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notizia del 01/03/2003 messa in rete alle 21:51:16
Industrializzazione senza sviluppo (parte 2ª)
Pubblichiamo la continuazione del libro di di Eyvind Hytten e Marco Marchioni “Gela, industrializzazione senza sviluppo”.
La prima parte è stata pubblicata la scorsa settimana.
Un fenomeno, invece, più interessante ai fini della comprensione del "particolare sviluppo" avutosi a Gela, è la nascita ed espansione rapidissima di nuovi quartieri popolari. Non ci riferiamo a quartieri di case popolari costruite dall'ente locale o da altri enti pubblici regionali o statali (3), ma alla crescita spontanea di nuovi conglomerati occasionali di case che sono andati sorgendo in questi anni a ridosso dei vecchi quartieri della città.
Sia il vecchio Piano Regolatore — bocciato anni fa dalla Commissione Provinciale di Controllo — che il nuovo (approvato da pochi mesi dal Consiglio Comunale ed in corso di approvazione da parte degli organi regionali) vedono la fondamentale espansione edilizia di Gela sulla direttrice centrale del paese ed in direzione ovest, cioè verso Capo Soprano, nell'evidente tentativo di collegare la città con il Villaggio residenziale di Macchitella e con la zona più disponibile per le costruzioni. Nello stesso modo i due piani prevedevano la necessità di rinverdire tutta la parte collinare prospiciente la pianura in quanto considerata malsana. Nel vuoto urbanistico-legislativo tra i due piani, invece, tale zona è andata riempiendosi di costruzioni: i privati — in questo caso lavoratori della campagna, emigrati, manovali edili — hanno risolto individualmente il problema della casa e lo hanno fatto, cosa del tutto naturale, nei termini da loro conosciuti: cercare un terreno non troppo caro, costruire alla giornata, cioè man mano che si dispone di denaro. La divisione interna di queste costruzioni è migliorata nel senso che si dispone di maggiore spazio e, quindi, di più vani. La base economica di questo "sviluppo" edilizio è soprattutto costituita dalle rimesse degli emigranti: la casa continua ad essere considerata il più sicuro degli investimenti. La mancanza di prospettive e di una vera politica della casa portano a questi tipi di sviluppo edilizio che, alla lunga, nuoceranno a tutti e che, per il momento, sono le classi più povere a pagare pesantemente. Il centro del paese è costituito dalla piazza centrale e dal corso Vittorio Emanuele (o Salvatore Aldisio) che attraversa tutto l'abitato in senso longitudinale.
La piazza ed il corso sono gli elementi naturali di riunione della cittadinanza. Attorno ad essi gravitano tutti i servizi pubblici fondamentali, così come le sedi dei partiti politici, dei sindacati e di altre organizzazioni. Nella piazza vengono tenuti i comizi politici e sindacali. Su di essa si affacciano i simboli del potere antico e moderno: la Chiesa Madre, la sede di alcuni partiti politici, le agenzie di due banche siciliane (altre due sono nelle immediate vicinanze).
Al centro del marciapiedi, di fronte alla chiesa, campeggia una statua raffigurante Cerere: spettacolo alquanto strano in Sicilia, per le sue nudità. La statua sovrasta la folla dei contadini parlanti. La sua collocazione risale a non molti anni addietro e non al periodo fascista, come si è portati naturalmente a ritenere. Le nudità della dea non sono più motivo di scandalo o di sorpresa; si provvede soltanto alla sua copertura nei giorni della festa per il patrono della città; in tale occasione servirà da punto di appoggio ad innumerevoli lampadine colorate che nasconderanno il corpo della dea ai partecipanti alla processione solenne.
La piazza è attraversata dalla strada che conduce al mare e al lungomare. Il quadrivio cui dà vita, incrociando il corso, è senz'altro il punto centrale del traffico cittadino; proseguendo sul corso verso est si arriva al moderno Museo Nazionale, al Commissariato di P.S., al supermercato Util, al grattacielo di Gela — orribile mostra della nuova edilizia borghese — per poter poi nuovamente scendere al mare e raggiungere, lungo una rovinatissima strada provinciale, lo stabilimento Anic.
Proseguendo sul corso in direzione ovest, invece, ci incontriamo con la maggiore estensione del comune, con i grandi quartieri popolari sulla destra; la città continua ad allungarsi in questa direzione fino alla collina di Capo Soprano dove le costruzioni cominciano a diradarsi.
Il tratto di corso che va dalla piazza alle antiche mura federiciane di Terranova — più o meno un chilometro — è senza dubbio il tratto socialmente più importante ed è quello destinato al classico passeggio, tuttora un costume attuale ed appariscente nelle forme tradizionali consuete.
In questo tratto del corso si trovano i principali negozi di abbigliamento, i gioiellieri, le due uniche vere librerie-edicole, molti uffici pubblici e privati.
Immediatamente al di là di questo tratto, sempre sul corso, affacciata sul mare, si trova la Villa Comunale, bella per alberi e piante. Purtroppo al di sotto una enorme scarpata si estende fino al lungomare, invasa dai rifiuti e dalle erbacce (in questa zona dovrebbero sorgere una piscina e due campi di pallacanestro).
Proseguendo sempre nella stessa direzione troviamo la concrezione fisica di uno dei fatti più anomali dell'intera situazione fisica in uno dei fatti più anomali dell'intera situazione sociale del Comune di Gela: l'esistenza del mercato libero dei braccianti che ha preso corpo nello spiazzale della brutta chiesa moderna di San Giacomo. I braccianti vi sostano per ore, nel pomeriggio, in attesa dei datori di lavoro. Il nero predomina su ogni altro colore.
