notizia del 07/04/2004 messa in rete alle 09:36:18

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La mostra Ta Attika ridà lustro al Pignatelli
E’ dalla rifondazione di Gela ad opera di Federico II che cominciò la sua crescita regolare dell’insediamento abitativo e, come in tante altre città, con il trascorrere del tempo, gli edifici si svilupparono con determinate caratteristiche storico-architettoniche in equilibrio tra loro, sia all’interno della cinta muraria che all’esterno dell’antico nucleo. Le prime identità urbane si espressero, negli isolati con i cortili interni, mentre i lotti ottocenteschi si svilupparono sulle assi viarie principali.
Questo equilibrio non è più visibile nella moderna Gela, purtroppo, in quanto l’avvento della grande espansione urbana negli insediamenti abitativi non pianificati ha portato in crisi il rapporto di equilibrio tra la città del passato e quella odierna.
Nonostante ciò il nucleo antico, tra mura sgretolate, edifici abbandonati e vecchi bastioni, riesce a conservare una certa unità ma che ha bisogno, per essere capito, di un’attenta lettura e di una riqualificazione dei suoi elementi più rappresentativi.
E’ inutile dire, quindi, che la precedenza va data alle manutenzioni ed alle integrazioni delle vestigia che ancora oggi è possibile riscontrare nella nostra città, sia che si trovino in stato di abbandono o che abbiano subito devastazioni.
La restaurazione in un manufatto non significa limitarsi a reintegrarne le funzioni e l’aspetto originale e, in casi di danno gravi, cercare semplicemente di frenarne la distruzione: e sul progetto di risanamento che si deve fondare il presupposto della restituzione architettonica, e quindi storica, dell’impianto originario.
Mi è doloroso constatare quanto sia diffuso, anche a Gela, questo male tutto italico di sottovalutare il problema della consistenza originaria dei manufatti lasciatici in eredità dai nostri progenitori mentre, invece, abbiamo bisogno di leggere per capire, di conoscere per crescere e vivere bene. Abbiamo bisogno di avere chiaro in mente il volto della nostra città con tutti i suoi tratti somatici ben distinti. Possiamo e dobbiamo riproporre la nuova strategia urbana basata sul recupero della nostra identità, cominciando dall’analisi storica della città disegnata dai nostri avi.
Non ultimo l’interesse turistico, in un eventuale quanto immediato sviluppo, de-ve essere tra gli obiettivi primari di ognuno di noi. Il richiamo culturale risiede nei monumenti che punteggiano il nostro tessuto urbano e danno particolare maestà al suo aspetto ed è con esso che si contribuisce ad aiutare il visitatore a riflettere sull’immagine migliore della nostra città.
Con questa fede e con l’occasione della prestigiosa mostra internazionale “Ta Attika. Veder greco a Gela. Ceramiche attiche figurate dell’antica colonia” che ci permette di leggere il nostro illustre passato pre-federiciano, mi sono permesso di approfondire la lettura, in chiave storico-architettonica, del prestigioso Palazzo Pignatelli Roviano che ospita i preziosi manufatti.
Il Palazzo Pignatelli, sito in corso Salvatore Aldisio, fu realizzato in due tempi: nel 1878 avvenne la costruzione di un primo corpo a forma di “U” mentre intorno al primo decennio del 1900 l’edificio fu completato, più sobriamente ma sempre in stile, nella definitiva forma di una “scatola muraria quadrata”; infatti con il prolungamento delle ali e la chiusura del retro del manufatto si venne a formare sul terreno un groppo quadrato, articolato su due elevazioni, con cortile interno centrale come ancora oggi si conserva.
Nella sua quadrangolare e imponente mole di 46 metri per 14 di altezza, priva di forti aggetti, emerge con semplicità ed eleganza l’armonia del prospetto principale; esso è ritmicamente scandito orizzontalmente da due ordini di finestroni e serrato agli angoli del piano terreno da una robusta bugnatura. Questa facciata, prospiciente l’attuale corso, rispecchia chiaramente il razionalismo neoclassico: rettilinea, piatta, quasi senza membrature, qualificata al primo piano soltanto dall’allineamento ritmico delle finestre, intervallate da lesene con capitello a volture laterali, che riflettono in un ordinato sviluppo di linee sia orizzontali che verticali il dovuto rispetto delle proporzioni. La linearità del prospetto principale è accentuata dalla cornice di interpiano rinforzata da finte balaustrine colorate in bianco, alla base delle finestre del piano superiore e dallo scabro cornicione con parapetto pieno che corona l’intero edificio.
Al piano terreno del prospetto principale si nota il ritmo dei 6 finestroni architravati con la centro il grande portale d’ingresso, in conci a bugnato liscio, sovrastato da trabeazione a balcone; al piano superiore invece, oltre la porta-finestra con timpano triangolare per l’accesso al balcone, si svolgono in superba sfilata i 6 finestroni reggenti alternativamente timpani triangolari e arcuati.
