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Corriere di Gela | Il pericolo marea... nera
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notizia del 04/07/2010 messa in rete alle 21:52:51
Il pericolo marea... nera

Le immagini che hanno fatto il giro del mondo sono già di per sé impressionanti, se a ciò aggiungiamo che la risoluzione del disastro provocato nel Golfo del Messico dalla piattaforma Deepwater Horizon, di proprietà della British Petroleum, tarda ancora ad arrivare, l'idea che una cosa del genere possa accadere da noi, interessandoci direttamente o indirettamente, non ci lascia per niente sereni.

E mentre non si capisce ancora per bene come fermare quella macchia scurissima che si sta riversando sulle coste della Louisiana, il governo italiano ha appento aperto alle trivellazioni nel Golfo di Taranto da parte della Shell Italia. Mai decisione fu così opportuna e tempestiva, visto il momento e la prospettiva, devastante qualora si realizzasse, di un disastro di dimensioni colossali nel tratto di mare che ci interessa.

Giacché com'è noto il Mediterraneo è un mare essenzialmente senza sbocchi, “chiuso” come si suol dire. Ciò non significa che il mare conosca barriere: anzi, per “natura” è proprio il contrario e le conseguenze sono inimmaginabili.

Certo si potrebbe obiettare perché Obama e Gheddafi si e noi no. Decisione lungimirante, allora? In effetti, con il presidente americano che tratta già con la British Petroleum il risarcimento per i danni che subirà l'ecosistema marino al largo della Louisiana e non solo, in virtù della concessione costiera rilasciata al colosso petrolifero inglese dai cugini dell'esecutivo a stelle e strisce, una simile tragedia nel Mar Mediterraneo meridionale, non molto distante cioé dal Golfo di Gela, ci provocherebbe danni enormi senza alcun corrispettivo o indennizzo, poiché a vantarli sarebbe solo Gheddafi in virtù dello stesso accordo, una concessione costiera in quel tratto di mare, siglato dal governo libico e la stessa British Petroleum.

Al riguardo, non è che l'Italia si sia limitata in questi anni, in verità. Si contano, infatti, oltre una sessantina di concessioni di estrazione petrolifera offshore. La maggior parte, ovviamente, sono dell'Eni. Ulteriori richieste per trivellare ora l'Adriatico, ora lo Ionio, ora il Canale di Sicilia, non mancano. Insomma, il rischio c'è e per quanto riguarda più da vicino i gelesi si osserva pure all'orizzonte. Peraltro queste trivellazioni hanno aggravato la condizione di un equilibrio nell'ecosistema del Mar Mediterraneo, fondamentale e strategico snodo marittimo, già pregiudicato dal continuo girovagare delle navi petrolifere: non a caso, è il mare che annovera la maggior presenza di idrocarburi a causa del petrolio riversato, in sfregio alla legge ad al buon senso, dalle navi cisterna di passaggio. Inoltre, le trivellazioni off-shore non pongono limiti al letalissimo idrogeno da solforato, prodotto di scarto da petrolio bituminoso, greggio ricco di zolfo, pesante e di qualità pessima, presente per l'appunto nei nostri fondali.

Del resto, la possibilità di un incidente in piattaforma o negli impianti, così come la possibilità di un'incidente da traffico navale, non è un'eventualità così remota. I casi internazionali più eclatanti sono il disastro in Alaska del 1989 e quello attuale del Golfo del Messico. Ma altri e non pochi, si sono verificati in tutto il globo. In Italia, non poco allarme in Piemonte e Lombardia ha destato lo scoppio di una tubazione e la pioggia di petrolio in un impianto dell'Agip a Trecate, nel Novarese, circa 16 anni fa. Panico è il termine più adatto. Non è da tutti i giorni alzare gli occhi e sentirsi sovrastati da una nube oleosa, con tanto di pioggia che macchiava tutto di nero. Ancora più indietro nel tempo, ci sono i tre morti nell'esplosione della piattaforma Eni al largo dell'Emilia Romagna nel 1967. Per non parlare poi di tutti quei piccoli incidenti che passano agevolmente in carrozza e non vanno certo in prima pagina, non avendo effetti collaterali vistosi o addirittura costi in termini di vite umane.

Con tre petrolchimici a Gela, Milazzo e Siracusa, le piattaforme al largo di Gela (senza considerare la notizia del presunto “sversamento” di greggio dall'oleodotto Enimed Ragusa-Priolo, il progetto per ora sventato delle trivellazioni della Panther Oil in Val di Noto, nonchè il progetto di trivellazioni della texana Mediterranea Resources lungo la costa iblea), quasi quasi, in Sicilia siamo stati fortunati! Che dire, speriamo di esserlo ancora! Intanto, visto che non ci siamo ancora abituati all'idea delle conseguenze di un incidente al petrolchimico situato a 2 passi dal centro abitato, con un piano evacuazione fantasma, nel cominciare a farlo, abituamoci anche all'idea di una marea nera al largo della nostra costa, o di quel che rimane, tanto a destra dopo la colata di cemento particolarmente invasiva di alcuni decenni fa, quanto a sinistra a fronte dell'espansione serricola frenata da un autentico miracolo in vita rappresentato dal sorprendente binomio stabilimento-riserva biviere.

Oppure, più semplicemente, continuiamo ad abbandonarci alla filosofia tutta liberista del lasseiz-faire (lasciamo fare) ed a quella - chiaramente meno ambiziosa - della nota cicala che, a differenza della formica, vive alla giornata: il che, tradotto dalle nostre parti, diventa “come veni, si cunta”.


Autore : Clark Kent

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