sfuggire al problema politico. Che è quello della definitiva morte dello Stato sociale. Che forse non è più possibile riesumare. Le conseguenze della crescita sono: da una parte la corsa all’innovazione delle procedure di produzione e alla ristrutturazione delle stesse vocazioni industriali creando sempre nuovi mercati; lo snellimento della fabbrica anche attraverso la pratica dell’offshoring; la perdita di valore del lavoro; dall’altra parte, il deprezzamento del lavoro, l’espulsione dei lavoratori, la trasformazione delle città in inferni esplosivi con i problemi della modernità (vedi anche lo smaltimento dei rifiuti) che vengono esasperati da un terreno di cultura fatto di disperazione dove possono facilmente attecchire anche agenti della criminalità organizzata. Come pare stia avvenendo in Campania a malgrado dei successi vantati ai tempi dal Don Chisciotte e dal suo prode scudiero. Come dire, la prova provata dello scenario che può determinarsi in assenza di una Politica.

Intendo per impresa sociale, quindi, non solo quella che interviene per garantire servizi alla persona in una logica di no profit. Per la qual cosa, tuttavia, condivido appieno quello che scrive Emanuele Antonuzzo e le linee esposte dall’assessore Fortunato Ferracane in occasione della presentazione del piano di zona della legge 326/2000 che mi è parsa da subito una legge fortemente innovativa, moderna e democratica. Io penso anche all’impresa more than profit. Che va oltre la ricerca del profitto e che non si conclude nel pur indispensabile servizio alla persona. Voglio dire: è necessario oggi affrontare il problema delle nuove povertà. La crisi da due anni ha fatto aumentare le persone e le famiglie che non riescono a fare la spesa per tutti i 30 giorni del mese. Esistono i banchi alimentari. Ricevono contributi pubblici per i loro servizi di volontariato. Bene, non bastano! Ecco allora moltiplicare l’impegno come ha fatto l’altro ieri anche a Gela la Cri che ha raccolto davanti ai negozi alimenti donati da cittadini che facevano la loro spesa. Sono interventi che servono a curare la ferita e sono necessari altrimenti la ferita fa cancrena. Ma intanto la logica della crescita continua a tagliare. Voglio dire, non solo numeri. La forbice dei redditi tende sempre più a divaricarsi. Checché ne dicano i mercanti da baraccone che vendono illusioni di felicità. L’impresa sociale, quindi, nasce non tanto per trasformare l’economia liberale in economia socialista. Quanto invece per realizzare pure profitti. Ma per determinare un reale sviluppo. Per esempio nel settore della salute anche dell’ambiente. Ma su questo prometto a me stesso di tornare alla prossima puntata. Evidentemente se il direttore del Corriere di Gela me lo vorrà permettere.


Autore : Luciano Vullo

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