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Corriere di Gela | Bullismo e comunicazione
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notizia del 18/03/2007 messa in rete alle 14:55:37
Bullismo e comunicazione

Diventa sempre più difficile ragionare con mente serena. Come poteva avvenire sino a qualche decennio fa. I cambiamenti anche allora. Ora sono troppo veloci. Rischiano di far fare valutazioni poco attendibili su cose che già sono cambiate. Poco ragionate. Così come mi pare di avvertire in questi giorni sul fenomeno del bullismo. Anche in ‘alto loco’.
Si dice di giovani abbandonati al nulla. Che, quindi, agiscono in modo maldestro. Spesso distruggendo le cose. A volte anche uccidendo. Come è avvenuto recentemente a Catania dopo una partita di calcio. Si dice anche della scuola che non sa ascoltare e interpretare i bisogni di ‘felicità e di verità’. Lo hanno scritto gli studenti del liceo classico Spedalieri di Catania.
Cose probabilmente vere. C’è, infatti, parte di verità nella prima e nella seconda affermazione. Una verità parziale, sbrigativa. Per mettere a posto la coscienza per poi continuare per la strada di prima. Dei giovani che denunciano l’abbandono, dei genitori che hanno troppo da fare per seguirli oltre l’infanzia, della scuola divenuta intanto luogo privilegiato del pubblico impiego.
Corro il rischio della presunzione. Noto che, forse, non ci accorgiamo, presi da mille occupazioni e da nulla, che stiamo vivendo una grande rivoluzione. In quanto cittadini del mondo, vissuta – la rivoluzione _ in modo diverso secondo le condizioni di vita in cui sperimentiamo quotidianamente l’esistenza.
Una rivoluzione culturale. Le tecnologie elettroniche non sono solo strumenti. Come gli elettrodomestici che pure hanno cambiato la vita degli uomini. Penso, invece, alla invasività pervasività del “digitale”. Non abbiamo più a che fare con strumenti che cambiano la vita agli uomini. Abbiamo a fare i conti con tecnologie che hanno cambiato la “comunicazione”, gli stili di pensiero, il modo di porre domande. Cui dovrà seguire un modo nuovo di dare risposte. Che, al momento, arrivano solo dal mercato che fabbrica strumenti e induce le domande. Soprattutto le domande dei ragazzini e dei giovanissimi. Cui raramente vengono date risposte da chi sta vivendo il ‘digital divide’. Ché l’aggressività-violenza-trasgressione giovanile non è un fatto nuovo nella storia dell’Occidente. C’è un’ampia letteratura cartacea. Anche le avanguardie culturali come il Futurismo. Pure qualche bel film come Novecento di Bertolucci. E qualche ricordo giovanile. (Personalmente ricordo che alle elementari il maestro arrivò ad accompagnarmi a casa tenendomi per mano per risparmiarmi dalla vendetta di qualche compagno ‘somarello’ cui non avevo fatto alcun torto). A parte le modalità, la trasgressione giovanile si manifesta come ricerca di autonomia. E’ stato un grande volano per promuovere innovazione nella società occidentale caratterizzata dal dinamismo. Questa è cresciuta su un sistema comunicativo affatto naturale. Quello alfabetico. Dai Fenici ai Greci a noi, la logica dell’allineamento delle sillabe e delle parole e dei discorsi. La logica del sapere. Non ce ne siamo accorti. Abbiamo subito violenza da bambini imparando a leggere e a scrivere. Metodi naturali? Per carità! Artifici. Ci siamo alfabetizzati e avviati a diventare cittadini. La scuola degli “elementi” divenuta poi di massa. Questo abbiamo subito. Ché la storia dell’Occidente è storia di alfabetizzati. Divenuta storia della democrazia di massa. Tra Ottocento e Novecento. Con enormi traumi e dolori di guerre mondiali, olocausto, foibe, totalitarismi.
Ciononostante, l’Occidente non ha compiuto il suo destino. Forse ce lo stiamo giocando oggi. In termini di digital divide. Dobbiamo non solo apprendere nuove tecnologie per migliorare le nostre prestazioni, la nostra economia, il nostro mercato. Dobbiamo anche affrontare il problema della comunicazione. Con le tecnologie digitali sta cambiando la comunicazione. E’ già cambiata per i più giovani. Non più discorsiva, allineata, sequenziale. Molto reticolare per chi vive ore e ore ‘connesso’. Che non conta tanto l’integrazione sociale. Prevale l’esigenza di sentirsi in qualche modo connesso. Schematicamente osservo che i giovani spendono il giorno prevalentemente con i pari età, a scuola, con le tecnologie elettroniche. Anche con i genitori. Stanno bene tra loro e con le tecnologie digitali. Sono connessi. Anche per cose giudicate perverse dal perbenismo ipocrita, spesso morboso. Stanno male con i genitori. Peggio a scuola. Non comunicano nel contenitore divenuto non-luogo. Ovvero, luogo privo di significatività. Dove non si sta connessi clandestinamente . Prima vi si comunicava su una linea consapevolmente o inconsapevolmente condivisa. Quella dell’acquisizione della cultura. Non sempre integrati, spesso ‘respinti’. Riconoscendo, tuttavia, il valore della cultura. Identificata a Gela ‘cco cocciu ‘a littra’, per significare il processo di alfabetizzazione.
Oggi? Urge una nuova alfabetizzazione per riprendere la relazione interrotta anche intergenerazionale. Con i conflitti? Forse anche con i conflitti auspicabilmente non violenti. Questa la nuova mission della scuola. Forse anche della politica. Dicevano gli antichi greci della paideia. Pedagogia? Pedagogia! La scienza che pensa all’educazione dei giovani. Cosa di più concreto ha da pensare l’istituzione scolastica? Anche la città?
Ci sono nuove domande. Socrate, è vero, non dava risposte come la levatrice non regalava figli alla partoriente. Aiutava, però, con sapiente arte maieutica e, col dialogo, costruiva ‘la felicità e la verità’. Educava,cioè. Entrando nell’anima dei giovani.


Autore : Luciano Vullo

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