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notizia del 11/09/2011 messa in rete alle 14:15:23
Vicenda Gela calcio 2/Il calcio in città è una governance aperta al territorio
Con la scomparsa del calcio professionistico a Gela, a seguito della mancata iscrizione del Gela Calcio al campionato di Lega Pro, sorge spontanea una riflessione che mi deriva da alcuni articoli pubblicati dal Sole 24Ore domenica sette agosto 2011 e dal Corriere di Gela il 20 e 27 Agosto 2011.
L’articolo del Sole 24Ore traeva spunto dal fallimento di 14 società professionistiche di Lega Pro, dopo le 70 degli ultimi sette anni, per sollecitare una seria riflessione sul sistema che, nonostante raggiunga la soglia dei 2,5 miliardi di euro di valore della produzione, appare da qualche tempo in crisi. In Italia e in Europa i risultati economico-finanziari degli ultimi anni sono negativi e costituiscono una costante. Anche il presidente dell’Uefa, Michel Platini, ha denunciato la situazione difficile che vive il calcio europeo alla luce degli scioperi dei calciatori proclamati in Spagna prima e ora anche in Italia, nazioni in cui i calciatori sono ben pagati, mentre i rispettivi paesi sono a rischio di default e la classe operaia non riesce, con il proprio salario, a raggiungere la fine del mese.
E’ evidente che il modello del calcio prevalso in Italia e all’estero, con un mecenate, o sceicco arabo o magnate russo in cerca di notorietà e pronto a ripianare periodicamente le perdite, non può reggere in un sistema in cui le perdite sono una costante poichè i costi crescono molto più dei ricavi. In quest’ottica il fallimento è sempre dietro l'angolo.
Nell’articolo del Corriere di Gela il presidente del Gela Calcio Spa, ing. Tuccio, esprimeva la sua verità, “carte alla mano”, su chi ha affossato (e come) il Gela Calcio. Premetto che in questo intervento il sottoscritto non vuole entrare in polemica né con il presidente Tuccio né con il sindaco Angelo Fasulo o con altri amministratori, poichè il primo come privato e maggiore azionista ha sostenuto costi non indifferenti per sostenere il Gela Calcio, magari sottraendoli alla propria famiglia o alla propria azienda, ma anche il Comune di Gela ha fatto la sua parte erogando ben 1.384.100 euro. Dalle cifre che ho riscontrato nell’articolo del Corriere di Gela mi viene spontanea una riflessione, sia da cittadino che da sportivo (in passato sia praticante che dirigente di una società di calcio dilettantistica per ben 17 anni), basata esclusivamente sulle cifre indicate nelle schede allegate all’articolo:
a) – la percentuale dei contributi erogati dal Comune di Gela non è del 13,5% sul totale costi sostenuti dal Gela Calcio Spa nei 5 anni (totale € 8.178.094) ma del 16,9% in quanto l’effettivo esborso in termini di costi per il Comune è di € 1.384.100 considerato che per il Comune l’Iva è un costo.
b) – nell’allegato 1 credo che vi sia una duplicazione di costi in quanto l’importo di euro € 63.400 per la manutenzione del manto erboso relativo alla stagione 2009/2010 è riportato nella ricognizione dei debiti del Comune di Gela per € 543.600, successivamente definiti con l’accordo del 27.8.2010 in € 500.000 (ma un semplice accordo può obbligare giuridicamente una amministrazione pubblica? Come mai non esiste un impegno giuridicamente rilevante da parte dell’Organo istituzionale deputato a sottoscrivere impegni di tale natura?).
Tuttavia, considerato che di questi € 500.000 il Comune sembra che abbia erogato solo € 100.000, a oggi il debito del Comune di Gela ammonterebbe a euro 400.000 più euro 80.200 relativi al costo di manutenzione del manto erboso per la stagione 2010/2011, quindi il totale debiti è di € 480.200 e non € 543.600. Considerato che, come riportato nell’articolo, il Sindaco e l’on. Crocetta avevano raccolto la somma di € 287.000, la parte mancante che ha determinato la mancata iscrizione del Gela Calcio e la scomparsa del calcio a Gela è stata di appena € 193.200.
