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notizia del 29/05/2011 messa in rete alle 12:39:36
In libreria il romanzo di Gianni Virgadaula
Una notte da macello quella del vino rosso. Un eroe molto quotidiano quello che fa una strage di Proci che non avevano preso d’assalto la sua reggia dimora, ma la donna che avrebbe dovuto custodire quella reggia.
Il romanzo di Giovanni Virgadaula, al suo esordio nella narrativa scritta, richiama alla mente del lettore il tema archetipico del ritorno e quindi di Odisseo. Con le dovute differenze dato il passaggio dal tempo mitico al tempo storico. Dalla grande e vittoriosa impresa contro Troia, alla prigionia in Africa. Dal lungo pellegrinaggio lungo le rotte del Mediterraneo, al ritorno del reduce dopo una guerra persa.
Su queste differenze, occorre riflettere a mio avviso. Ad avviso, cioè, di un lettore non abilitato a sviluppare analisi estetiche e abilità narrative. Anche se pronto a farsi avvincere dalle doti di affabulazione. Cosa che Virgadaula sa fare proprio come sapevano fare i cantastorie che ho conosciuto nella mia infanzia. Chitarra e bacchetta alla mano, essi passavano in successione i quadri in cui erano disegnate le imprese leggendarie dei paladini o le storie tragiche della cronaca alla quale né i ragazzini come me né gli analfabeti adulti d’allora si interessavano a seguire nei quotidiani che c’erano o nella tv che ancora non aveva invaso la nostra vita.
Virgadaula coinvolge il lettore come un cantastorie o un “cuntastarie”. Più corretto dire come un abile regista quale egli è. Per cui ha ragione nel presentare la sua opera come un “romanzo cinematografico”. E chissà se non ha voluto fare coincidere l’acme della tragedia con la sera dell’iniziazione cinematografica di Vitto, il piccolo figlio che si apre stupito al mondo della pellicola accompagnato dal padre Michele, proprio nella stessa sera in cui la madre Assunta subisce la terribile umiliazione dal suo vile stupratore che ne strazia corpo e anima. I quadri sono davanti agli occhi del lettore in simultanea. Dorme il bambino sulle braccia del padre tornando a casa dopo aver fatto l’esperienza di uomini e donne che vivevano, parlavano e si muovevano sul telo bianco. Nell’altro quadro la donna nell’atto di gridare implorando il carnefice di non farle male. Sicché il corpo della donna, prima oggetto di scambio, si trasforma in oggetto di sacrilegio, il tempio dissacrato.
Qui scatta la mia riflessione di lettore curioso di ciò che sta dietro ad una narrazione. Tralascio di individuare come fanno i giudici nei tribunali le responsabilità dei tre carnefici e della vittima. Anche se la dialettica vittima-carnefice non va trascurata ai fini della comprensione di tanti comportamenti umani, compresi quelli narrati nel romanzo di Virgadaula. Io mi fermo a guardare, come d’altronde mi pare proponga l’autore, al focolare domestico e al più volte evidenziato desiderio dei protagonisti (Michele e Assunta) di una vaga “vita normale”. E mi torna in mente l’Odissea. Per cui vorrei tentare in questa sede un breve accenno a Penelope e a Odisseo. Chi custodisce il cosiddetto focolare domestico dall’aggressione e dalle brame dei Proci? Penelope, viene da rispondere a primo acchito. Lei cuce e scuce la tela per vent’anni e allontana i Proci con questo trucco. Non mi pare che le cose stiano così. A difendere la reggia dimora in quei vent’anni è sempre Odisseo. L’eroe assente, che rimane presente, produce l’effetto alone e mantiene integra la reggia dando forza a Penelope e impaurendo i Proci. Odisseo, cioè la Legge. Omero, in sostanza, vive il passaggio dall’esercizio della violenza bruta al dominio della violenza legittima, quella dello Stato che alla fine trionfa.
Molto ben più amara la visione di Virgadaula. Il tempio, il corpo di Assunta, per amore del figlio cede al facile commercio. Viene, seppure con sofferenza della custode, profanato. Con sofferenza della custode unica. Perché l’altro custode del tempio è ritenuto morto ormai durante le operazioni di guerra. Il mercato si esprime ormai senza custodi e senza regole. Ha la meglio il più forte. Quindi, Pietro Cannata che conduce il gioco e i suoi due amici ex colleghi del marito di Assunta. Tutto è in balia della nuda vita, delle forze brutali. Lo stato non esiste. Non esistono istituzioni civili che ne frenino la violenza. La famiglia di Assunta e quella di Michele in parte sono finite, in parte si sono ritirate. Anche la Chiesa è impotente. Invano don Pino Cirrone, il parroco, riconosce le sue colpe confessando di non aver capito quello che avrebbe dovuto capire e prevenire. Troppo tardi. La notte del “vino amaro” si deve consumare come pura obbedienza al destino di una società che non ha futuro tranne quello della galera per il bravissimo prof. di latino e greco e quello della professione sacerdotale per il giovane Vitto che ci viene proposto nella pagine conclusive del romanzo nel momento in cui va a prelevare con la sua piccola utilitaria il padre che esce dal carcere. La madre ormai si è consumata e il suo tempio, barbaramente profanato non ha avuto più la forza di rinascere.
Questi e altri pensieri hanno attraversato la mia mente mentre leggevo appassionatamente il romanzo di Giovanni Virgadaula. Ne parleremo a viva voce con piacere in un pubblico confronto il prossimo 24 giugno. Non trascurando, per carità, che di tanto in tanto anche Omero sonnecchia.
Autore : Luciano Vullo
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