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Corriere di Gela | La sacralità del velo tra cultura e religione
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notizia del 14/09/2003 messa in rete alle 11:11:11

La sacralità del velo tra cultura e religione

Inaugurata domenica scorsa 7 settembre la mostra sul velo presso l’ex convento delle Benedettine. Ad organizzarla l’assessorato alla Cultura diretto dal prof. Luciano Vullo con la consulenza della principessa Vittoria Alliata e con la collaborazione del Vicario Foraneo Mons. Grazio Alabiso. Una mostra sulla sacralità del velo ossia Hijab che ha proposto un percorso di riscoperta di quei simboli eterni che sono passati dall’Oriente in Occidente tramite i commerci e anche le guerre, attraverso un Mediterraneo che ha saputo assorbirne e mediarne i significati, restituendoli all’Europa sotto forma di quadri, stoffe, stucchi, mosaici, bronzi, pietre scolpite. Il taglio del nastro è stato effettuato dal sindaco Crocetta assieme alla principessa Alliata e l’assessore Vullo accompagnato da scroscianti applausi del folto pubblico presente per l’occasione.
La mostra è stata allestita nei box laterali. I primi veli che il visitatore si trova a scoprire sono i veli delle donne gelesi. Il velo da sposa e lo scialle tradizionale nella versione del compianto pittore artista Pietro Palma. Ma si prosegue con il manto della Vergine Addolorata, il mantello solenne della Madonna del Rosario e della Madonna del Carmelo, l’abito dei neonati quando vengono svelati durante la processione del 2 luglio e tanti altri veli che si possono osservare percorrendo tutta la mostra. Qualche giorno prima quando il sindaco e l’assessore annunciavano l’iniziativa durante una conferenza stampa, si era scomodata persino la Rai che in uno spazio di dieci minuti subito dopo il Tg ha parlato della mostra del velo che si sarebbe celebrata a Gela ritenendola una iniziativa di respiro internazionale che pone Gela tra le più importanti città della cultura.