Per una società che in cinque anni ha sostenuto costi per € 8.178.094 mi sembra illogico, sia da un punto di vista finanziario che aziendalistico, che un credito di € 193.200 (pari ad appena il 2,36%) o se vogliamo di € 480.200 (5,87% del totale costi) possa determinare il default di una società prestigiosa che era considerata una perla rara in termini di regolarità contabili e di adempimenti amministrativi e fiscali. Credo che cifre così irrisorie rientrino nella normale gestione di una società soprattutto se questi crediti sono vantati nei confronti di enti pubblici presi nella morsa delle ristrettezze finanziarie derivate dai tagli ai trasferimenti e dalla stretta del patto di stabilità.
c) – dagli allegati non si evince a quanto ammontano i contributi erogati e maturati da parte di altri Enti quali Provincia ed eventualmente Regione, per avere la percezione di quanto denaro pubblico sia stato utilizzato per avere la seconda divisione per quattro anni e la prima divisione per un anno. Tale importo chiaramente contribuisce ad aumentare il concorso dei contributi pubblici sui costi totali sostenuti dal Gela Calcio;
d) – in merito al costo di manutenzione del manto erboso mi preme segnalare che diversi enti affidano la gestione degli impianti sportivi comunali mediante procedure a evidenza pubblica, in cui le società si assumono tutti i costi di gestione e talvolta versano un canone (spesso di importo limitato – vedi la convenzione tra il Comune di Novara e il Novara Calcio neo promossa in serie A). Non capisco perché per il Gela Calcio è il Comune a dover pagare. In merito alla gestione delle spese per lo stadio esistono contenziosi di atavica durata (vedi Udine risolto con una transazione tra il Comune e l’Udinese Calcio e Bari che dopo vent’anni il Bari Calcio in Cassazione è stato condannato a pagare le spese per la gestione dello stadio);
e) – in Italia le somme erogate dagli enti locali alle società calcistiche cittadine, in generale, hanno un impatto significativo in termini di voti. Probabilmente molti di più che dare un tetto alle famiglie senza casa o un sostegno economico a quelle bisognose. Di certo ancora di più che impegnarsi per migliorare i servizi o salvare i propri bilanci dalla rovina. Almeno a giudicare dalla pioggia di euro che gli enti locali (comuni, province e regioni in testa), riversano su club calcistici e sportivi in genere. Magari il giorno dopo aver urlato contro il governo, perché nelle casse locali non c’è un centesimo per il bene dei cittadini.
Il logo di un comune o di una regione sulla maglietta dei calciatori raramente garantisce pubblicità vera al territorio. Tuttavia, manda un messaggio chiaro: gli amministratori sanno che il tifo sta a cuore alla gente e che il ritorno nelle urne è assicurato. In Italia sono diversi i casi di società che hanno sperperato denaro pubblico per poi dissolversi nel nulla (Foggia, Perugia, Livorno, Catanzaro, Salerno, Licata, Acireale, Messina, ecc…). Nel caso del Catanzaro, addirittura il Comune ha finanziato la squadra di calcio cittadina per evitarle il secondo fallimento in quattro anni di gestione disastrosa.
C’è l’amore dei tifosi, certo. In questo contesto economico sociale c’è anche chi si chiede se in epoca di vacche magre non ci siano questioni più urgenti che riguardino anche chi non va allo stadio. Il Sole24Ore mesi addietro ha fatto una stima del denaro investito dagli enti pubblici per sponsorizzare le squadre sportive di tutte le discipline, o almeno dei casi più clamorosi. Il contribuente ci rimetterebbe almeno 12 milioni di euro l'anno.
