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notizia del 05/03/2004 messa in rete alle 21:32:33
L’arte pittorica per la libertà
“Artisti per la libertà” è il tema che il Centro di Cultura e spiritualità cristiana “Salvatore Zuppardo” ha dato alla grande rassegna d’arte che sarà inaugurata martedì 2 marzo nei granai di Palazzo Ducale di Gela. La mostra che sarà aperta al pubblico fino al 12 marzo 2004 sarà inaugurata da Don Luigi Ciotti, presidente nazionale di Libera, dal presidente della provincia Filippo Collura, dagli assessori provinciali Piero Lo Nigro e Tilde Falcone e dal sindaco di Gela Rosario Crocetta.
Partecipano con loro lavori ben 16 artisti: Enzo Accardi, Croce Armonia, Pietro Attardi, Andreina Bertelli, Pino Caldarella, Nuccia Dentini, Michele Digrandi, Giuseppe Forte, Salvatore Incarbone, Antonio Insulla, Antonio Occhipinti, Salvatore Pepi, Giuseppe Petruzzella, Nunzio Pino, Giovanni Tabone e Giuseppe Tuccio.
La presentazione in catalogo è di Enzo Salsetta.
In pittura la libertà è La Marianne di Eugene Delacroix, con la coccarda in testa e la bandiera alzata.
E i francesi l’hanno persino regalata agli americani; in formato statua ad imitazione di colosso di Rodi, con tanto di faro - fiaccola in mano. La statua della Libertà, conosciuta dal mondo intero insieme alla Coca cola. E questo simbolo è diventata l’America stessa.
Rimane pur sempre una parola, un concetto; in arte non facilmente rappresentabile senza il rischio della retorica o del Kitch. E su questa parola antica che dal XVIII secolo è stata istituzionalizzata dall’occidente, non c’è più da discutere.
Dante, che è sempre bene citare quando si discute su questa materia, prende come modello di convincimento della libertà: Catone d’Utica.
Lo fa custode ed emblema del purgatorio. Il poeta intuisce che la condizione della libertà passa da una conquista purgatoriale, nel senso che alla libertà si accede dopo una pulizia da tutto ciò che è contrario ad essa. E ciò non vive solo fuori di noi ma soprattutto entro noi stessi.
E una volta conquistata, tale condizione consente persino di trovare dolce, per lei, anche il sacrificio della morte.
Nell’epoca contemporanea, in quelle aree dette democratiche, la libertà è un fatto: non c’è più da elaborarne il concetto, o idearne le leggi o renderla uniforme al sistema, bisogna solo sceglierla, decidersi ad usarla con tutto quello che essa richiede come impegno e appassionarsi ad essa, viverla autenticamente ed essere autenticamente se stessi.
Una delizia per gli spiriti artistici; che sono in perenne ricerca dell’autenticità. Ora, ciò cui si crede finisce sempre per concretarsi nella vita. E l’artista nella sua singolarità deve misurarsi con le emergenze aggressive che a lui arrivano dal mondo e dalla sua stessa vita che preme con i suoi bisogni essenziali soprattutto là dove questi non sono soddisfatti da un benessere o da una fortuna economica. Ma la maggior tirannide da vincere è la volontà del gusto dei destinatari: del pubblico che vuole si celebri e rappresenti il conformismo che lo identifica.
La libertà è un mezzo con cui si può accedere ad una nuova centralità della configurazione storica, tale da poter decifrare il senso totale della vita al di là, delle comuni dottrine. La libertà stessa si fa sfinge, mistero da decifrare e l’artista, almeno quello vero, cerca delle coordinate di riferimento.
Mi sento di affermare che la maggiore coordinata è la Giustizia.
Una vera Mimesis non può avvenire se gli occhi dell’artista non sono illuminati dalla Dike.
L’artista non se ne può allontanare se veramente desidera la luce della conoscenza che deve essere elaborata dalla sua unicità, dal suo individuale discernimento. Avere innanzi agli occhi la giustizia significa essere nelle condizioni di Aletheia, di disvelamento, di accesso ad una visione del mondo altra da quella conformistica. Essa rivela aspetti più profondi dell’essere e ne conferma l’ascesa ad una civiltà superiore. Più giusta, più evoluta poiché più attinente al bene come bellezza.
L’accesso alla sovranità di un simile ordine richiede un cuore puro, gentile, radioso poiché l’ordine della bellezza come bene è antico e imperituro. L’artista vero, partecipa e assume in se l’aristocratica calma e la radiosità del mito o delle cose sempiterne.
Mi rendo conto che tutto ciò che ho detto possa sembrare astratto nel palcoscenico terremotato del mondo in cui viviamo. Ed è vero, perché vi è un’indeterminatezza che riguarda il futuro ed un’indeterminatezza che riguarda il passato. A quest’ultimo sono imputate ingiustizie, squilibri sociali, mentalità deleterie; insomma la determinatezza che dovrebbe essere tipica del passato oggi appare incerta giacché il suo ordine è in continuo crollo. La scelta verso il nuovo verso l’andare oltre sembra anch’essa essere destinata ad un’incertezza; perché il nuovo appare più come desiderio che ordine definito.
L’artista, riparato nel presente, si espone, attraverso l’uso della libertà, ad una sconfitta doppia; la prima è quella della frantumazione delle certezze, in quanto pone la sua forma fuori dalla Storia dell’arte, con un tentativo di sabotaggio di quest’ultima; la seconda è quella che arriva dalla distruzione del proprio io, in quanto pone se stesso in discussione partendo dal suo corpo esterno fino alla sua identità che trova nel progresso del suo fare arte a corpo nudo la sua ridefinizione.
Tutto il novecento è stato un secolo di luce. Una luce di libertà si è irradiata nel pianeta fino a raggiungere gli angoli più lontani. A questo sentimento diffuso sono seguiti due rovinose guerre e due grandi dittature che hanno reso angosciante e opprimente la vita spirituale degli artisti e dell’umanità. Tutt’ora le guerre continuano a persistere e una perversa volontà omologante tende a “normalizzare” i popoli in un processo di globalizzazione che rende disperate le condizioni dei poveri per cui la libertà si è trasformata in anarchia libertina, il linguaggio artistico, privato di senso, ha prodotto vane fantasie ed immagini oziose, finalizzate al consumismo con slogan che iniziano con le parole e finiscono con le parole.
La libertà è l’unica arma che abbiamo per praticare la giustizia, a difesa di un patrimonio di civiltà che l’esercizio delle arti può e deve arricchire.
Dall’arte e dagli artisti liberi arriva quello che dall’anima si leva come desiderio di tutta l’umanità: di vivere le proprie differenti identità socio culturali nell’unità del mondo, di vivere la globalizzazione come frutto di un governo mondiale che elimini per sempre la parola povertà. Di avere una giustizia e delle leggi universali e che scienza e tecnologia servano l’uomo; per toglierlo dall’ignoranza e dall’oppressione della malattia, che l’uomo e la donna siano uguali come le due ali di una colomba della pace, e che tutte le religioni siano solo differenti aspetti dello stesso Dio.
Come vedete ce n’è quanto basta per vivere un sogno lungo mille anni. Occorre solo scegliere.
Autore : Redazione Corriere
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