La facciata posteriore è simmetricamente disposta a quella principale ma impoverita nel ritmo per l’assenza delle lesene; le facciate sulle vie laterali, anch’esse in simmetria tra loro, sono invece fornite ognuna di 12 finestroni privi di cornici al piano basso e 12 finestroni architravati al piano superiore.
Degli originali ingressi, disposti al centro di ogni facciata, sono sopravvissuti, nella loro funzione, i due disposti secondo l’asse nord-sud. Sulla facciata nord, si apre l’ingresso principale del palazzo e un lungo e spazioso corridoio attraversa l’edificio da un ingresso all’altro; entrando, a destra di questo corridoio, tramite un ampio scalone balaustrato, a pozzo rettangolare e sostenuto da due grandi colonne, si accende al piano nobile.
Il cortile, centralmente disposto nell’edificio e ampio 29x17 metri, attualmente si presenta delimitato da portici chiusi da grandi vetrate che, oramai, trasformati in ambulacri girano lungo i lati del cortile.
La volta degli ambulacri è a botte mentre quella delle varie sale interne, presenti in numero di circa 20 al piano terreno e tutte direttamente illuminate da ampie finestre, sono a padiglione; altrettante sono, in egual numero, le sale al piano superiore. I vani più ampi, di forma rettangolare, sono sui lati nord e sud e sono tutti direttamente illuminati dalle ampie finestre.
I prospetti verso il cortile sono scanditi dal ritmo simmetrico dei fornici a tutto sesto dei portici e delle squadrate finestre del piano superiore. Originariamente i fornici erano chiusi in basso da una parete in muratura e in alto da una finestra ad arco.
La forma rettangolare del cortile presenta invero una “capricciosità” architettonica in contrasto con lo stile lineare dell’edificio; infatti, in un retaggio di barocco, in ognuno dei quattro angoli, all’incrocio delle pareti del geometrico cortile, emerge verso l’interno un movimento cilindrico, che si sviluppa in altezza con l’edificio, a forma di “torrino”; la presenza di piccole finestre tondeggianti accentuano ancor più la “mossa” di questi piccoli settori circolari.
La copertura, invece, anche se scarsamente visibile dal piano stradale, non mostra le stesse simmetrie di intervento presenti nell’edificio. Strutturalmente concepita a tetto con capriata in legno e tegole a coppi presenta nel corpo della fabbrica verso l’ingresso principale, cioé a nord, la forma a padiglione, mentre negli altri tre corpi murari, a sud, est e ovest, ha la pendenza ad una falda verso il cortile.
Il palazzo fu la sede del “Collegio-Convitto Principessa Roviano Pignatelli di Terranova” che fu fondato dalla stessa Principessa Anna Maria Pignatelli di Roviano col suo testamento del 24 settembre 1842, legando alla Compagnia di Gesù una rendita sopra dei beni stabiliti; tale titolo, legato per usufrutto al coniuge Principe Roviano, venne conseguito, in qualità di erede universale, dopo l’espulsione dal regno dei Gesuiti, dal cardinale Sisto Riario Sforza Arcivescovo di Napoli, nell’anno 1895, anno in cui il Principe cessò di vivere.
Eretto in corpo morale con Regio De-creto 20 novembre 1870, il Convitto Pignatelli Roviano fu istituito nel 1875. Il Comune si impegnò alla costruzione di un adatto edificio, quello attuale, che fu inizialmente realizzato nel 1878 su progetto dell’ing. Angelo Di Bartolo.
Fino dalla sua ultimazione, il Convitto Pignatelli, oltre ad ospitare al piano superiore il convitto vero e proprio, cioé un collegio per studenti provenienti dai paesi limitrofi, ospitò al piano terreno diversificate attività scolastiche: il R. Ginnasio di Gela (dal 1884), il Liceo parificato (dal 1892), il Regio Liceoginnasio “Eschilo” (dal 1934 al 1974), la scuola media statale, in successione la “Paolo Emiliani Giudici” e la “Enrico Mattei” (sino al 1985). Lo stesso palazzo, vide ospitare provvisoriamente anche altre attività: tra cui la biblioteca comunale, la sede del comando tedesco di stanza a Gela durante l’ultima guerra, gli uffici comunali durante la costruzione dell’attuale Municipio, all’inizio degli anni ‘50, nonché un orologio pubblico con suoneria e campana, posizionato sul tetto in asse con l’ingresso principale, dal 1925 al 1965.
L’edificio, attualmente sede di manifestazioni culturali, è di proprietà della Opera Pia della Curia Vescovile di Piazza Armerina ed è ancora in fase di restauro e di risanamento conservativo ad opera della Regione Siciliana.
(Arch. Francesco Russello)
Autore : Redazione Corriere
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