Ma basta aggiungere i casi scovati dal giornale di Confindustria per salire a 15. E chissà quanti altri sono meno pubblicizzati. La metà viene dalle regioni, le stesse in costante scontro sulla manovra economica del governo. Tra le più generose la Sardegna e la Sicilia. Anche il nostro governatore Raffaele Lombardo, prima di trovare l'accordo con il governo, aveva giudicato la manovra 2010 penalizzante per il Sud. I club sportivi siciliani però non hanno mai rischiato, ad alcune delle 522 società sono andati 1 milione e 200 mila euro. Neppure al Nord mancano Enti locali amanti dello sport. Per citare un caso, la Regione Piemonte ha finanziato con 200 mila euro l'Asystel Novara di volley e con 180 mila il Chieri Volley femminile.
In questo mio intervento suggerisco, per evitare altri default nel settore calcistico e sportivo in genere, di coinvolgere esponenti dei tifosi e degli enti territoriali dato che le società di calcio hanno la peculiarità di rappresentare il territorio del quale sono espressione. Portano spesso il nome e i colori della città, hanno una folta schiera di tifosi che ne seguono le sorti con passione. In una situazione del genere è chiaro che il fallimento di una squadra non è per nulla indolore per la comunità, in termini sportivi, sociali, economici e di immagine.
In sostanza bisogna pensare a un modello di governance che coinvolga sia le istituzioni locali sia i tifosi a supporto del fenomeno sociale più rilevante di un territorio. L'idea non è nuova e trova interessanti esempi anche all'estero, si pensi in particolare al caso della Germania, una delle poche realtà europee con i conti in attivo. Il modello tedesco si caratterizza per il fatto che coinvolge le comunità dei tifosi e le istituzioni nella governance societaria. Una delle caratteristiche delle società di calcio tedesche è la cosiddetta «regel 50+1», secondo la quale almeno il 51% della proprietà deve essere nelle mani di un'associazione sportiva – fortemente radicata sul territorio e di cui fanno parte i tifosi – il cui voto è determinante per la nomina degli organi sociali. Questa regola, oltre a ridurre il rischio di speculazioni, ha il pregio di potenziare il ruolo del tifoso e del territorio, che diventano parte attiva del progetto societario.
È evidente che il sistema tedesco non può essere esportato in Italia. L'idea però di trovare una via italiana al coinvolgimento virtuoso di tutta la comunità (istituzioni, associazioni e tifosi), nelle società di calcio, potrebbe dare un impulso positivo al sistema. In Italia, per esempio, si potrebbero coinvolgere le istituzioni, inserendo nei consigli di amministrazione anche qualche rappresentante politico insieme a tifosi e imprenditori.
Infine, bisognerebbe rendere obbligatorio il settore giovanile magari imponendo alle società professionistiche di avere diverse squadre nei campionati minori dove fare giocare i giovani del vivaio da utilizzare in prima squadra. A Gela gli ultimi calciatori gelesi che hanno giocato nella nostra squadra sono stati Marco Comandatore ed Emilio Docente. Il primo frutto della storica Juventina Gela degli Alabiso che, con quasi tutti calciatori locali, conquistò la C2. Mi sembra che anche questo sia un fallimento per il calcio gelese, non essere riuscita, in oltre un quindicennio di serie C, a far emergere giocatori locali, segno che c’è stata una scarsa attenzione al settore giovanile.
La mia speranza è che la vicenda del Gela Calcio possa servire da insegnamento a tutti, tifosi, imprenditori, politici e dirigenti di società sportive per far si che Gela possa riprendersi il ruolo che le compete nel panorama sportivo e calcistico, in particolare, attuando due principi: una nuova governance e facendo leva sul settore giovanile. A volte ripartire dai campionati minori può essere utile per puntare sui giovani locali e formare il vivaio che è indispensabile per fornire giovani talenti alla prima squadra. Ricordiamoci che in Sicilia il Palermo, il Catania e il Messina, a seguito delle gestioni fallimentari di qualche anno fa, sono state declassate e hanno ripreso dai campionati minori rispetto alle potenzialità che le città esprimevano. Con l’avvento dei Zamparini, Pulvirenti e Franza sono ritornati in serie A.
