notizia del 25/09/2011 messa in rete alle 18:05:47

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Indietro di 40 anni tutto un altro calcio
Sono le 18 di sabato 17 settembre. Torno dal Mattei di Macchitella, dove – da dietro una rete metallica impolverata e arrugginita – ho assistito alla partita di calcio tra Atletico Gela e Paternò. E’ finita 2-1 per i padroni di casa. Da dietro una rete metallica gli spettatori – poco meno di una cinquantina – i giocatori su un campo a metà tra una strada sterrata e l’arenile, distante solo una decina di metri, forse non di più.
Campionato di Promozione. Ce ne accorgiamo da tante cose, ma ciò che ci ha fatto un po’ sorridere (e un po’ intristire) è stato un episodio di gioco. Quando il giocatore gelese Mezzasalma, un piccoletto di non più di 1,55, capitano della squadra e autore del gol del 2-1, si è rivolto all’arbitro che gli stava sanzionando una punizione per un fallo sul n. 8 del Paternò, un marcantonio alto e grosso per almeno un’altra metà di lui, in peso e in altezza, imprecando a voce alta: “Ma comu putiva bbiari nterra stu patatuni?”. L’arbitro avrebbe potuto espellerlo, ammonirlo, richiamarlo verbalmente, non certo rimangiarsi il fischio sanzionatorio. Poteva anche sorridere o far finta di niente. Ha fatto finta di niente…
Poca gente nonostante l’ingresso libero (in mezzo alla strada), un caldo agostano, “a lapa cca granita”. Mancava solo lo striscione “Viva il parroco!”.
Questo è il massimo che offre oggi il calcio gelese.
Manco a farlo apposta, mi ritrovo a fianco, dietro la rete metallica, Franco Sclafani (nella foto), vecchio mediano del Terranova primissimi anni ’70, “Romoletto”, nomignolo appioppatogli da Memo Prenna). Promozione la sua, Promozione quella che avevamo davanti.
Ma davvero il paragone regge?
«Macchè – irrompe Sclafani – nulla a che vedere l’una con l’altra. Senza nulla togliere a questi bravi giovanotti, il campionato di Promozione in cui venni a giocare a Gela tornando dalla Germania dove ormai mi ero trasferito per lavoro, a confronto era almeno una serie B. Qualcuno ancora si ricorderà di quella squadra: Agrò, Contadino, Sinatra, Busetto, Parrino, Sammartino, il sottoscritto. Arrivammo secondi dietro il Modica. E poi l’anno dopo ancora in Promozione (a noi si erano aggiunti Imere, Santuccio e Cannizzaro), ma alla fine promossi in D dopo il mitico spareggio contro l’Alcamo sul neutro di Barcellona. Beh, cosa altro dire?».
Sclafani aveva giocato in C con la Massiminiana, poi anche a Trapani, a Mazara, e dopo Gela a Canicattì.
Un esempio per molti giovani, con il calcio nel sangue, ogni domenica lo si trovava sugli spalti del Presti per vedere il Gela degli ultimi cinque anni, così come l’ho ritrovato dietro la rete metallica sabato scorso, sotto il sole, alle soglie dei 70 anni (li compirà a gennaio prossimo), per vedere spallonare i giovanotti dell’Atletico Gela. «La dirigenza – ha commentato – deve rendersi conto che questa è diventata la prima squadra della città. Dovrebbe fare un sacrificio, prendere due-tre giocatori esperti, uno per reparto, e cercare di vincere il campionato».
A proposito di prima squadra cittadina, che dice Sclafani della scomparsa del Gela calcio?
«Per me ci sono tre responsabili: nell’ordine, l’amministrazione comunale e la politica più in generale, poi Tuccio, quindi la tifoseria. Tutte e tre le componenti, facendo un po’ di più la propria parte ed evitando certi atteggiamenti, e mi riferisco alle ingenerose contestazioni del pubblico verso Tuccio, avrebbero potuto salvare il calcio a Gela. Se poi consideriamo che, con Tuccio chiamatosi ormai fuori, non si è riusciti ad ottenere neanche la serie D, e se questo manipolo di spettatori è qui, noi compresi, a vedere questo calcio, beh, vuol dire che la città in questa fase storica non merita più di un campionato di Promozione».
Su Tuccio che ha abbandonato il timone, Sclafani ha una sua idea. «Credo che Tuccio si sia impuntato, anche per l’amarezza. Forse ha voluto dimostrare – ahinoi, riuscendovi! – che dietro di lui ci sarebbe stato il diluvio. Quando a qualche amico dicevo che una volta andato via Tuccio il calcio di un certo livello a Gela sarebbe scomparso, mi si prendeva per matto. I pazzi sono stati quelli che hanno voluto sfidare Tuccio e quelli che si illudevano che morto un papa se ne sarebbe fatto un altro. A me pare che morto il papa non si è trovato neanche un prete».
Gli chiediamo come può rinascere il calcio a Gela? «Bisogna fare un bagno di umiltà, trovare qualcuno che ha qualche soldo da spendere, incoraggiarlo e sostenere il suo progetto. Credo comunque che il calcio a certi livelli non si possa più fare contando sui contributi pubblici. Non bisogna fare il passo più lungo della gamba, oiuttosto puntare e investire sui vivai. Ma per questo ci vogliono le strutture. E qui entra in gioco il ruolo della politica, che deve sostenere lo sport occupandosi di dotare e migliorare l’impiantistica. Se non si capisce questo, non si va da nessuna parte».
Sclafani magari appartiene ad un altro calcio, ma da quello che dice dimostra che anche di questo sembra avere le idee chiare.
Gli lasciamo ricordare il suo vecchio presidente, cav. Vincenzo Maganuco, scomparso alcuni anni fa. «Era un uomo – dice – di grandi capacità, con un forte carattere e con la giusta dose di umanità. A me trovò un lavoro, facendomi tornare dalla Germania. Io diedi il massimo nei due campionati in cui vestii la maglia giallorosa, poi quando mi dovette sacrificare all’esigenza di ringiovanire la squadra finalmente in D, mi chiamò e mi disse: ‘Franco, tu hai una certa età, sei e rimarrai nel cuore della tifoseria giallorosa e della città, ma devi andare a Canicattì, perché altrimenti quelli non mi danno né il portiere Briglia né il centravanti Visentin, che a noi servono per affrontare il nuovo e più impegnativo campionato. So che per me lo farai, ma te lo chiedo e non voglio importelo. Potrai continuare ad allenarti con noi durante la settimana e la domenica andrai a giocare con la maglia del Canicattì. Sappi che sarai sempre nel cuore di questa tifoseria’. E’ andata così, e io dico grazie a Maganuco e a questa città, dove sono rimasto a vivere per 40 anni, trattato bene e rispettato».
Ma questa è tutta un’altra storia. Un altro calcio.
Autore : Redazione Corriere
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