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Corriere di Gela | Decollo siciliano
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notizia del 07/06/2005 messa in rete alle 18:48:13
Decollo siciliano

Quale futuro per tanti ragazzi di vivacissima intelligenza? Se lo chiede il Prof. Giovanni Ruffino, Preside della Facoltà di Lettere dell’Università di Palermo in un bellissimo articolo che ho letto giovedì scorso sull’edizione palermitana di Repubblica. Se fossimo un po’ meno distratti o meno ossessionati da talune cure elettoralistiche, dovremmo fermarci – politici ed educatori in primis – e porci la domanda. Anche perché non solo dei ragazzi di vivacissima intelligenza si tratta, ma – egoisticamente (?) – di noi stessi. Ché senza ragazzi di vivacissima intelligenza non abbiamo futuro. Forse neppure presente.
Scrive testualmente il Prof. Ruffino: “Le intelligenze costruiscono incessantemente il sistema complesso dei saperi di una comunità. Più questo sistema è radicato ed esteso, più la comunità è forte”. Non consola constatare che la densità culturale in Italia è scarsa. Che si è molto indebolita in questi ultimi anni nel corso dei quali si è rammollito tutto l’apparato della produzione della ricchezza. Stando alle analisi, seppure divergenti, di Montezemolo, di Fazio e dell’Ocse. (Trascuro spiritose battute del Cavaliere che fanno solo intrattenimento di avanspettacolo). La densità culturale risulta ancora più scarsa in Sicilia che tutti gli indicatori collocano al penultimo posto della graduatoria italiana della dispersione scolastica, poco prima della Calabria. Senza nulla togliere ai ‘ragazzi di viva intelligenza’, non sono loro a costituire il ‘sistema complesso dei saperi di una comunità’. Ed emigrano. Dice giustamente il Prof. Ruffino che ‘Una tenuta culturale che si dispone per trame lasche e discontinue, ha una scarsa capacità attrattiva e un’alta spinta espulsiva”. That is the question, avrebbe fatto dire Shakespeare al suo più famoso eroe tragico.
Di fronte al pericolo della recessione totale, gli educatori, in primis gli intellettuali che operano nelle strutture organizzate, fanno bene a suonare ‘il campanello d’allarme’ per scuotere chi alla politica si dedica con l’ossessione della prossima ventura candidatura. Da cui non è immune qualche accademico che dalla prossima campagna elettorale si aspetta la realizzazione della sua felicità. Ché, intanto, né i filosofi fanno i re, né i re fanno i filosofi. E nella con-fusione registreremmo la messa in liquidazione del residuo sistema di sapere della comunità. Alla quale non credo serva tantissimo che ‘i ragazzi di viva intelligenza’ restino in Sicilia. Nell’articolo di Ruffino è chiarito che tante intelligenze isolane sono emigrate. Ed è verissimo. Sospetto che la forza della comunità siciliana sia stata prodotta proprio da queste ‘migrazioni’. Legate all’insularità-continentale al centro del Mediterraneo, bacino di grande movimento nei secoli. Luogo di fughe e di ritorni, di aspirazioni e nostalgie. A maggior ragione oggi, nel tempo dei cyber viaggi in un Mediterraneo di più vaste dimensioni. Alle quali dovremmo guardare con più realistica attenzione.
Un piccolo, proprio piccolo esempio. Ci stiamo adoperando a Gela per l’istituzione di alcuni corsi universitari. Evidentemente legati alle ‘vocazioni’ del territorio. Principio sacrosanto. Purché per territorio non si intenda uno spazio fisico-geografico non più esistente, considerati i nuovi spazi del mondo moderno e delle nuove comunicazioni. Probabilmente (quasi sicuramente) un corso riguarderà la produzione agricola. La prospettiva dovrà essere quella di formare tecnici esperti che si inseriscano nei cicli produttivi della riscossa dell’economia agricola gelese. Sarebbe sbagliato ancorarla a questa pur importantissima prospettiva. Io penso che l’istituendo corso di laurea, -in una prospettiva di grande flessibilità considerati i ritmi veloci dei cambiamenti e della competitività globale- dovrebbe formare professionisti locali e anche giovani provenienti quanto meno dal bacino del Mediterraneo in una prospettiva di movimento e di scambio di competenze e di beni che consolidino ‘il sistema complesso dei saperi di una comunità’. Che sarebbe un modo di curarsi di quello che viene individuato come l’annoso problema del lavoro giovanile. Che con molta modestia io porrei in termini di ‘autonomia economica dei giovani’.
Perché non credo che il futuro dei ragazzi vivacissimi di cui disponiamo in Sicilia come altrove debba essere inchiodato alla prospettiva dell’occupazione lavorativa, anche se in qualche modo il problema dell’autonomia economica dei giovani – non certamente in termini assistenzialistici - va pure affrontato e risolto. Senza ignorare che il lavoro è divenuta una risorsa scarsa e che tanta parte di esso deve essere svolto da strumenti tecnologici capaci di assicurare un alto indice di ‘produttività’.


Autore : Luciano Vullo

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