Come il sindaco ha tenuto a precisare, mostrare i nostri antichi abiti non deve essere considerato un gesto folkloristico o nostalgico. La mostra Hijab allestita e concepita da Vittoria Alliata è stata molto più che una mostra etnografica, ma sicuramente qualcosa di innovativo e di rivoluzionario dove immagini e costumi, antico e avanguardia si sono fusi in un percorso che lega Gela al vicino Oriente ed all’Adriatico.
Questa mostra sulla sacralità del velo è stata pensata in una città dove proprio il velo è di casa, quasi un invito a capire quanto il nostro popolo ha da sempre, forse anche inconsapevolmente, scommesso sulla donna.
"La sua forza antica – scrive il sindaco Crocetta in un depliant illustrativo che i visitatori trovavano all’ingresso della mostra – era esaltata e trasfigurata proprio da quell’indumento oggi disprezzato perché ritenuto segno di sottomissione e di arretratezza. E invece era una energia incandescente che collegava mondi e civiltà apparentemente lontani quando Gela-Terranova era una città internazionale al centro del Mediterraneo".
A conclusione della cerimonia di apertura della mostra abbiamo posto alcune domande all’assessore alla Cultura Luciano Vullo, a Mons. Grazio Alabiso, alla principessa Vittoria Alliata ed al sindaco Rosario Crocetta.
– Assessore Vullo, con questa iniziativa Gela si proietta in una dimensione internazionale per parlare della sacralità del velo.
"Gela alla ribalta mondiale grazie al sindaco Rosario Crocetta ed alla principessa Alliata che hanno avuto questa intuizione. Si aperto a mio avviso un capitolo di poesia che vede insieme tradizioni popolari, culture religiose e pensiero filosofico".
– Lei ha parlato del velo nella filosofia e nelle scienze. In che senso? "Si è vero. Perché il velo è come qualcosa che occulta la verità che ama nascondersi. Lo hanno pensato gli antichi, lo ha pensato il mondo indiano, l’ha pensato Heidegger. Il velo nel nostro caso, ossia nella mostra, è oggetto del disvelamento. Perché il soggetto che mette il velo e nasconde la verità ora viene messo in mostra".
– Principessa Alliata quale il senso di questa mostra del velo e perché proprio a Gela?
"L’Abate Gioacchino da Fiore che fu padre spirituale di Federico II e secondo Dante fu dotato di spirito profetico. Egli illustrò il Vangelo eterno come un velo di parole che cela ai profani il segreto dell’unità trascendente dello spirito e che lascia tuttavia intravedere agli uomini dotati di facoltà contemplativa l’avvento di un’era dove povertà ed amore cancellarono le divisioni apparenti delle religioni. Noi abbiamo voluto dedicare questa mostra proprio alla profezia di Gioacchino Da Fiore pensando che da Gela può nascere questo messaggio: l’unità attraverso la rilettura di un simbolo troppo spesso interpretato come negativo o solamente orientale. Mentre è un simbolo che unisce tutte le tradizioni quella indù, quella ebraica, cattolica, musulmana. Hanno tutti uno stesso significato, non di oppressione ma di sacralità. Quindi, conquistiamo questo velo su questo Mediterraneo che deve tornare ad essere non solo luogo di pace ma anche di unità".
– Mons. Grazio Alabiso, lei si è soffermato a parlare delle differenze nella sacralità del velo tra il mondo arabo ed il mondo occidentale, ma ci sono molti punti che ci uniscono.
"E’ vero che ci sono molti punti che ci uniscono. Ma le differenze tra il mondo islamico e la fede cristiana vanno sempre evidenziate. Le religioni monoteiste, sia il cristianesimo che l’ebraismo e l’islamismo, nascono in un fazzoletto di terra come la Mesopotamia, ossia la Palestina o il Libano. Noi come cristiani possiamo gloriarci di ciò che ci unisce ma non dimenticando la nostra identità. Per noi la Madonna è la mamma di Dio. Non è una vergine che non si sa come e per quale motivo ha fatto crescere un profeta. Perché Cristo non è per noi un profeta ma Dio che ha preso carne e - se vogliamo parlare di questa creatura – è Dio che vela la propria presenza nell’umanità di Cristo in cui si svela la divinità nello stesso tempo in cui la vela. Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi".
– Cosa rimane nella nostra tradizione popolare del velo?
"Oggi rimane la sacralità del velo, di coloro che si consacrano perché la consacrazione è una profonda intimità spirituale che non può essere capita solamente con le categorie della nostra logica umana. Una ragazza che si consacra nella nostra situazione rimane testimoniata da questo velo. Il velo si mette anche nelle culle per indicare questa intimità. Il velo amiamo vederlo in mezzo alle nostre spose per indicare in modo del tutto intimo che lei appartiene allo sposo in modo indelebile".
– Sindaco Crocetta, nel depliant offerto ai visitatori lei sostiene che il velo è di casa nel nostro popolo che ha sempre scommesso sulla donna. Il senso di queste parole?
"E’ straordinario mettere insieme dei linguaggi. Fino al secolo scorso le donne di Gela come del resto tutte le siciliane portavano il velo come ancora oggi lo portano le donne di molti Paesi dell’India, Malesia, Marocco, Jemen. Quindi elementi culturali differenti ma con linguaggi comuni. La moda non era un fatto immediato come lo è oggi dove un capo è obsoleto dopo tre mesi. Gli abiti che presentiamo nella mostra hanno millenni di storia. Vestiti come questi si possono vedere esposti qui, si facevano benissimo duemila – duemila cinquecento anni fa. Parliamo di capi che hanno una loro storicità subendo nel tempo qualche piccola leggera modifica. Esistevano moschee e sinagoghe e chiese e ognuna celebrava la sua festa il venerdì o il sabato o domenica. Le donne musulmane, ebree, cristiane portavano il velo nel capo ed ognuno aveva un modo di vestire e di stare insieme, di proteggersi. Il velo come elemento di protezione della donna nasce come strumento di protezione. E’ uno schermo rispetto ad una società profondamente maschilista che abusava delle donne, che le vendeva come schiave, che non riconosceva il diritto al matrimonio. La donna scopriva, quindi, nella protezione del velo una sua forma di auto difesa rispetto al mondo. E’ questo il significato storico. La valorizzazione di questi aspetti così importanti credo ci dia la possibilità di riflettere, di guardare le altre culture, di confrontarsi con esse e di fare divenire in questo caso il velo un elemento di dialogo culturale. Se noi pensiamo che questo dialogo avviene attraverso la figura di Miryam, ossia Maria madre di Gesù, che ha partorito rimanendo vergine assunta in Cielo, ci rendiamo conto che gli elementi di comunicazione e di dialogo che abbiamo con gli altri popoli che ci sono più lontani, sono naturalmente più vicini. Quindi indagare sulla nostra storia e vedere il nostro vestire, sostanzialmente per scoprire le ragioni di un dialogo che dobbiamo portare avanti perché da esso dipende la pace e l’amore fra i popoli, l’armonia mondiale".


Autore : Redazione Corriere
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