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notizia del 11/02/2008 messa in rete alle 11:34:55
La nuova classe dirigente e la Democrazia
Ci vuole una nuova ‘classe dirigente’. Da quando è stato pubblicato “La casta” lo si sente ripetere con maggiore insistenza. Evidentemente con buone ragioni. Perché c’è troppa autoreferenzialità nei politici divenuti professionisti. Hanno troppi privilegi. Poverini quei deputati e quei senatori alla prima legislatura che non hanno maturato il diritto alla pensione per lo scioglimento anticipato del Parlamento!... Desta qualche sospetto, però, chi rivendica il rinnovamento della ‘classe dirigente’. Qualche volta, infatti, si è sperimentato quello che dal dialetto viene tradotto in termini di ‘togliti per farmi spazio’. Sempre pensando alla classe dirigente coincidente con il personale che va al Parlamento e nei Consigli di vario ordine e grado. Che penso la quantità debba essere allargata per avere chiara la percezione della profondità della crisi che in Italia sta toccando il fondo, ma è abbastanza diffusa nel mondo attuale.
La classe dirigente infatti è quella che governa un paese. Non solo, quindi, il gruppo degli ‘eletti’. Ai quali devono essere associati quanti hanno responsabilità decisionali e di controllo. Quanti, cioè, devono essere animati nella loro azione da un ethos che va ben al di là dell’interesse immediato e soggettivo per il semplice fatto che il loro comportamento ha ricadute in quello che gli antichi, secondo Hannah Arendt, chiamavano ‘spazio pubblico’. Quanti sono impegnati nell’istruzione (che ha sempre una valenza pubblica), nella salute (idem,) nella produzione dei beni materiali e immateriali, nell’amministrazione della giustizia, nella salvaguardia del territorio, nella sicurezza sociale e individuale, nell’assistenza ai deboli, agli anziani, ai bambini….Cioé, a diverso titolo, tutti. Proprio tutti perché tutti siamo responsabili, sempre a diverso titolo, dello spazio pubblico senza il quale non verrebbe garantito quello privato.
Ci vuole una nuova ‘classe dirigente’. Da quando è stato pubblicato “La casta” lo si sente ripetere con maggiore insistenza. Evidentemente con buone ragioni. Perché c’è troppa autoreferenzialità nei politici divenuti professionisti. Hanno troppi privilegi. Poverini quei deputati e quei senatori alla prima legislatura che non hanno maturato il diritto alla pensione per lo scioglimento anticipato del Parlamento!... Desta qualche sospetto, però, chi rivendica il rinnovamento della ‘classe dirigente’. Qualche volta, infatti, si è sperimentato quello che dal dialetto viene tradotto in termini di ‘togliti per farmi spazio’. Sempre pensando alla classe dirigente coincidente con il personale che va al Parlamento e nei Consigli di vario ordine e grado. Che penso la quantità debba essere allargata per avere chiara la percezione della profondità della crisi che in Italia sta toccando il fondo, ma è abbastanza diffusa nel mondo attuale.
La classe dirigente infatti è quella che governa un paese. Non solo, quindi, il gruppo degli ‘eletti’. Ai quali devono essere associati quanti hanno responsabilità decisionali e di controllo. Quanti, cioè, devono essere animati nella loro azione da un ethos che va ben al di là dell’interesse immediato e soggettivo per il semplice fatto che il loro comportamento ha ricadute in quello che gli antichi, secondo Hannah Arendt, chiamavano ‘spazio pubblico’. Quanti sono impegnati nell’istruzione (che ha sempre una valenza pubblica), nella salute (idem,) nella produzione dei beni materiali e immateriali, nell’amministrazione della giustizia, nella salvaguardia del territorio, nella sicurezza sociale e individuale, nell’assistenza ai deboli, agli anziani, ai bambini….Cioé, a diverso titolo, tutti. Proprio tutti perché tutti siamo responsabili, sempre a diverso titolo, dello spazio pubblico senza il quale non verrebbe garantito quello privato.
Voglio assolvere “la casta”? Assolutamente no. Perché chi governa le istituzioni deve essere moralmente più irreprensibile della famosa “moglie di Cesare”, per il semplice fatto che in democrazia ha ricevuto la fiducia. Una cosa seria, la fiducia. Terribilmente tragica! “Io ti do la mia fiducia”. Chi la riceve dovrebbe sentirsi caricato da una gravosissima responsabilità. Evidentemente, anche chi la dà prima di cederla… Perché, oltretutto, chi dà fiducia eleggendo il membro del Parlamento/Consiglio dovrebbe essere tanto responsabile da capire che non sta dando solo qualcosa che gli appartiene, di semplicemente suo, ma una fiducia che concorre con quella degli altri a determinare una condizione piuttosto di un'altra relativamente allo spazio pubblico, allo spazio di tutti. Che alcuni chiamano bene comune. Quasi si trattasse di una proprietà da spartire….o res nullius! Lo spazio pubblico è sì un bene, ma non divisibile nella misura in cui è un valore che va convissuto, una qualità di vita, una possibilità di esistere anzi che non, una chanche di esserci in questo mondo.
