 |
notizia del 30/03/2003 messa in rete alle 11:49:56
Disagio, prospettive, sicurezza
Provo a immaginare il ‘prigioniero’ rinchiuso nella ‘caverna’ come nel famoso mito di Platone che gli studenti liceali e gli adulti ex liceali conoscono.
E' pieno di vita, nonostante le catene e l'immobilità. Grazie al filo di luce, che pur penetra attraverso la feritoia della caverna, vede ombre. Niente di distinto anche se è incuriosito. Sente scorrere dentro di se la vita, il desiderio gli fa stringere gli occhi per mettere a fuoco qualche immagine; può mangiare e dormire tranquillamente dentro la nicchia, ma svegliandosi avverte il bisogno di vedere bene e, forse, tenta di girare il capo verso la feritoia da dove penetra quel filo di luce. Pur stando immobile, egli vive una condizione di disagio. Non riesco a vedere se veramente soffre. Certo, la ricerca di quel raggio di luce una qualche tensione, in lui che è incatenato, la deve pur provocare!
Così immagino in questo momento il ‘prigioniero platonico’, in una situazione di disagio pur dentro la nicchia-caverna in qualche modo protettiva.
Riesce a darsi prospettive oltre il vago sguardo? Prospettiva dal latino dovrebbe essere lo sguardo volto 'oltre'! Penso che se potesse allungare il collo sino alla feritoia, al contatto con la fonte del raggio luminoso soffrirebbe l'accecamento e tornerebbe alla posizione originaria dopo aver rinunciato di guardare direttamente la luce. Il guardare oltre l'ha scoraggiato, gli ha provocato dolore.
Pure il termine ‘sicurezza’ deriva, mi pare, dal latino: 'sine cura', senza preoccupazione, appunto, sicuro. Sta sicuro il prigioniero dentro la caverna, non avverte alcun dolore; vive il disagio della tensione che manifesta con i suoi tentativi di accostarsi, allungando il collo, con lo sguardo verso la feritoia. La ‘prospectiva’, però, gli ha provocato sofferenza, dolore.
‘Mutatisi mutandis’, come si suol dire dalla cattedra nelle aule scolastiche sempre più noiose (... e non si capisce il motivo!...), cambiando i termini della parabola si potrebbe dire del disagio dei giovani del nostro tempo, delle loro prospettive, della loro sicurezza.
Ci provo, molto succintamente ponendo a me stesso la seguente domanda: ‘il disagio del prigioniero platonico è una patologia, una malattia?’. Forse sì! Però a ben vedere qualche dubbio serpeggia. Infatti, se non tendesse lo sguardo verso le ombre e poi verso la feritoia, non sarebbe egli forse un morto oltre che un semplice prigioniero? O non bisogna convenire che proprio quel disagio è segno di vitalità, eros, desiderio di esserci e di vedere, tensione verso... la conoscenza.
Ma la conoscenza, il raggio di sole respinge il prigioniero verso la caverna perché provoca dolore: meglio il buio dell'ignoranza, è protettivo, sicuro, non dà preoccupazioni.
Evidentemente il disagio giovanile oggi è cosa molto complessa. Me ne rendo conto. Non può essere affrontato nei miei termini sbrigativi ricorrendo alle reminiscenze platoniche!
Tuttavia, mi piacerebbe si riflettesse sul fatto che:
– il disagio giovanile non è una malattia da curare con farmaci o sedute psicoterapeutiche (simil spiritiche?);
– le prospettive non possono, forse non devono essere imposte, direbbe Fantozzi, ‘mostruosamente’;
– la sicurezza i giovani mediamente la trovano nella famiglia, mediamente con le cose consumabili più che con il dono del tempo e degli sguardi, e nel gruppo dei pari con il nascondimento appunto nel gruppo e con i suoni metallici-metallari nelle discoteche.
Quale scandalo?
I pericoli delle devianze?
Evidentemente ci sono.
Sarebbe bello ragionare sul termine ‘devianze’ e mettersi d’accordo sulle ‘vie’ e sulle ‘devianze’. Cosa naturalmente né scontata, né facilissima.
Però!...
Mi pare che con un qualche aiuto, gradualmente il ‘prigioniero’ del mito potrebbe essere avvicinato a guardare muovendo dalle ombre per imparare a distinguere, cioè a conoscere, cioè a contemplare la bellezza della luce e dei colori. Forse la malattia è da individuare nello stato di prigioniero, dalla stessa caverna che paradossalmente lo protegge e lo tiene sicuro.
Proprio per andare sbrigativamente vorrei concludere:
– non dovrebbe la scuola offrire fondamentalmente l'aiuto per incoraggiare il prigioniero ad accostarsi alla luce, alla bellezza dei colori, al sapere, alle arti e alla scienza?
– non dovrebbe essere la città a offrirgli la sicurezza ora, in questo momento di tensione sorretto dalla scuola e quant'altro e non in una prospettiva di futuro della quale potrebbe avere tanta paura al punto di scappare e ritornare in qualche modo nel buio della caverna? ‘Scuola e Città’ diceva il grande Ernesto Codignola, pedagogista.
Scuola e Città, vorremmo ripetere, col solito ‘mutatis mutandis’, in un contesto diverso e molto complesso dove è assolutamente indispensabile aiutare verso l'istruzione senza la quale né bello né utile, ma solo le vaghissime ombre della caverna e le catene.
Autore : Luciano Vullo
» Altri articoli di Luciano Vullo
|
|
 |
In Edicola |
|
|
Cerca |
| Cerca le notizie nel nostro archivio. |

|
|
| |
|