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Corriere di Gela | La moralità della Politica
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notizia del 31/01/2006 messa in rete alle 16:14:15
La moralità della Politica

Tantissimi anni fa ebbi l’onore grande di ospitare a Gela Giancarlo Paietta. Un eroe della resistenza antifascista. Mi sentivo inadeguato, non all’altezza dei personaggi che si incontrano nei libri di storia. Mi ero preparato a fare bella figura. Non solo tenendo alto il dialogo. Avevo raccolto tra i compagni una discreta somma di denaro per organizzare una degna cena. Non assaggiò né gli spaghetti al cartoccio, né alcunché della grigliata di pesce freschissimo. Disse che ai suoi tempi non si spendevano in quel modo “i soldi del partito”! Mi sentii in colpa grave anche se non avevo materialmente sottratto nulla a nessuno e ricordai mio padre che mi aveva insegnato a non buttare nulla di ciò che eccedeva dopo aver mangiato, perché ‘c’era gente che provava la fame’!
Rigorismo, moralismo! Roba d’altri tempi. Negli anni successivi alla guerra la miseria si vedeva con gli occhi. Io me la ricordo, lungo le strade, davanti alle case, a scuola, in parrocchia, dove qualcuno veniva a chiedere un pacco di pasta.
Poi il boom. Dopo ancora la crisi petrolifera. Contemporanea-mente a questa e a quello il consumismo. Enrico Berlinguer tentò di introdurre in politica il concetto di austerity. Uno scandalo! Venne attaccato da destra e da sinistra. Nessuno voleva diventare un fraticello minore. Ritorno al Medioevo? Lo rimproveravano al grande dirigente del Pci quanti stavano praticando modelli politici tipicamente medievali, dalla ‘raccomandatio’ al clientelismo alla dissoluzione dello Stato per una ri-presa del feudalesimo che mal sopporta l’impersonalità della legge. Ora non si tollera quasi più il potere vincolante della legge. E quanti sono chiamati a legiferare, fanno e disfanno le leggi per sottrarsi ai vincoli, alla loro perentorietà impersonale. Enfatizzano l’uomo senza legami che illudono di collocare in un’illusoria casa delle libertà. Essa, confusa con il luogo dell’abuso, si affida alla legge più antica che si ricordi: la legge del più forte, la pratica della violenza. Altro che Medioevo!
Indipendentemente dallo scintillio delle luci. Abbagliando, fanno lo stesso effetto del buio pesto: occultano quello che, tuttavia, sta davanti agli occhi. Dell’uomo, non più cittadino. Che, per, essere tale ha bisogno di vedere (conoscere) per esercitare la sua umanità nella libertà e nella sicurezza. Termine, quest’ultimo, derivante dal latino ‘sine cura’, ovvero senza preoccupazioni e senza paura. Senza la paura di essere sopraffatto, espropriato dall’altro, col quale, grazie alla legge, istaura un rapporto solidale. Ché l’uomo senza legami è un’astrazione, un assurdo. Anche se la modernità tende a rendere deboli i legami da uomo a uomo. Un malinteso modo della modernità , confusa col consumismo tout court, aborre tutto ciò che è durevole e solido. Il legame con le cose, con gli altri, con le istituzioni, con l’Altro, è mal sopportato dalla società dell’ “usa e getta”. Incutendo paura soprattutto. Intanto coi mezzi televisivi. Che speculano con programmi terroristici, compresi i telegiornali. Vedendo i quali, i telecittadini vivono l’impressione che il mondo è dominato dalla guerra e dalle stragi. E maturano il bisogno del salvatore di turno. Che, puntuale, non si fa attendere , sorridente e rassicurante.
La paura del futuro che, non essendo ancora è sempre avvolto nell’alone del mistero, viene eliminata incoraggiando a consumare il presente. Tutto mercificato. La vita è tutta una rincorsa di merci da acquistare. Senza neanche tanti calcoli e valutazioni, perché chi non è ‘soddisfatto’ può essere ‘rimborsato’. L’importante è acquistare e acquistare ancora. Tutto è mercato. Al quale accede anche chi non dispone di mezzi. O deve poter disporre di più mezzi per contare di più sulla base di quello che acquista, consuma e, soprattutto, ostenta. Perché se i consumi e gli sprechi non vengono mostrati, tenuti nascosti, non sono e nascondono. Invece, apparire occorre per essere. A tutti i costi. Sempre di più. Il rapporto con l’Alterità è assente in questa tipologia esistenziale.
La relazione con l’Alterità, credo, sia fondativa, invece, dell’esistenza umana. Senza la relazione con l’Altro – sia esso cose, animali, persone, Istituzioni comunitarie, Dio - il soggetto non ha rapporto neanche con se stesso. Tranne che in un dialogo interiore in cui si sdoppia in un intreccio di ‘io’ e ‘tu’. Voglio dire che non ha tensione, eros verso il futuro. Esso non è ancora. E’ solo nell’immaginazione, nel pensiero più o meno vago, approssimativo, misterioso. Può anche fare paura, la quale può essere esorcizzata con la mercificazione della vita. Appiattita sul presente. Ridotta alla condizione belluina. Oppure affrontata col pensiero e con la fantasia. Con cui il soggetto diventa cittadino e attivamente insieme agli altri costruisce il futuro umanizzandolo. Sicché, grazie anche all’artificio umano, il futuro, ciò che ancora non è, diviene presente. Con l’apporto della conoscenza, delle relazioni divenute leggi, della comunità divenuta stato, delle tecniche, delle arti e della politica che diventano poesia. Non di buonismo si tratta. Quando dico della moralità della politica, alludo alla tensione con la quale il soggetto si relaziona con l’Altro-Comunità-Istituzione. Se la relazione costruisce futuro è morale. Attiva, cioè, comportamenti di crescita dei soggetti umani e di umanizzazione della natura, anche delle merci prodotte col pensiero e con le tecniche. L’alternativa è la distruzione cui anche lo spreco contribuisce. Pericolo proprio non remotissimo. Le guerre, la fame di tanti popoli, l’esaurimento di scorte sono drammi che si possono prevenire. La politica, come capacità di costruire futuro, liberando il pensiero, la ricerca scientifica, la cooperazione tra gli uomini e le culture, svelando il futuro e la verità, mira a aprire nuovi orizzonti all’umanità. In ciò consiste, per me, la tensione morale, l’eros.


Autore : Luciano Vullo

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