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Corriere di Gela | Se i bambini danno fastidio
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notizia del 21/01/2007 messa in rete alle 21:14:26
Se i bambini danno fastidio

Non c’è che dire! Nessun commento ai fatti di Erba. E non dirò nulla sull’assurdità della tragedia. Purtroppo, non la sola! Narra Omero del sacrificio di Ifigenia ad opera del padre Agamennone. Al capo della spedizione greca contro Troia gli dei l’avevano chiesto per vincere la guerra. Sangue chiama sangue. Il circuito tragico si chiude con la fondazione della democrazia. Nella Bibbia è scritto di Abramo. Sente di essere stato chiamato da Dio a sacrificare il figlio che tanto aveva desiderato insieme a Sara.
Dio stesso gli ferma la mano. La via del sacrificio, quello consumato e quello fermato, alle origini di civiltà che, temendo il futuro, hanno cercato di addolcirne la minaccia. Ché sempre il futuro, il non ancora esplorato ha destato una qualche apprensione. La paura è stata elaborata con la narrazione di qualche mito sacrificale con vittime giovani, innocenti, vergini.
Credo che stiamo, ora, vivendo un mondo senza futuro. Che è molto più di una minaccia. Nulla, vuoto. Terribile!. Non è possibile alcuna elaborazione. Perché non ce n’è pensiero. Sicché i bambini infastidiscono. Essi sono portatori di uno sguardo che proietta. Guardano avanti e chiedono agli adulti aiuto. Gesù ammoniva: sinite pargulos ad me venire. Per costruire un nuovo regno con loro e non solo per loro. In un mondo senza futuro non c’è sguardo per i bambini. Scomodi, infastidiscono. Non sono bambini che guardano, ma soggetti del mercato che ha trasformato il tempio, il mondo. Perché, tutto diventando mercato, i bambini vengono considerati solo come soggetti della domanda cui rivolgere l’offerta di merci. Anzi, il marketing insegna che sono il volàno del mercato. Gli orientatori degli acquisti delle merci da consumare. I motori primi del mercato dei consumi. Cui l’offerta delle merci deve essere rivolta. Motori del grande ingranaggio dell’economia mondiale, del Wto. Che ha le sue leggi bronzee. Della competitività globale. Della grande macchina alla quale gli uomini debbono obbedire. Il deserto. In cui la vita è fastidio. I bambini in quanto tali sono diventati un peso. Costano fatica. Non c’è dove parcheggiarli. Hanno bisogno di attenzioni e cure. Il loro pianto, che spesso è un richiamo, provoca nervosismo. Interrompono il sonno, sporcano, rompono…
Insomma, valgono solo per l’economia. Non per la vita. Che non si capisce più cosa sia. Se ne può fare a meno. E se ne fa a meno. Non solo dei bambini. Della vita. Si gioca alla meccanica della vita. Che non ha un senso. Perché non viene pensata. Solo agita. Sicché si può fabbricare e distruggere: vivere è cosa diversa. Comporta pensare, istituire relazioni, dare un senso alle cose e alle azioni. Al presente e anche al passato e soprattutto al futuro. Altrimenti, il deserto. Quello che gli antropologi chiamano il ‘non-luogo’. In cui può accadere di tutto senza che nulla abbia un senso. Anche la nascita e pure la morte; il mettere al mondo e il togliere la vita.
Problemi che un tempo furono oggetto di meditazione di una cerchia ristretta di persone. Degli intellettuali. La gran parte degli uomini tramandava la cultura della vita e della morte nei tempi lunghi, di generazione in generazione, attraverso la forza dei miti più che per osservanza delle leggi. Le leggi, infatti, erano gli antenati. Spesso divinizzati. Oggi no! Le cose sono cambiate. Taluni cambiamenti sono stati troppo veloci. Hanno sradicato i molti. Senza che abbiano potuto aprirsi alle nuove dimensioni. Per le quali occorre il pensiero. Una nuova educazione promossa dalle istituzioni. Perché la tradizione, la forza degli antenati, non è più sufficiente. Assolutamente inadeguata. La scuola. Che ora rischia pur essa di essere un non-luogo. E’ stata perlopiù nemica. Ora rischia la vacuità. Di non fare vivere emozioni.
Né negative né positive. Può anche essere distrutta. Non perché sia odiata. Solo perché non considerata. Nulla. Appunto, res nullius e per nessuno. Tranne che a elargire qualche stipendio e per parcheggiare. E, invece, deve assolvere alla formazione della nuova umanità. A farla uscire dalla condizione dello squallore, dell’insignificanza. Perché impari il coraggio della vita e a distinguerla dalla morte. A valutare il senso che alla vita dà la morte. Che non può essere data senza scrupolo e con freddezza al bambino che piange. Alla quale occorre sottrarre i bambini che non possono disporre di acqua, cibi, istruzione. Perché i bambini sono il futuro. E il pensiero del futuro arricchisce la vita degli uomini e delle donne. Esso, anzi, ci rende uomini e donne.


Autore : Luciano Vullo

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