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notizia del 07/10/2007 messa in rete alle 16:09:44
Lotte e conquiste del lavoro attraverso il percorso fotografico di Falcone
Prendo la foto di pag. 21 per alcune considerazioni sul bel libro di Filippo Falcone. E’ stata scattata nella miniera Trabia-Tallarita nel primi anni del ‘900 non si sa bene da chi. Si vedono “Carusi” al lavoro. L’autore del libro ha fatto un meritorio lavoro per sottrarre alla crudeltà del tempo momenti di vita della gente comune, anzi della povera gente. Ché prima i ritratti venivano fatti ai principi e alle dame da grandi e piccoli pittori. La povera gente è presente nella pittura classica. Senza alcuna identità soggettiva, solo per condizione sociale. La macchina fotografica non ha soltanto sostituito la pittura nella ritrattistica, ma anche l’oggetto, in questo caso il soggetto del ritratto che ha una sua individualità anche quando è un sans papier, un anonimo ‘carusu’. Che però ha un volto e sul volto l’impronta della sua anima, dei suoi sentimenti, della sofferenza, della fatica. Di cui, specialmente in Sicilia, a fine ‘800 si stava occupando la letteratura verista e che resterà presente come costante nella letteratura siciliana successiva sino ai nostri giorni. Sicuramente i ‘carusi’ sapevano che sarebbero stati fotografati e sono stati ‘messi in posa’. Uno dei ‘carusi’ al centro della scena è sorridente. Nudi, sotto il carico di zolfo appaiono nello spazio pubblico che sino ad allora gli era stato negato. Lo spazio pubblico della memoria, della storia. Che sapevano loro di questa apparizione? E come loro che ne sapevano i minatori più anziani e i braccianti di Santa Caterina Villarmosa e gli operai del Petrolchimico di Gela? Neanche il fotografo si rendeva conto che stava lavorando per la storia. Non per i soggetti delle foto. Neanche per se stesso se è vero che di molte foto non si conoscono gli autori. Forse i ‘carusi’ e molti altri soggetti delle foto non si sono neanche rivisti e il fotografo, finita la stampa, avrà perso di vista le sue opere. Che si propongono, invece, a noi. Per un salutare cammino nostalgico, a ritroso. Passando attraverso le vesti scure delle vedove dei minitori e i loro gridi disperati che risuonano ancora alle nostre orecchie. E le cavalcate nei feudi sui muli dei braccianti alla conquista delle terre incolte o mal coltivate sfidando la mafia di Don Calogero Vizzini e di Giuseppe Gengo Russo a Polizzello e a Mattarello. Sognando la libertà e il benessere attraverso il lavoro sicuro in fabbrica al Petrolchimico di Gela. Dove – anni ’70 – i figli dei braccianti agricoli issano in aria cartelli con scritte auto elogiative – W Ii lavoratori – o di rivalsa – Padrone è finita la cuccagna–.
Filippo Falcone guida il cammino del ‘lettore’ attraverso le foto e con la esplicativa e chiara nota introduttiva, preceduta dalla prefazione di Guglielmo Epifani, il Segretario Generale della Cgil. Ma a me il libro è piaciuto perché mi ha fatto rivivere momenti di nostalgia che mi piacerebbe rivivessero i miei coetanei e, soprattutto i giovani. La nostalgia è il sentimento del ritorno, come dice la parola greca. E’ il sentimento di Ulisse che per tanti anni viene sbattuto lungo le rotte del Mediterraneo col fermo desiderio di tornare a Itaca, alla reggia dimora che fu dei padri ed è custodita da Penelope e Telemaco dall’assalto dei Proci. Ulisse desidera tornare anche dopo essere stato accolto per tanti anni nel letto della bellissima Calipso. Questa, dea, gli promette l’immortalità elevando Ulisse al rango della divinità. Ulisse preferisce la condizione mortale e chiede di essere aiutato a tornare nella sua isola. La storia dell’Occidente è tutta caratterizzata dal desiderio del ritorno. Anche i nostri emigrati desiderarono sempre ritornare. Molti soffrirono per l’impossibilità di coronare il loro sogno. Vissero altrove, da spiantati. E Io ho avuto occasione di tornare dove sempre, per la verità, fui. Partecipai personalmente a Caltanissetta a tanti funerali di giovanissimi morti in ‘pirrera’. Vidi contadini sui muli recarsi ad occupare le terre. Conobbi i primi operai assunti per la costruzione del Petrolchimico. I volti duri di sofferenza e aperti alla speranza sono incancellabili e ci ritorno per dare senso all’esperienza, alla vita. Che non è un cammino nel vuoto. Si viene in un mondo. I giovani d’oggi hanno buoni motivi per sorridere sulla nostalgia. Chi vorrebbe farli tornare a lavorare nelle miniere, nei campi ‘di suli a suli’? Il sentimento della nostalgia per dare spessore al tempo, alla vita. La quale ha bisogno di sostegni. Soprattutto del sostegno della storia che si studia anche attraverso l’empatia che riusciamo a stabilire con i volti di una sequenza fotografica.
Autore : Luciano Vullo
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