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notizia del 22/04/2007 messa in rete alle 15:12:36
C’è il bisogno di Dio nei versi di GaetanoTabbì
Ho avuto la fortuna di ricevere in dono una raccolta di liriche di Gaetano Tabbì dal titolo “A te, mio Signore”. L’ho letto con molta curiosità. Così come mi capita di fare con opere prime di autori ‘vergini’, che si collocano al di qua delle pretese letterarie. Per capire. Non soltanto quel che è dentro il verso. Soprattutto cosa può avere spinto un uomo, che non è del mestiere, a scrivere versi.
Il bisogno di Dio, è la risposta che mi giunge dalla lettura dei componimenti di Gaetano Tabbì. Bisogno di Dio che si esprime in invocazione, in preghiera.
L’umile peccatore, la fragile creatura affranta dalla sofferenza , si abbandona al Signore, alle sue affettuose mani e, illuminato nel sentiero della vita, avverte di stare al sicuro.
Bisogno di Dio e di sicurezza. Queste le buone ragioni che spingono un’anima pura a incontrarsi con la poesia. Il regno delle parole meravigliose. Che non si costruiscono nel cervello dell’uomo con esercizio intellettualistico. Ma attirano. Chiamano. Come Dio chiama le sue creature e le invita a sé, allo stesso modo ‘le parole meravigliose’ magnetizzano l’anima che ne avverte il trasporto e irresistibilmente si accosta a loro.
Sicché, già nelle prime battute nella poesia che fa da dedica, Gaetano Tabbì confessa “Mi sono trovato a scrivere/parole meravigliose che mai/ mi sarei sognato di scrivere”. Quasi che la poesia avesse questo potere di incanto, di indurre la mano ad allineare in versi quello che essa ‘ditta dentro’. E il poeta, stupito, asseconda quello che essa comanda.
Una visione mistica della poesia traspare nei versi di Tabbì che da essa si sente scelto e scelto anche da Dio. Egli non solo è datore di vita alle sue creature, ma rigeneratore della vita. Che a sua volta viene rigenerata dalla poesia che sottrae alla preghiera la pura e meccanica ritualità e le restituisce la spiritualità pregnante che la sublima in anelito, continua tensione dell’anima.
Umilmente, l’uomo che si rigenera, riconoscendo la sua debolezza anche in questa metamorfosi, chiede l’aiuto al Signore. “Insegnami, Signore, a pregare/A lodarti in qualunque ora”. Oggetto della lode e della preghiera, il Signore si trasforma in Maestro di preghiera e di lode. Per offrire il suo aiuto al poeta che a lui rivolge il suo ringraziamento. “Ammaestrato da te/ Guidato dallo Spirito Santo/ Superare, giorno dopo giorno/ le insidie del peccato/ E far conoscere al mondo/ La potenza del tuo nome”. Ché anche nel nome del Signore c’è vita da far conoscere a quanti si trovano ad attraversare i sentieri del mondo. Per illuminarli e condurli alla retta via.
E’ bello incontrare uomini di tanta religiosità. Il mercato del mondo ci propone ben altro. Avendo confuso le parole con la chiacchiera. Praticata abbondantemente. Con l’unica alternativa dell’afasia, della pratica del mutismo. La parola viene spesso bistrattata, vilipesa, umiliata. E con essa la poesia. Che è pratica umile e sublime e necessita del soccorso della divinità. Come sperimentarono gli antichi, e non più possono i moderni in un mondo così tanto secolarizzato.
Tabbì si sottrae al suo tempo. Egli sente la poesia vivendola nel contatto con Dio. Nella ricerca di questo contatto, sotto forma di anelito, come giustamente viene osservato nella prefazione da Don Giuseppe Fausciana. Il mondo viene saltato, ignorato. Il mondo è assente nel libro in cui esclusivi protagonisti sono l’anima e Dio congiunti dalle parole meravigliose della preghiera e della poesia. “In principio erat verbum”, apre il Vangelo di Giovanni. La Parola giaceva nel Principio, era in Esso. Nel giacere, vive. Non è riposo, adeguazione, ma preghiera canto che tende al Principio quasi stesse Altrove.
Autore : Luciano Vullo
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