Mentre il Messina è precipitata nei dilettanti, il Palermo e il Catania resistono, ma fino a quando? Fino a che rimarranno i Zamparini e i Pulvirenti? E' giusto questo? E’ giusto che un imprenditore debba mettere a repentaglio il proprio patrimonio per il calcio? Debba sottrarre risorse alla propria azienda e/o alla propria famiglia per il calcio? E poi se un privato decide di rischiare, perché il Comune o gli Enti in generale ogni anno dovrebbero elargire a fondo perduto milioni di euro? E’ giusto sottrarre risorse ai cittadini o aumentare le tasse locali per il calcio o lo sport in genere? Un Comune può dare contributi a pioggia a società di calcio, pallacanestro, pallavolo ecc…?
Se il Gela Calcio ogni anno racimolava, appena un paio di centinaia di abbonamenti, se allo stadio non c’era mai il tutto esaurito, se dopo il preannunciato forfait (una anno fa) dell’Ing. Tuccio nessuno si è fatto avanti? Qual è la colpa del presidente Tuccio, del Comune, del Sindaco o dei politici in generale? L’articolo 6, comma 9, del decreto legge 78/2010, che ha introdotto il divieto di effettuare spese per sponsorizzazioni da parte degli Enti Locali, è caduto come una mannaia nel mondo dello sport. Cercare di camuffare una sponsorizzazione in un pseudo progetto espone gli organi politici al rischio di vedersi contestato un danno erariale dalla Corte dei Conti. Anche dare gratuitamente la concessione di un impianto sportivo espone a responsabilità gli amministratori locali. Oggi da tutte le strutture pubbliche un ente locale deve trarre risorse per la collettività, addirittura i beni del patrimonio comunale, che non vengono utilizzati, possono essere dismessi per fare cassa.
Oggi è inutile cercare i colpevoli del fallimento del Gela Calcio; a Gela è successo quello che è successo in tante altre realtà calcistiche, anche più prestigiose; è la legge del calcio, di questo calcio malato, dove i campionati li vince chi mette più soldi, chi compra più calciatori, magari pagati a peso d’oro. Questo è un calcio dopato e la politica non si può far contagiare. La politica oggi ha troppe e gravi problematiche da risolvere. Diverse sono le attese dei cittadini, ma le risorse sono insufficienti per dare una risposta a tutti. Bisogna adottare una politica basata sui tagli e sull’eliminazione degli sprechi.
Ci rendiamo conto che in cinque anni il Gela Calcio ha bruciato più di otto milioni di euro? Cosa poteva fare l’Ing. Tuccio oggi con quella somma? Piscina, Teatro, Cinema, Pista di atletica ecc. Penso che sarebbe passato nella storia e al contempo avrebbe creato per se e la sua famiglia un business e per la città delle strutture vivibili. Magari oggi ci ritroveremmo una squadra in serie D, con tutti o quasi calciatori locali e con un bilancio della società di calcio sempre in attivo, perchè ogni anno avremmo piazzato qualche giovane locale in un club prestigioso.
Allora Ing. Tuccio e sindaco Fasulo perché perdersi nella polemica sterile, perché non lavoriamo insieme a tutti gli sportivi che hanno a cuore il calcio, per un nuovo Gela Calcio che si proponga, tra gli altri, questi obiettivi primari: valorizzazione dei giovani locali e pareggio di bilancio; in sostanza una nuova governance. Credetemi Gela pullula di talenti calcistici, basta organizzare adeguatamente un buon vivaio. Il futuro del calcio è in pericolo e tutte le società sono fortemente indebitate e a rischio di fallimento se verrà trascurato lo sviluppo e la crescita dei vivai. Ricordiamoci che il Barcellona ha vinto la Champions League utilizzando ben undici elementi del proprio vivaio, Messi compreso.
Salvatore Sauna (Economista, ex calciatore US Terranova)
Autore : Redazione Corriere
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