1 2 3 4 5
Corriere di Gela | Desiderio di libertà e bisogno di sicurezza
Edizione online del Periodico settimanale di Attualità, Politica, Cultura, Sport a diffusione comprensoriale in edicola ogni sabato
notizia del 17/12/2004 messa in rete alle 10:30:21
Desiderio di libertà e bisogno di sicurezza

Voglio correre qualche rischio, stavolta. Affronto un tema che alla politica sembra tabù. Il lavoro.
Nei comizi, nei congressi di partiti e movimenti, nelle assemblee elettive, persino nelle omelie cambiano i toni, ma i discorsi sono tutti a favore del lavoro, dei posti di lavoro promessi, del lavoro precario, interinale, intermittente. Anche a scuola si fanno paternali ai giovani perché imparino per poi trovare un posto di lavoro. Ci hanno insegnato che “il lavoro nobilita l’uomo”. Che dà sale e significato all’esistenza. Chi non ce l’ha è un emarginato. Chi non lo vuole è un fannullone, un parassita.
Se mi mettessi al microfono per dire che non riconosco al lavoro il valore di “qualificare” l’esistenza individuale verrei quantomeno deriso. Qualcuno mi farebbe rilevare la contraddizione col mio essere “comunista”. L’argomento potrebbe anche fare traballare la mia sedia di amministratore comunale. Un irresponsabile, per giunta anche dirigente di una scuola. Forse anche un corruttore di coscienze, un formatore di futuri nullafacenti…
Don Ciotti, divenendo cittadino gelese nel giorno dell’Immacolata, fece l’etimologia di “comunità”. Che deriva dal latino. “Cum” e “Munus”. Cioè, il mettere insieme un dono. Forse la vita, le emozioni, le conoscenze, gli affetti, le idee. L’atto della condivisione. La “legatura”, il “vincolo” che unisce Io e Altro, e anche Io a Sé grazie all’Altro, in assenza del quale non sarebbe Io. Per cui, l’essere comunista non è la semplice adesione a un partito, a un movimento, a una lega o, peggio, a uno Stato. Per il lavoro. Ché anche Marx si appellava ai “proletari di tutto il mondo” (si badi, non ai “lavoratori di tutto il mondo!”) perché si liberassero “dalle loro catene”. E credo si riferisse al lavoro alienato, salariato, sfruttato…
Ma anche il termine “lavoro”, come tanti della nostra lingua, deriva dal latino. Dal verbo “labor” che significa “venir meno, cedere, provare senso di inesorabile gravità, pena, sofferenza”. Condanna, cioè. E il mondo pagano – greco e latino – lo assegnò agli schiavi. Essendo uomo-cittadino, il libero godeva dell’o-tium. E poi nel Medioevo, il lavoro fu del servo, che, diverso dallo schiavo, non dipendeva dal padrone, ma dalla “gleba”, dalla terra le cui sorti condivideva, con cui faceva tutt’uno. San Benedetto elevò il la-voro al rango della preghiera. “Ora et labora”. L’oratore (intellettuale padrone della parola) e il lavoratore (padrone delle tecniche di manipolazione) sono messi sullo stesso piano. Il lavoro, dalla tradizione benedettina in poi, viene nobilitato, acquista un valore di cammino in Dio, di riscatto dalla condizione del peccato, di separazione dalla naturalità animale. Questa acquisizione perdurerà per secoli. Sino alla modernità. Sino alla nascita del lavoro salariato conseguente agli “atti di recinzione” e al lavoro salariato dei braccianti non più servi della gleba, ma dipendenti da un padrone. Che fa il matematico! Istituisce equazioni tra quantità di lavoro e quantità di denaro. Nessun vincolo personale. Tutto dipende dall’astratto – convenzionale – denaro, destinato a di-ventare il nuovo dio dell’universo. Destinato, quest’ultimo, alla secolarizzazione, al “disincanto”, alla dissacrazione. Anche ad opera della scienza e delle sue applicazioni tecnologiche.
Ritorna il “labor” nel senso latino di “venir meno”. Me lasso! Da “lapsus sum”. Che vuol dire: “provo un inesorabile senso di sofferenza”. La negazione dell’edonismo. Da qui il contrasto. Il senso comune, che prova fastidio per il lavoro, tuttavia, pratica o sublima l’edonismo, che ufficialmente condanna. Il Pontefice Sommo condanna l’edonismo dei tempi moderni. E con il Pontefice anche la società si unisce alla condanna. Ma non riesce a fare a meno di vivere nell’edonismo, non sa rinunciare ai piaceri. Le giovani coppie, per esempio, rinunciano a procreare per godere della libertà del tempo libero e del divertimento.
Ora nelle discoteche c’è pure il servizio di assistenza ai neonati. Così sono libere di divertirsi le giovani coppie! E anche i nonnini sono liberi. Che hanno pure, e giustamente, i loro buoni diritti al godimento della vita.
Se così stanno le cose, perché non ragionare con mente sgombra da pregiudizi (e da tabù) guardando ad esse dopo avere tolto i veli? Ci guadagneremmo in schiettezza e lealtà. Non solo! Potremmo essere agevolati nel cammino e, mettendo in “comunione” emozioni, desideri, conoscenze, idee, avviarci verso la costruzione di valori nuovi. Senza ignorare gli antichi. Ché il salto, l’avventura ci fanno sentire insicuri. Ché il desiderio di libertà non può essere separato dal bisogno di sicurezza. Fa danni, mi sembra, l’improbus labor.


Autore : Luciano Vullo

» Altri articoli di Luciano Vullo
In Edicola
Newsletter
Registrati alla Newsletter Gratuita del Corriere di Gela per ricevere le ultime notizie direttamente sul vostro indirizzo di posta elettronica.

La mia Email è
 
Iscrivimi
cancellami
Cerca
Cerca le notizie nel nostro archivio.

Cerca  
 
 
Informa un Amico Informa un Amico
Stampa la Notizia Stampa la Notizia
Commenta la Notizia Commenta la Notizia
 
㯰yright 2003 - 2026 Corriere di Gela. Tutti i diritti riservati. Powered by venturagiuseppe.it
1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 12 13 14 15 16 17 18 19 20 21 22 23 24 25 26 27 28 29 30 31 32 33 34 35 36 37 38 39 40 41 42 43 44 45 46 47 48 49 50 51 52 53 54 55 56 57 58 59 60 61 62 63 64 65 66 67 68 69 70 71 72 73 74 75 76 77 78 79 80 81 82 83 84 85 86 87 88 89 90 91 92 93 94 95 96 97 98 99 100 101 102 103 104 105 106 107 108 109 110 111 112 113 114 115 116 117 118 119 120