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notizia del 26/03/2010 messa in rete alle 23:41:09
Presentazione a Gela de “Il Codice d’Arrigo dello scrittore Marco Trainito
Lunedì prossimo 29 marzo, nella sala consiliare del Comune, appuntamento culturale alle 11,00 con il libro “Il Codice d’Arrigo” edito da Anordest, di Treviso, l’ultima fatica letteraria del saggista gelese Marco Trainito (nella foto), che ha rivisitato il romanzo del messinese Stefano d’Arrigo “Horcynus Orca”. Si tratta di una riedizione ampliata de “Il mare immane del male”, che era stato pubblicato nel 2004 da Cerro Edizioni. Oltre all’Autore, alla presentazione del libro interverranno Corrado Ferro (dirigente scolastico Liceo Eschilo), ed Emanuele Antonuzzo (moderatore).
Qui di seguito, pubblichiamo la recensione
Il saggio “Il Codice D’Arrigo”, di Marco Trainito, edizioni Nordest 2010, deve il titolo a “Codice siciliano”, la sola raccolta di versi dell’autore messinese Stefano D’arrigo, pur se lo stesso Trainito ammette, nella prefazione e in successive interviste televisive, la sua intenzione di secondo livello di fare il verso a Dan Brown (autore nei confronti del quale non sembra nutrire eccessivo trasporto) e del suo “Codice Da Vinci”. D’altra parte quasi lo stesso ha fatto lo scrittore torinese Bruno Gambarotta, parodiandolo con il suo “Codice Gianduiotto”.
Con buona pace di Dan Brown, esaurito questo preambolo doveroso sul senso del titolo dato da Trainito al suo esauriente saggio, che nulla ha di ironico e/o istrionesco, passo e spendere due parole sulla sostanza di un testo che dimostra, oltre all’evidente ammirazione, l’affezione, la dimestichezza e la lunga e reiterata frequentazione di Trainito con l’opera di D’Arrigo. In questo saggio l’Autore esplora con minuziosa precisione non solo “Horcynus Orca”, l’opera monumentale di D’Arrigo, edita per i tipi di Mondadori nel 1975 e riedita nel 2003, ma anche la sua più snella seconda ed ultima opera “Cima delle nobildonne”, compiendo, di entrambi i testi che costituiscono l’intera produzione letteraria in prosa di D’Arrigo, un’esegesi acuta, completa, puntigliosa e, probabilmente, definitiva; utile a quanti abbiano affrontato la lettura dei testi esaminati per comprenderne le molteplici chiavi di lettura, ma sicuramente necessaria a quanti, non avendolo ancora fatto, intendano accostarsi all’opera di D’Arrigo con la cognizione di ciò che si troveranno ad affrontare. Una navigazione perigliosa nelle correnti insidiose dello Stretto, tra i flussi e i riflussi delle maree di “Scill’e Cariddi” che già avevano travagliato l’Ulisse omerico, qui rappresentato dal novello ulisse ‘Ndrja Cambrìa.
Già, perché, come fa notare Trainito nel suo saggio, “Horcynus Orca” è da intendersi come un romanzo del nostos, del ritorno a casa dell’eroe. Una storia “on the road” (cfr. J.Kerouac, menestrello, insieme ad A. Ginsberg, della “beat generation”) che, nel corso della narrazione, gradatamente si trasforma (riecheggiando Melville e Conrad e altri scrittori del calibro di Hemingway con il suo mitologico “Il vecchio e il mare” e il nostrano Raffaello Brignetti con “La spiaggia dorata”, storia di un meta agognata che, raggiunta, si trasforma in disillusione fatale) in storia “on the sea”. Una narrazione che si dipana nell’arco di quattro giorni, ma in cui questi brevi momenti si dilatano a dismisura fino ad assorbire in sé l’Uomo e la sua Storia, presente, passata e futura.
Dalla tradizione letteraria greca a quella della Magna Grecia, quindi, dai nostos (di cui si possiedono soltanto pochissimi versi e nel cui filone s’inserisce l’Odissea di Omero), attraverso l’Ulisse di Joyce, a “Horcynus Orca” si compie così un altro “ritorno”, e il cerchio si chiude col romanzo epico così ben scandagliato dall’autore nel suo saggio, sviscerato o eviscerato quasi si trattasse della stessa “fera” che scompagina, col suo apparire, la società dei marinai e pescatori dello Stretto. Trainito fruga le interiora di “Horcynus Orca” (pagine, paragrafi, parole, sillabe) alla ricerca del filo conduttore del pensiero d’arrighiano, di quell’atomo lessicale che lo stesso D’arrigo ricercava con implacabile serietà, con ossessiva determinazione, dando vita ad uno sperimentalismo linguistico che, se da un lato lo rende “fenomeno” della lettaratura italiana del ‘900, dall’altra ne ingabbia la notorietà, in quanto rende estremamente ardue le traduzioni in lingue straniere.
L’autore, nelle note contenute nel suo saggio, avverte della difficoltà di comprensione dell’iperlinguaggio di D’arrigo per i non siciliani ma, citando in prefazione il critico letterario straniero George Steiner, tiene a precisare che egli, pur trovandolo impervio nonostante una sua certa dimestichezza con la nostra lingua, affermava di essere stato colpito profondamente da questo romanzo, capace di trasformare il panorama interiore del lettore. Questa è la caratteristica essenziale di un’opera artistica, letteraria come pittorica o musicale: incidere, lasciare un segno nell’intimo del fruitore e, da quel momento, accompagnarlo nella vita. Trainito, col suo saggio, mette in luce e comunica al suo lettore che tutto ciò esiste ed è contenuto negli scritti di D’Arrigo.
Raffaello Bovo - Narratore torinese autore del romanzo Nessuna terra al mondo
(Albatros Il Filo, Roma 2009)
Autore : Redazione Corriere
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