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Corriere di Gela | Dialogo sulla laicità tra Giulio Giorello e Marco Trainito
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notizia del 15/05/2006 messa in rete alle 22:49:54

Dialogo sulla laicità tra Giulio Giorello e Marco Trainito

Il 28 aprile scorso, presso l’Auditorium dell’Hotel Phalesia di Piombino, si è svolta una conferenza filosofica dal titolo “A Cesare e a Dio: dialoghi sulla laicità”. L’incontro, patrocinato dall’Assessorato alle Politiche culturali del Comune di Piombino, faceva parte del progetto “Intersezioni culturali ’06” del locale Liceo Classico Statale Carducci, curato dalla dott.ssa Ebe Serni, docente di Storia e Filosofia dello stesso Liceo. I relatori sono stati Giulio Giorello (nella foto con Marco Trainito), noto professore di filosofia della scienza all’Università degli Studi di Milano, allievo di Ludovico Geymonat e poi amico e studioso di Karl Popper, e il nostro concittadino Marco Trainito, docente di discipline filosofiche e psico-pedagogiche al Liceo di Niscemi e tutor di filosofia del linguaggio e filosofia teoretica all’Università di Catania (sede decentrata di Gela), che proprio a Giorello ha dedicato un intero capitolo del suo volume di epistemologia Popper e il Wittgenstein antropologo. Un’ipotesi di confronto, edito nel 2000.
Nel suo intervento, Giorello ha illustrato le tesi da lui sostenute nel fortunato pamphet Di nessuna chiesa. La libertà del laico, edito dalla Raffaello Cortina Editore nel 2005. Secondo Giorello, l’odierna offensiva clericale e teo-con contro il laicismo e il relativismo, guidata in Italia dall’ex presidente del Senato Marcello Pera (un tempo anch’egli discepolo di Popper, ma recentemente attestatosi su posizioni teo-con vicine a quelle di Ratzinger), è un tentativo autoritario di impoverire la nostra ricchezza storica e culturale sulla base del presupposto che sia la Chiesa a custodire l’unico fondamento di Verità – rivelata e infallibile – su cui si reggono l’identità e il destino stesso dell’Occidente (da qui la ri-chiesta di inserire un riferimento alle radici cristiane dell’Europa nella Costituzione Europea, già avanzata da Karol Wojtyla). Il relativismo, sostiene Giorello sulla scorta di autori come Milton, Stuart Mill, Popper e Feyerabend, è il nuovo “spettro che si aggira per l’Europa” per i nuovi reazionari del terzo Millennio. Ma un esame più serio della questione dimostra che esso non consiste nel “lasciarsi portare qua e là da ogni vento di dottrina” (come sostiene Ratzinger), né implica l’“equivalenza delle culture”, ovvero l’arrendevolezza di fronte a qualsiasi forma di vita e di pensiero, compresa quella di chi vuole annientare l’Occidente con il terrorismo internazionale (come sostiene Pera). Al contrario, il relativismo ha alla base il fallibilismo, la tolleranza democratica, la critica razionale a ogni pretesa fondamentalista e la scelta libera di scegliere, nonché l’idea che qualsiasi opinione o forma di vita debba avere il diritto a una pubblica difesa in una società veramente aperta e libera. E questo è tutt’altro che un at-teggiamento arrendevole e passivo di fronte a una presunta equivalenza intangibile delle culture. Infatti, come egli scrive, “là do-ve abbiamo buone ragioni per credere nella verità di una teoria o nella bontà di una norma, non possiamo escludere in linea di principio che si possano trovare argomenti per teorie o norme ri-vali. È da tale possibilità che le nostre teorie o norme traggono forza e consistenza”. A questo proposito Giorello ama citare una celebre battuta di Popper che sintetizza l’auspicio della proliferazione delle teorie e della scelta in favore del pluralismo delle visioni del mondo: “Se non ci fosse stata la Torre di Babele, avremmo dovuto costruirne una”.

Sulla base di questo quadro concettuale, nel suo intervento Marco Trainito (già autore de Il mare immane del male. Saggio su “Horcynus Orca”, edito nel 2004) ha messo a frutto le tesi di Giorello presentando un saggio dal titolo Il metodo laico. Identità aperta e memoria plurima dell’Occidente in “Cima delle nobildonne” di Stefano D’Arrigo, di cui un estratto è stato anticipato qualche settimana fa sulle colonne di questo giornale. Prima di addentrarsi nell’analisi in chiave ermetica e sapienziale di Cima delle nobildonne, Marco Trainito ha illustrato, da una prospettiva wittgensteiniana, l’impossibilità di una definizione rigorosa della nozione di “laicità”. In particolare, egli si è soffermato su due dei suoi molteplici significati: quello che esprime una opzione immanentista (contro ogni mortificazione della realtà concreta in nome di una presunta trascendenza accessibile solo agli eletti di qualche fede religiosa) e quello che riconduce alla valorizzazione della “molteplicità” (nel senso del Calvino delle Lezioni americane) o dell’“abbondanza” (nel senso di Feyerabend). Nel secondo romanzo dell’autore di Horcynus Orca, poi, Marco Trainito ha ravvisato un approccio laico che dà voce a tutta la complessa trama della memoria culturale dell’Occidente, che comprende non solo la componente ebraico-cristiana, ma anche e soprattutto quella araba e quella greco-romana, nonché quelle provenienti dall’antico Egitto e dalle più antiche civiltà mesopotamiche. “Il metodo laico”, sostiene Trainito, “dovrebbe distinguere chi, come si è espresso Giulio Giorello, è ‘di nessuna chiesa’, e pertanto non riconosce rivelazioni divine e dogmi religiosi, né presume una gerarchia assiologica tra fedi e credenze storiche, ma tratta ogni fede e ogni dogma come ulteriore figura del mito, come un luogo culturale segnato da tracce esclusivamente umane e da percorrere come un borgesiano giardino di sentieri che si biforcano e si dirigono potenzialmente in ogni altro spazio-tempo all’interno del frattale della mappa totale della nostra Memoria”.
Il dibattito con il pubblico toscano, composto da studenti, personalità politiche e intellettuali, è durato oltre tre ore ed ha testimoniato il notevole grado di interesse che questi temi, pur così sofisticati, suscitano nel nostro tempo.


Autore : Redazione Corriere
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