 |
notizia del 04/05/2003 messa in rete alle 12:14:46
Le Mura Timoleontee sono tornate a risplendere
Sono trascorsi più di due anni dall’ultimazione dei lavori di salvaguardia della Mura Timoleontee di Caposoprano, ma nessuno ne parla e quel che é peggio nessuno ha pensato di sfruttare l’evento per attirare l’attenzione di quei turisti che girano il mondo alla ricerca di bellezze di interesse storico come questo bene archeologico.
Pubblichiamo una relazione dell’arch. Francesco Russello, che per conto della Regione Siciliana ha collaudato i lavori di restauro delle Mura di Caposoprano, che tra l’altro hanno riguardato la rimozione delle vetrate ed il trattamento dell’intero prospetto con l’utilizzo di prodotti chimici a salvaguardia dei mattoni crudi.
I lavori recentemente eseguiti hanno riguardato soprattutto l’aspetto più degradato del monumento, cioé il risanamento conservativo dell’originale sopraelevazione in mattoni crudi ed hanno interessato la revisione delle opere di restauro eseguite negli anni pregressi sulla estremità verticale delle mura; la totale rimozione delle lastre di cristallo che la ricoprivano lateralmente con il reintegro di quei tratti di paramento murario in argilla danneggiati dalla messa in opera dei vetri; il consolidamento dell’intera struttura muraria in mattoni.
Per la salvaguardia dell’opera in mattoni crudi, ormai liberati dalle vetrate, si é ricorsi all’aiuto della chimica già collaudata ed é stato effettuato un trattamento di consolidamento sull’intero prospetto della struttura a base di nebulizzazioni di silicato di etile.
Particolare é stata la cura nell’effettuare i lavori sulla sommità delle mura: i mattoni sono stati collocati a strati orizzontali cercando di seguire il più possibile l’originario profilo degradato ed irregolare così come apparve al momento della scoperta negli anni cinquanta; inoltre, sugli estremi filari di copertura, in luogo della prevista realizzazione di due assise di matoni crudi additivati di calce e/o bitume, onde evitare le infiltrazione degli agenti atmosferici nel corpo interno delle mura di fortificazione, é stata realizzata una economica e provvisoria tettoia in struttura “Innocenti” e lastre traslucidate in fibra di vetro onde ottenere anche una leggera ma benefica ventilazione.
Il notevole pregio del restauro, unico in Europa, é l’avere realizzato direttamente in cantiere, per le nuove integrazioni in mattoni, la lavorazione dell’impasto argilloso con l’identico sistema, utilizzando gli stessi materiali dei primitivi costruttori. La particolare qualità del materiale primo impiegato, consistente in terra argillosa bruna proveniente dalla stessa probabile cava in cui veniva estratto già nel 340 a.C., é stata usata per creare un impasto reso lavorabile manualmente con dosature di acqua, sino a formare i mattoni, nelle stesse dimensioni originarie di cm. 40x20x8. Dopo essere stati fatti essiccare, ento stampi rettangolari in legno, sotto calde tetoie esposte al sole, i mattoni venivano levigati e collocati in sito e, infine, saldati all’antica struttura con lo stesso materiale argilloso usato per la preparazione dei mattoni.
L’odierno utilizzo di questa antica tecnica ha reso possibile affrontare il moderno concetto della conservazione dei monumenti, permettendo, quando il manufatto é di fragile composizione, la rinnovazione o la sostituzione anche di intere parti deteriorate dell’opera d’arte.
Infine, l’attuale progetto prevede, a breve termine, oltre la possibilità di trovare una più estetica e definitiva soluzione alla tettoia esistente, la sistemazione a verde dell’intera area demaniale con adeguati percorsi pedonali e attrezzature ricettive, allo scopo di consentire una nuova, completa e agevole fruizione dell’importante complesso archeologico.
(Francesco Russello, architetto, collaudatore regionale dei lavori di restauro)
cenni storici sulle Mura di Caposoprano
All’estremità occidentale di Gela sorge la zona archeologica di Capo Soprano che comprende le famose mura di cinta della città ricostruita da Timoleonte verso il 338 a.C.
L’intera opera di fortificazione, scoperta nel 1948 e riportata in luce tra il 1950 e il 1954, é stata oggetto di una complessa opera di protezione indispensabile per la parte in mattoni crudi che non hanno confronti per dimensioni e stato di conservazione con nessun altro monumento greco. Nelle vicinanze delle Mura si conserva un impianto ellenistico di bagni pubblici, con vasche e impianto di riscaldamento databile tra il 300 e il 280 a.C. (é il più antico impianto del genere esistente in Italia).
Le fortificazioni greche di Capo Soprano possono essere considerate uno degli esempi straordinari e meglio conservati dell’architettura militare antica. Il muro di cinta si sviluppa per circa 360 metri marginando l’estremità occidentale della collina di Gela e racchiudendo la città greca nel periodo compreso tra il IV ed il III secolo a.C., forse a partire dalla sua ricolonizzazione ad opera di Timoleonte (339 a.C.) fino al momento della sua distruzione ad opera del tiranno agrigentino Phintias (282 a.C.).
Qualche studioso ha ritenuto di poter datare la costruzione del muro già alla fine del V sec. a.C., poco prima della pre-sa di Gela da parte dei Cartaginesi; ad età Timoleontea sarebbe, invece, da attribuire solo la sopraelevazione in mattoni crudi.
