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notizia del 26/07/2006 messa in rete alle 21:48:31
L’agire politico democratico
Questi, quelli che stiamo vivendo, sono tempi nuovi. Quindi nuovi problemi. Devono essere affrontati in modo nuovo. Di conseguenza il pericolo di sbagliare è enorme. E, tuttavia, i problemi devono essere affrontati con coraggio. Senza temerarietà e, soprattutto, senza arroganza. In particolare i problemi che hanno una dimensione pubblica. I problemi politici.
Rita Borsellino l’ha capito bene. Stava per vincere alle elezioni regionali.
L’aveva capito bene anche Rosario Crocetta ben quattro anni fa. Ha impostato il programma del “Nuovo rinascimento di Gela” in termini di discontinuità. Che non è soltanto una parola. Una serie di comportamenti coerenti che intendono fare camminare l’agire politico su nuove gambe, diverse da quelle che sono state usate nel passato. A Gela da tre anni la politica amministrativa ha iniziato a camminare su gambe nuovissime. Senza velleitarismi.
I partiti della coalizione di centro-sinistra avevano concorso all’elaborazione del programma politico-amministrativo sul quale unitariamente avevano impostato la campagna elettorale. Privilegiando il tema della legalità. Esso è stato coerentemente sviluppato in altre campagne elettorali successive a quella del 2002. Con ottimi risultati in termini di consensi da parte dei cittadini gelesi. I quali, nel 2002 avevano dato la maggioranza al Sindaco Crocetta e non alla coalizione del Centro-sinistra. Che dopo, da elezione in elezione, è andata sempre più avanti.
Mi ha molto fatto riflettere il recente dibattito in Consiglio Comunale. Su cosa è la politica. Perché questo viene evidenziato a ogni piè sospinto. Viene rivendicato il ruolo politico del Consiglio Comunale. Istituto massimamente rappresentativo di democrazia. Purché non venga confusa con la democrazia “diretta”. Dovremmo, infatti, fare salti indietro nel tempo di qualche millennio per trovare esempi di democrazia diretta nel governo della polis. Per tempi, oltretutto, neanche lunghissimi. Si suole citare, ad esempio, l’età di Pericle ad Atene. In epoca a noi più vicina, l’esperienza della democrazia diretta è stata sperimentata, invece, all’interno di alcune comunità religiose non cattoliche. Con alcuni limiti, anche in alcune comunità cattoliche dopo il Concilio Vaticano Secondo.
Tornando alla politica, mi pare che sia espressione più diretta della democrazia cittadina il Sindaco. Anche per il fatto che è il più esposto al giudizio del popolo, sia in campagna elettorale da candidato, sia dopo da amministratore attivo. Anche nelle medie e grandi città dove l’occhio del cittadino dispone delle protesi di informazioni costituite dalla stampa cartacea e, sempre di più, dalle televisioni locali. Ancora una volta, l’agire politico si intreccia con la comunicazione. Nella democrazia diretta di Atene, con la parola parlata; nella democrazia rappresentativa moderna con i mass media. E’ impossibile prescinderne. La parola parlata aveva un ruolo importantissimo nella città. I maestri la insegnarono per educare all’esercizio attivo della cittadinanza. Ora, la cosa è un po’ più complicata. Le mediazioni sono più lunghe, a catena, spesso invisibili.
Contro la invisibilità, la democrazia chiede la trasparenza e la coerenza. Con la consapevolezza che l’invisibilità delle mediazioni dà adito all’imbroglio, al nascondimento, alla violenza. Dunque, lo spirito della verità è connesso alla pratica della democrazia. Una tensione continua, sempre attraversata dal dubbio, deve fondare l’agire politico.
Nel caso di Gela, è stato dimostrato che la politica deve condurre un’azione liberatrice delle energie presenti nella città. Liberandole dalla mafia. L’occulto che tiene in ostaggio le libere energie creatrici.
Lo sviluppo economico è impedito dalla mafia. La quale non agisce solo con la violenza dei morti ammazzati. Anche con la pratica del pizzo. Risorse economiche che vengono sottratte ad industriali, commercianti, agricoltori, imprenditori dei vari settori. I quali fanno impresa nella misura in cui realizzano profitto. Da utilizzare per nuovi investimenti autopropulsivi di sviluppo. Cosa che a Gela è stata impedita letteralmente dalla mafia che ha costretto l’impresa, per motivi di sopravvivenza, a ricorrere agli strozzini usurai. Poi, a volte, anche al fallimento. Il danno non è stato solo economico. Anche, forse più pericolosamente, culturale. E’ avanzato nella città, soprattutto tra i più giovani, un modello comportamentale di “goliardia mafiosa”, di giovani spavaldi perché dispongono di armi e di coperture. Taluni di essi ostentano nella vita quotidiana contagiosissimi stili di vita ispirati ai guadagni facili perché immediati, seppure rischiosi, lasciando trasparire che loro un futuro sì che ce l’hanno. Ed è un futuro da capi. Terribili questi modelli perché contagiosissimi. In una società, in particolare, che non sa far vivere ai giovani il piacere dell’avventura e del rischio positivo. Una società iperprotezionista finisce paradossalmente con il fare aumentare il desiderio dell’infrazione.
Questo è il dramma di Gela. E di tante città del Sud.
Il Consiglio Comunale dovrebbe affrontare questi che a me sembrano problemi politici. Per dare l’indirizzo agli amministratori, al Sindaco. Contemporaneamente altri problemi, anche essi politici, urgono. Le opere pubbliche. La manutenzione della città. Dico della manutenzione del tessuto urbano, dopo avere detto della manutenzione non meno importante delle coscienze. Soprattutto di quelle in formazione.
La discontinuità iniziata dal Sindaco Crocetta è tutta qui, il “nuovo rinascimento”. Che è rinascimento della città e nascita dell’"uomo nuovo". Ed è questo il motivo per cui in altre città della Sicilia e della Penisola ce lo invidiano. Basta leggere la stampa nazionale. Si dirà che è un ottimo promotore della sua immagine. Sarà anche vero. Però, dovremmo prendere atto del fatto che ha fatto sì che Gela, in positivo, diventasse un caso nazionale.
La modernità della politica sta anche in questo. Nel sapere trovare il giusto intreccio tra dimensione locale – mai localistica! – e quella universale, globale, si dice. Lo sviluppo economico, sociale, culturale e civile passa attraverso queste logiche. Le istanze politiche, dai partiti ai movimenti, alle istituzioni dovrebbero prenderne atto. Esaminarne l’intreccio. Quindi, attivare l’azione articolata nella complessità, ma senza confusione di ruoli. Guai, voglio dire, sovraccaricare il Consiglio comunale del compito di selezionare i futuri amministratori. Mi pare sia un compito dei partiti, dei movimenti, delle coalizioni.
La confusione dei ruoli è come l’occultamento, il nascondimento della verità. Non giova a quanti vogliono vivere nella libertà stando nella modernità e nella democrazia.
Autore : Luciano Vullo
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