Il mercato libero dei braccianti sembra costituire un nuovo centro sociale, a ridosso dei quartieri più poveri ed assume un chiaro significato di differenziazione sociale. In termini semplici si potrebbe affermare che mentre la piazza è frequentata praticamente dai soli proprietari e coltivatori diretti, i braccianti sostano lì dove abbiamo segnalato; il corso sembra essere fondamentalmente utilizzato dalla borghesia, dai giovani, dagli studenti.
I giovani tecnici ed operai di provenienza esterna — principalmente da altri centri siciliani — si sono andati a cercare altri luoghi per i propri incontri: uno di questi è il bar del Villaggio, specialmente nei mesi estivi; un altro è il tratto di strada che, partendo dalla piazza, si collega ad una seconda piazza dove si affaccia il Municipio (orribile mostra di architettura fascista, voluto dall'on. Aldisio) e dove si trova un ampio parcheggio per autovetture. In questo tratto di strada, che proseguendo raggiunge il mare, si trovano alcuni bar, rivendite di giornali e tabaccai.
In un certo senso, la stratificazione sociale sembra così prendere corpo in modo visivo; il problema della integrazione sembra inoltre guardare non solamente la nuova classe di "industriali" e la comunità locale; quest'ultimo aspetto si inserisce ed acutizza il precedente assestamento sociale che vede una chiara divisione tra proprietari di terra e proprietari di forza-lavoro; tra contadini e borghesia.
Il nuovo quartiere residenziale o Villaggio di Macchitella ha contribuito a rendere più evidente la disgregazione sociale ed urbanistica dell'abitato, operando come elemento di catalizzazione e di comparazione.
Il villaggio giace sull'antico Piano Notaro, un feudo di un grosso proprietario terriero di Gela. L'azienda provvide ad acquistare una grande area che solamente in parte è stata edificata. Il secondo lotto di costruzioni, previsto inizialmente, non è stato ancora realizzato. Il Villaggio, o quartiere, ospita attualmente circa 700 famiglie che occupano appartamenti distribuiti in palazzi, palazzine e villette. Vi è un'ampia zona destinata al verde che, però, è tutt'oggi molto scarso.
Il Villaggio è costruito secondo schemi urbanistici moderni: spazi liberi, dotazione di attrezzature (scuole, clinica, chiesa, shopping center, mercato ortofrutticolo e ittico, ecc.).
Un baraccone di legno ospita il Dopolavoro per i dipendenti dell'azienda. Il villaggio è costruito a ridosso del mare e dispone di una bella spiaggia in parte attrezzata e in parte libera.
Nella mente dei creatori, il villaggio doveva essere autosufficiente, costituire un nucleo separato e differenziato dalla città di Gela, offrire tutta una serie di servizi moderni e funzionali ai propri abitanti, in modo d'evitare la necessità di recarsi al centro abitato per i bisogni quotidiani di vario tipo (si può notare, però, che manca nel villaggio qualsiasi struttura effettiva per il tempo libero).
La costruzione del villaggio fu — e lo è tuttora — motivo di polemica. Il problema fondamentale che esso solleva è legato alla scelta del luogo dove è stato costruito. Collocato alla estrema periferia del Comune, (in pratica al di fuori della città) esso rimane qualcosa di estraneo alla vita locale; rappresenta un'isola, un'oasi o un ghetto, a seconda delle interpretazioni che si vogliano dare.
È un'isola in quanto è estraneo alla cultura e alla vita della comunità nella quale avrebbe dovuto inserirsi e sulla quale avrebbe dovuto agire; il sistema stradale, per esempio, permette ai dipendenti dell'azienda che risiedono nel villaggio di andare e tornare dal lavoro senza passare per Gela. Essendo il villaggio autosufficiente, il dipendente Anic può evitare qualsiasi rapporto con la comunità locale (si raccontano a questo proposito strani episodi come quello del dipendente Anic che ha vissuto più di 4 anni al villaggio senza mai "salire" a Gela). Mancando di qualsiasi vera struttura per il tempo libero e per il tempo "da passare insieme agli altri" (in quanto il dopolavoro non assolve che in minima parte a questa funzione) il villaggio non offre particolari possibilità di vita collettiva e si riduce in pratica a un quartiere-dormitorio. I rapporti sono esclusivamente inter-familiari e comunque lasciati all'iniziativa personale. Un ampliamento di questa interpretazione è quello che vede il villaggio come un'oasi, nel senso di avere tutte le caratteristiche dell'isola anteriormente descritte, più alcuni benefici o privilegi dai quali vengono esclusi gli abitanti di Gela.
Per esempio la spiaggia e la clinica, fino a poco tempo fa, erano aperte solamente ai dipendenti dell'azienda; tutt'oggi il villaggio gode di una disponibilità di acqua molto superiore a quella degli abitanti del comune, per cui quelli del villaggio possono arrivare a lavare le proprie autovetture per le strade, mentre gli abitanti del comune ricevono l'acqua soltanto per alcune ore al giorno. Infine esiste una terza interpretazione, maggiormente acutizzata, che è quella di comparare il villaggio a un ghetto operaio. Cioè, in altri termini, il villaggio come tentativo, da parte dell'azienda, di mantenere i propri dipendenti isolati volutamente dalla comunità locale, in continuo ed evidente contrasto con gli abitanti della zona per quanto riguarda il proprio livello economico, il proprio "status" sociale, ecc. Cioè il tentativo di creare una aristocrazia operaia e tecnocratica, capace di esercitare richiami e pressioni sulla classe dei diseredati e dei sottosviluppati.
Autore : Redazione Corriere
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