Particolare é la tecnica di costruzione del muro: la parte inferiore, dello spessore di m. 2,80, é in blocchi di pietra arenaria ed é costituita da una doppia cortina di conci squadrati e rifiniti, tra loro concatenati e con riempimento in pietrame e terra; la parte superiore é realizzata in mattoni crudi ovvero di fango argilloso impastato con paglia e asciugati al sole.
La scelta di questa particolare tecnica di costruzione fu determinata principalmente da esigenze tecniche e da ragioni economiche.
Tecnicamente si era reso necessario rialzare la cortina muraria perché la sabbia delle dune – che costituivano l’estremità della collina di Gela – per la dominanza dei venti che vi soffiavano, cominciò ad addossarsi sulle fortificazioni e a causarne il principio d’interramento; quindi, considerato che la pietra non poteva essere ricavata “in situ” in quanto le cave distavano diversi chilometri dalla città, i costruttori delle opere difensive di Capo Soprano considerarono più economico, oltre che più rapido, rialzare le mura con una struttura in filari dei cosiddetti mattoni crudi.
La fase originaria é costituita, nel basamento, dalla perfetta connessione tra i conci di arenaria con facce a vista rifinite a martellina e smussate negli spigoli oltre che verso l’interno anche verso l’esterno. Al basamento si sovrappone uno strato di mattoni crudi che al momento della scoperta apparivano di colore verdognolo.
L’altezza superstite del muro di mattoni crudi é di metri 2 sul lato meridionale e di metri 3 su lato settentrionale.
Si pensa che in età agatoclea (311-310 a.C.), a seguito di un rapido insabbiamento, si costruì una sovrastruttura in mattoni crudi provvista di merlatura (?) all’esterno e con camminamento di ronda all’interno raggiungibile per mezzo di scale.
A questo periodo é da riferire anche un tratto di muro a speroni, che si sviluppa a Sud e che originariamente doveva prolungarsi fino alle pendici della collina, verso il mare, per impedire l’accesso alla città da questo lato.
Un ulteriore insabbiamento, avvenuto po-co prima della distruzione della città ad opera di Phintias, determinò un occultamento della struttura e la conseguente ag-giunta di altri filari di mattoni crudi, di dimensioni più piccole e di colore più scuro; di quest’ultima fase é ancora visibile un tratto (una parte di questo, prima che l’ultimo intervento di restauro li nascondesse alla vista, era sostenuto da moderni e discutibili pilastri di cemento).
Lungo le mura di cinta sono ricavate, a livello di fondazione, le canalette per lo scolo delle acque, mentre nel tratto meridionale si apre, dietro uno spigolo della cortina, una postierla a falso arco acuto, che fu occlusa con i mattoni crudi in età agatoclea; in quell’epoca fu costruita anche una torretta quadrangolare in prossimità della postierla suddetta, pure essa in mattoni crudi, della quale resta il basamento addossato alla cortina.
Il motivo della sopravvivenza sino ai giorni nostri dei resti della muraglia fortificata dell’antica città di Gela é dovuto al lento e progressivo insabbiamento che ne aveva cancellato le tracce e memoria.
Solo nel 1948, con il ritrovamento fortuito di alcuni resti, fu iniziata una campagna di scavo, sotto la direzione di insigni archeologi e studiosi quali Adamasteanu, Or-landini, Griffo.
Sulla sommità del Capo Soprano, sotto un’immensa duna di sabbia eolica (forse di origine africana) alta oltre 12 metri, venne pian piano alla luce il monumento reperto.
Secondo le impressioni dell’illustre prof. arch. Eugenio Galdieri, considerato tra i maggiori esperti al mondo sul recupero delle costruzioni realizzate in mattoni crudi, gli archeologi furono letteralmente “abbagliati” dalla scoperta, pressoché unica nel panorama archeologico italiano, tanto spettacolare quanto misconosciuta di quei resti così insoliti, ben conservati e luminosi. Venne meno loro la necessaria freddezza scientifica assolutamente necessaria in quei momenti determinanti. Una buona dose di “feticismo archeologico” e l’immediata (e giustificata) preoccupazione di preservare e valorizzare quelle mura e, di queste, soprattutto le ampie porzioni di mattoni crudi, ebbero il sopravvento sulla prassi conoscitiva.
Le annotazioni critiche del prof. Galdieri continuano con le anomali dimenticanze nella tenuta dei giornali di cantiere, nel rilevamento grafico o nel (mancato) controllo sistematico delle fondazioni e del piano fondale originario, qui particolarmente importante per la comprensione non solo costruttiva ma anche funzionale dei singoli tratti. Il monumento può dirsi ancora parzialmente inesplorato sul piano storico, cronologico, costruttivo e militare.
La conservazione dei resti e la loro interpretazione, ancora oggi incompleta, costituirono e costituiscono la principale preoccupazione della sezione Archeologica della Soprintendenza di Caltanissetta, divenuta da pochissimo tempo responsabile dell’area. Preoccupazione che portò a interpellare due insigni consulenti esterni, con riconosciute competenze ed esperienza professionali in campo internazionale, quali l’ing. Dieter Martens (vice direttore dell’istituto Archeologico di Roma), e il già citato arch. Eugenio Galdieri, per poter rispondere all’emblematico interrogativo: dobbiamo rassegnarci ad assistere impotenti alla progressiva distruzione dei mattoni crudi, malgrado la protezione delle lastre di cristallo o possiamo sperare in un valido intervento conservativo?
Autore : Redazione Corriere
|
|
 |
In Edicola |
|
|
Cerca |
| Cerca le notizie nel nostro archivio. |

|
|
| |
|