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notizia del 04/03/2006 messa in rete alle 22:06:08
Il mercato e il diritto, L’inevitabile scontro
Marx scriveva delle‘bronzee leggi dell’economia’. Oggi, in epoca tardocapitalistica, parliamo di ‘economia senza leggi’. Tendenzialmente, di scomparsa di leggi certe, di frantumazione del diritto, di scioglimento di ogni vincolo, di società liquida. Di superamento di figure storiche quali lo Stato-nazione e dello stesso Stato di diritto.
Il tutto riconducibile alla globalizzazione dei mercati, alle innovazioni tecnologiche, alla diffusione del digitale.
L’economia ha avuto sempre rapporti molto stretti con la scienza e l’innovazione tecnologica. Dovendo produrre beni, indipendentemente dal settore merceologico, ha spinto in avanti la ricerca scientifica per aumentare la produzione e migliorarne la qualità e se ne è ampiamente avvalsa anche attraverso il monopolio dei brevetti e i diritti d’autore. I cambiamenti degli assetti produttivi hanno posto problemi al diritto e alla forma dello Stato. Il mio pensiero va, ad esempio, a quello che è avvenuto tra ‘500 e ‘600, all’epoca, della nascita della scienza moderna. Dalla scoperta del Continente americano, della bussola, della polvere da sparo, degli studi della meccanica non derivarono solo nuovi modi di produzione e arti (compresa l’arte della guerra che non più le compagnie di ventura, ma i grandi stati poterono sostenere), ma anche nuove forme del diritto e la nuova figura dello Stato assoluto, diversa dalle monarchie nazionali feudali. Il diritto, sicuramente –forse giustamente- più lento dell’economia, ha seguito la nascita di nuovi bisogni e di modi nuovi di affrontarli. La compagnia delle Indie nata in Inghilterra nel ‘600, ad esempio, propone problemi normativi diversi rispetto ai soggetti economici tradizionali. Così come più tardi, a fine ‘800, l’inventore dell’automobile di massa, Henry Ford, rivendicò, in modo assolutamente originale, l’utilizzo del profitto al miglioramento del salario degli operai per mettere gli stessi in condizione di comprare l’automobile e la fabbrica in condizione di produrre di più. E resse all’accusa di chi lo denunciò per non avere distribuito equamente i dividendi agli azionisti. In tribunale Ford fu sconfitto. L’economia capitalista, tuttavia, seguì il suo esempio.
Col passare del tempo, il diritto non può non tener conto dei cambiamenti e adegua ad essi le norme che devono essere pensate e motivate.
Oggi stiamo assistendo, invece, allo sgretolamento della civiltà giuridica e dello Stato. La globalizzazione rende liquidi i rapporti sia intersoggettivi sia internazionali. Il liquido - e i rapporti nella rete sono liquidi!- aborre la solidità della norma, della legge, del vincolo morali o giuridici che siano. Scompaiono lasciando ai fondamentalismi, quasi sempre religiosi, il compito di coprire il vuoto quasi sempre con la pratica del terrorismo anche di Stato. Le frenesie del mercato contagiano il diritto. Che si vuole sottrarre alla sua autonomia e all’esercizio autonomo del terzo potere dello Stato, alla magistratura e ai tribunali. L’economia globalizzata e la società digitale mal sopportano, aborrono la legge come vincolo solido e fastidioso. Un impedimento. Le conseguenze? La devolution negli Usa, in Gran Bretagna, in Italia. Nel nostro paese con Craxi e Berlusconi. Dalla Notte di San Valentino, quando venne abolito il ‘fastidio’ – antimoderno? – della scala mobile, all’evoluzione berlusconiana. Quando due apparati dello Stato, il governo e il parlamento, con un diluvio legislativo e con le guasconate spettacolari da italietta, minano i fondamenti della civiltà giuridica. I primi due poteri, l’esecutivo e il legislativo, prevaricando tolgono alle corti il potere di controllare l’economia che è stata disciplinata nei limiti della legalità. Essa, in modo mai sperimentato nel passato, è ora regolata dal legislatore. La depenalizzazione di alcuni reati, l’eliminazione del reato di falso in bilancio e i recenti interventi legislativi del governo e del parlamento hanno sancito un intreccio di interessi di fatto non più controllabili e il diritto, per legge, è stato avviato alla sua eliminazione. L’insistenza del conflitto tra governo-parlamento e giudici è artatamente ostentato per spianare il terreno al contrattualismo puro, al mercato-totale. Nel quale sono, cioè contano, non i cittadini in quanto tali portatori di diritti, ma i portatori di interessi contrattuali diversi. Anche il cittadino lavoratore si avvia a scomparire dalla contrattazione, alla quale partecipava attraverso la rappresentanza sindacale. Viene favorita la logica della contrattazione individuale, a tempo determinato, interinale per evitare la robustezza del soggetto-sindacato. Contrattano solo i soggetti forti. Lo stato assurge al ruolo di mediatore tra soggetti contrattuali diversi. Per cui ai soggetti contrattuali appare interessante la prospettiva di legiferare senza intermediazione ‘scendendo in campo’, assumendo direttamente nelle proprie mani le redini del legiferare attraverso il parlamento e il governo per eliminare il diritto. La guerra ai giudici non è l’assalto burlesco di un folletto capo di governo e di un rozzo ministro leghista. Si tratta dell’economia globalizzata che mistifica la crociata contro il diritto. E, in nome dell’economia, può addirittura enfatizzare l’inadempimento di una norma contrattuale sostenendo che l’inadempienza giuridica costituisce un beneficio da un punto di vista economico e… tanta gloria per il Cavaliere!
Né basta implorare soluzioni bipartisan. Perché sino a quando il contesto di riferimento è il mercato, le parti che negoziano sono sempre quelle più forti, con gravissimi pericoli per i singoli e per le minoranze.
Evidentemente dinanzi a tantissime novità è da ottusi rifugiarsi nel rimpianto del passato. Il Cavaliere, da questo punto di vista, ha avuto buon gioco nel passare per riformatore e tacciare di conservatorismo la sinistra.
Quando i cambiamenti sono radicali, il pensiero volto a costruire il futuro deve essere radicale. Tenendo saldi alcuni orizzonti che, non essendo del diritto né dell’economia, ma dell’etica e della politica devono essere molto saldi, solidissimi, non liquidi. La democrazia inventata in Grecia e la libertà individuale ereditata dall’Illuminismo vanno inverate, aggiornate, adeguate alla luce dei nuovi bisogni e delle nuove tecnologie. Non distrutte. Libertà e democrazia hanno bisogno di sviluppo economico e tecnologico. Ma anche di garanzie che non possono non essere affidate alla civiltà giuridica. Né il pericolo del terrorismo può essere eliminato sospendendo i diritti individuali. Le città e gli organismi universali devono, forse, essere messi nelle condizioni di esercitare con responsabilità piena nuovi compiti sia di controllo sia di indirizzo. E questo ci aspetta per il prossimo futuro. Anche in Italia, dove fra poco i cittadini diranno la loro. Liberamente.
Autore : Luciano Vullo
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I Vostri commenti
Bravo Luciano Vullo! Allora con quella testa come poe essere che misogeni cavallieri governano senza legge? Excusi mio toscano, paisi senza propia identità de lingue non hanno libertà.
The phenomena is worldwide. A group of fascist, misogenous
Autore: Susana Molica Nardo Kearney
data: 05/03/2006
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