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notizia del 27/04/2008 messa in rete alle 18:55:12
Tornare a riveder le stelle
Dovette attraversare tutti i cerchi dell’Inferno Dante prima di tornare a riveder le stelle. Quanta caligine! Firenze, l’Italia, l’Impero. Solo nell’Empireo la Verità. Nel Paradiso il trisavolo Cacciaguida, anima beata, affida al Poeta la missione di comunicarla agli uomini.
Lui ha avuto la fortuna (?) di conoscerla nell’Altro-mondo, attraversato da vivente.
Avremo noi, immersi nelle nebbie postelettorali, la possibilità di rivedere la luce? Gli ultrasessantenni dobbiamo sperare nell’allungamento ulteriore dell’età media della vita. Con coraggio, evidentemente. Senza il timore di essere sbranati da marocchini o da rumeni. Di cui hanno tanta paura nel Nord, dove la Lega promette ronde. Nel Sud non abbiamo paura dei mafiosi.
Molto più pericolosi. Sappiamo che la mafia va eliminata. Non devono essere eliminati né marocchini, né rumeni, né altri che, invece, dovremmo veramente imparare ad accogliere. Il mafioso non esprime un disagio. Una scelta di vita, invece, l’adesione a una subcultura. Rumeni e marocchini e albanesi e altri ancora esprimono un disagio e spesso sono sfruttati dalle mafie. Qualcuno ci specula sopra anche per carriere politiche personali. Enfatizzando oltre ogni limite una tragedia che va affrontata nell’ottica della modernità e del nuovo nomadismo, funzionale oltretutto alla globalizzazione. Milano e Roma. E Londra? E Parigi? Ho letto che le metropolitane di queste città sono sicurissime. Ma dove attingono le informazioni? E Erba, Perugia, Cogne?...E il bullismo nelle scuole e le aggressioni ai docenti e le immagini di violenza scaricate sulla rete? Veramente abbiamo così grassi prosciutti negli occhi? Forse dovremo sperimentare l’esilio. Evidentemente nel nostro paese. Perché il problema della sicurezza oggi riguarda il mondo intero. Dove si è sicuri? Non dimenticheremo l’11 settembre 2001 quando venne attaccato il Paese che da tempo si è vocato a fare il gendarme al mondo intero! Più che l’esilio, credo dovremo sperimentare il prosaico nomadismo. E dovremo governarlo, caligine a parte. Forse imparando, anche nel solare Sud, a convivere con la nebbia. Perché difficilmente avremo modo di opporci alla monarchia telecratica.
Nelle piazze, nelle assemblee e nei parlamenti ci si opponeva con la retorica, l’arte dell’argomentazione e della persuasione, che diventava anche logica giuridica, sapienza amministrativa. Proprio come sosteneva Eschilo nell’Orestea dove esaltava il peitò come anima dell’Aeropago. La piazza, le assemblee, i parlamenti sono stati delocalizzati. Impossibile continuare a svolgere l’opposizione senza tenerne conto. Mi pare anche riduttivo l’eventuale ruolo oppositivo del Governo ombra. Una monarchia telecratica, infatti, è tale perché è una e sola. Se stampa, tv e web verranno controllati da un unico potere, il Governo ombra anche ad esistere non ‘apparirà’. Sicché non sarà, perché è solo ciò che ha visibilità e passa, oggi, attraverso le immagini televisive. Per questo, i candidati oppositori, sapendo di ciò –sospetto!- invocano ruoli bipartisan. Compresi i programmi elettorali. E’ passato il messaggio secondo il quale Destra e Sinistra avevano lo stesso programma. Sartori è arrivato a scrivere sul Corsera che si sarebbe dovuto votare una coalizione alla Camera e l’altra al Senato. Quindi, tutti innocenti! Il problema era l’affidabilità della promessa in termini di capacità realizzative. La Sinistra è inaffidabile perché litigiosa, la Destra è pragmatica e Berlusconi ne è il garante. (Avendo dimenticato, però, che non aveva mantenuto la promessa del milione di posti di lavoro e che tra promesse e smentite ci ha assuefatto allo show).