In altri momenti la costruzione di questo spazio pubblico richiese tempi molto lunghi e anche sacrifici. Penso ad esempio alla costruzione della nazione italiana. Altro che classe dirigente! Il “Risorgimento” nell’ ‘800 costruì l’Italia apparentemente dal nulla. Una classe dirigente, piuttosto ristretta per la verità, avviò il territorio dalle Alpi alle Isole alla modernità e alle conquiste liberali della Rivoluzione Francese. Unificandolo con la costruzione difficilissima di un ‘popolo’ che dalla tradizione antico-medievale aveva ereditato solo la lingua letteraria. Devono trascorrere secoli perché quella lingua diventi la lingua del popolo italiano … Una classe dirigente ristretta che capì che lo Stato soltanto poteva essere garante della libertà. Non lo Stato dei ‘principi legittimi’ reinsediati nei troni dopo il Congresso di Vienna. Ma lo Stato con la Sua Costituzione, i codici e l’apparato burocratico che doveva servirlo. E con una scuola pubblica impegnata a rendere i cittadini capaci di elevarsi all’esercizio dei diritti e dei doveri. Progetto che animò il grande Giovanni Gentile nella riforma della scuola. Concepita, per i tempi, come agenzia di formazione della ‘futura classe dirigente dello Stato”. Anche in contrasto con la pratica del fascismo che tanto, per la verità cedeva, al familismo, al clientelismo, alla doppiezza del ‘predicar bene e razzolar male’.
Certo, ben diverso il progetto dei socialisti e di Gramsci. Per il fatto che Gramsci pensò sin da giovanissimo all’allargamento della classe dirigente. E, quindi, all’egemonia della classe operaia alleata al mondo contadino perché tutti diventassero classe dirigente dello ‘spazio pubblico’ in un regime di democrazia piena.
Mentre Giolitti pensava a una classe dirigente coincidente con quanti si fossero elevati alla cultura dello Spirito (Ethos-Spirito Pubblico-Stato), Gramsci pensava al socialismo e alla classe dirigente formata dai proletari come avanguardia rivoluzionaria portatrice di una nuova e più ampia democrazia. Andando più in là dello stesso Gaetano Salvemini che, p.es., pensava sino a tempi a noi vicini che agli operai bastava dare un’istruzione di base di tipo professionale.
Da questo punto di vista credo sia decisivo uno sguardo a quello che avvenne il 1° Maggio ’47 a Portella della Ginestra. Ad appena 10 giorni dopo le elezioni del 20 Aprile quando in Sicilia vinse il Blocco del Popolo che vedeva alleati i socialisti e i comunisti. Ad appena due anni di distanza dalla conclusione della seconda terribile guerra mondiale. Dalla quale si originerà quella guerra fredda che spaccò il mondo in due. Con la Sicilia al centro del Mediterraneo che secondo i timori degli USA di Truman rischiava di finire nell’orbita del blocco sovietico. Il prof. Francesco Renda ha recentemente ricostruito la storia di quegli anni. Lui che ne fu anche protagonista in quanto era stato incaricato di tenere il comizio a Portella nel corso della festa del Lavoro. La banda Giuliano, forse inconsapevolmente, fu artefice di un massacro che doveva servire a fare uscire fuori dall’area governativa quanti erano stati i maggiori artefici della liberazione del fascismo, i comunisti e i socialisti. La testimonianza di Francesco Renda è un segno della responsabilità di una classe dirigente. I cittadini arrivati a Portella dai paesi vicini avevano armi per combattere contro la mafia e la banda Giuliano. Ed erano pronti ad impugnarle. Renda riuscì a dissuaderli. De Gasperi aveva, rispetto a quanti si erano formati sui classici del socialismo e alle lotte dei lavoratori, una concezione diversa di ‘classe dirigente’. Che da allora tese a racchiudersi sempre di più attorno all’esercizio del potere statuale dentro gli apparati. Impedendo, nei fatti, lo sviluppo dell’ethos, dello spirito pubblico. Che, non nasce, voglio dire dall’oggi al domani. E necessita di una dura fatica soprattutto dopo lo sfascio cui siamo pervenuti. Che non riguarda solo la casta. Basterebbe, infatti, una buona legge elettorale a risolvere il problema. La cosa sta più in profondità, invece, e le forze politiche che hanno dietro di sé un più alto senso dello Stato (non dello statalismo) dovrebbero capire che è arrivata l’ora di mettere seriamente mano al progetto. Mi ha veramente fatto impressione l’espressione usata da Veltroni uscito dall’incontro col Presidente Marini allorché si è riferito alla scelta della Lega di non partecipare ai colloqui: “Veramente siamo scesi di un altro gradino più in basso”.
Autore : Luciano Vullo
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