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notizia del 10/10/2010 messa in rete alle 13:55:39
Innovare la città
Concordo con Emanuele Antonuzzo. La deregulation in Italia è andata avanti in modo anomalo. All’oscuro! Ha prodotto danni infiniti, a mio parere! Solo ora stanno emergendo. Perché ce l’hanno occultato. Nella pubblica amministrazione l’hanno chiamata lotta ai fannulloni. E hanno tagliato. Nell’assistenza sanitaria l’hanno presentata come malasanità. E hanno tagliato. Nella scuola hanno detto dell’inefficienza e hanno tagliato a più non posso. Miglioramento dei servizi? Ma manco per scherzo! Risparmi? Ma che dicono? Meritocrazia? Ma dove? Nessun risparmio nella spesa pubblica, debito pubblico alle stelle, evasione fiscale con cifre astronomiche, rientri per sanatoria da fare ridere. Catastrofista? Non credo, visto che ora anche la Marcegaglia ha deciso di rompere con le assenze del governo nazionale.
L’Ue ci tira le orecchie perché siamo gli ultimi sul piano della ripresa. Non è affatto consolatorio che siamo nella media europea, perché nel calcolo della media ci stanno paesi come Grecia, Portogallo e l’Est europeo che fanno di molto abbassare gli indici. La verità sta nelle responsabilità dell’eredità che lasciamo alle giovani generazioni in termini di debiti che esse dovranno prima o poi saldare.
Certo la deregulation in Italia ha avuto un esodo tardivo rispetto a Usa e Gran Bretagna. Alla deregulation si sono opposti i sindacati e i partiti della sinistra che hanno cercato, presi d’assedio, di difendere i diritti dei lavoratori, dei cittadini e le conquiste dello Stato sociale (Welfare) dopo anni e anni di lotte democratiche anche contro il terrorismo. Ora, per effetto della crisi che da due anni imperversa anche in Italia e che ci hanno voluto nascondere, le cose si stanno facendo pesanti pure nel settore industriale manifatturiero e non solo in quella che solitamente viene indicata come pubblica amministrazione. Per cui forse è il caso di cominciare a riflettere “come Dio comanda!”. Considerando in modo laico anche dalla periferia del mondo (ammesso che esista una periferia) i processi di globalizzazione. La quale vuole mano libera da tutto ciò che è legge, norma, regola, stato. Cioè, vuole la deregulation. Il mercato cosiddetto libero, Wto, non ama le frontiere e vuole arrivare ovunque nei tempi più rapidi e, quindi, senza ostacoli. Innovandosi, espandendo la sfera di azione, risparmiando su tutto per realizzare il massimo del profitto. Competitività assoluta, ripeto senza ostacoli. La Pa è un ostacolo. Via! La scuola è un costo di cui è meglio fare a meno. Via! L’assistenza pubblica, le pensioni incidono moltissimo sulla spesa pubblica. Tagliamo! E così elencando sino ad arrivare ora in modo chiaro e evidente al costo del lavoro che in Italia è carissimo (bugia). Per cui, offshoring! Il lavoro costa meno in Polonia, in Serbia, in Asia… Chi può frenare Marchionne? Stop a Termini Imerese, via da Pomigliano, freni a Melfi e a Mirafiore. Nascita di new company e mano libere per fabbricare le auto della Fiat (non più italiana ma globalizzata) dove il lavoro costa di meno e chi si è visto si è visto. Eni? La stessa cosa. Anziché investire in Italia (per es. a Gela) può trovare più convenienze in Libia dove l’amico Gheddafi fa risparmiare. Chiaro? Chiaro. Chi frena questo processo rischia di passare per conservatore, antiquario, anti moderno.
Qui il ragionamento deve farsi costruttivo. Per questo mi è piaciuto lanciare una proposta attraverso questo settimanale. Parliamo di Urban Nose e di imprese than more profit. Di imprese sociali e di città nuova che cresce usando gli strumenti innovativi dell’economia. Forse abbiamo cominciato se non mi illudo. Benissimo se vorremo continuare con serenità e con costanza. Il cantiere è aperto. Facciamo spazio alle nuove idee.
Autore : Luciano Vullo
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