La mano ora dovrebbe passare alla cultura militante. Proprio come avvenne alla fine dell’antico regime. Allora si utilizzò a piene mani la stampa. Oggi la stampa (non solo quella di carta) è nelle mani del regime. Occorrerà ricorrere ad altri strumenti? A nuovi linguaggi? A nuove tecnologie? Probabilmente! Non so dire quali? Senza, tuttavia, perdere il contatto vis a vis, corpo a corpo, locale. Perché, nell’era della globalizzazione e del cosiddetto virtuale, c’è tanto tanto bisogno di locale. Altrimenti, lo scenario che sta per aprirsi in Italia: il vuoto palcoscenico associato al localismo becero. Grazie a questo mostruoso connubio, il mercato e la politica ci sottraggono il presente e il futuro. L’Essere si annulla. Al cittadino, che ha sede nella città – luogo significativo della comunicazione – viene tolto il linguaggio. Che si coniuga, prevalentemente al futuro come da tradizione greca e giudaico-cristiana. Cosi come vengono cancellati dalla mente del cittadino i giovani. Per il cittadino greco la cultura e la politica erano paideia e Cristo Maestro incitava ‘sinite pargulos ad me venire’. Il passato aveva pure il suo ruolo, come luogo della nostalgia, il desiderio di ritorno che dà senso all’avventura mediterranea di Ulisse e all’accettazione del sacrificio del Figlio che desidera tornare nella Casa del Padre. Mercato e politica ci tolgono il tempo. Che si accartoccia nell’atto dell’acquisto e del consumo. Scivola senza lasciar traccia alcuna. Nulla. Un presente senza cittadini e senza giovani. Lo spettacolo di desertificazione. Che non possono accettare gli educatori quali furono gli illuministi! Gli uomini e le donne che desiderano al futuro, anche quando –ora- stanno pensando al passato.
La sinistra e il sindacato sono stati individuati come responsabili della conservazione del passato. Non è falso! Hanno tremato e tramato dinanzi all’innovazione. Magari godendo dei benefici di essa! Negli accusatori e negli accusati di conservatorismo sta lo stesso convincimento: scienza e tecnologia sono cumulative, aggiungono sempre nuovi ritrovati più o meno stupefacenti, strabilianti. E, invece, no! Scienza e tecnologia stanno ristrutturando l’essere che siamo abituati a chiamare uomo, l’homo sapiens sapiens. Che nella storia dell’Occidente è stato, in modi diversi, cittadino. Per avere inventato la polis e il nomos, che reggono sulla parola. Soprattutto alfabetica. Ora occorre fare i conti con la modernità. Per non esserne travolti. La retorica fu per lunghi secoli arte del governo della polis. Occorre aprirsi a nuove retoriche, inventare nuove grammatiche della comunicazione. Veltroni ha aperto il dibattito, ha lanciato il guanto. In Italia, forse, godiamo di un vantaggio. E’ un paradosso? Questo è pure il paese in cui vennero aperti nuovi scenari culturali dal Futurismo. Frustrati, purtroppo, e confluiti insieme ad altri armamentari residuali nel Fascismo. Io penso che ora occorre stare molto all’erta per non regalare scienza e tecnologia al mercato globale e al localismo leghista. Imparare a esplorarle sino in fondo e coinvolgere nell’esplorazione (non solo nell’uso) i giovani. Che la città greca – il modello Atene _ non sopravvisse grazie a Diogene di Sinope, ma grazie a Alessandro Magno. Questi chiese alle comunità sottomesse di usare la lingua greca! E furono Alessandria e Antiochia, cioè la storia dell’Occidente.
Autore : Luciano Vullo
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