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Corriere di Gela | L’uomo di vetro di Parlagreco diventa un film per Rai Fiction
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notizia del 19/07/2006 messa in rete alle 09:55:17

L’uomo di vetro di Parlagreco diventa un film per Rai Fiction

Sono iniziate a Catania le riprese del film L'uomo di vetro, tratto dal libro omonimo di Salvatore Parlagreco (nella foto) , edito da Bompiani. Il film è prodotto da Raiuno Fiction e dalla Red Film. La regia è stata affidata ad uno dei registi più promettenti della giovane generazione, Stefano Incerti. La sceneggiatura è firmata da Heidrun Schleef, che ha firmato "La stanza del figlio" di Nanni Moretti, e dallo stesso autore dell'opera che ha ispirato il film, Salvatore Parlagreco. Il protagonista dell'opera cinematografica è David Coco, nel ruolo della madre è stata prescelta una grande attrice italiana, Angela Bonaiuti. Nel cast, in uno dei ruoli centrali, Tony Sperandeo, attore siciliano ormai affermato.
L'uomo di vetro racconta la storia di Leonardo Vitale, il pentito che confessò i delitti commessi per obbedire agli ordini della mafia e raccontò a poliziotti e magistrati i nomi dei capi di Cosa Nostra. Per undici anni Vitale passò da un manicomio criminale all'altro, peregrinando per l'Italia. La sua mente vacillò, le confessioni non ottennero credito nonostante fossero stati accertate da indagini della questura di Palermo. 43 mandati di cattura furono cancellati.
Fu condannato a 24 anni, il cugino e lo zio furono uccisi, i capi della mafia da lui denunciati – Riina, tra gli altri – ma anche esponenti politici noti professionisti non subirono nemmeno il processo. Vitale dovette partecipare alle udienze del suo processo in una gabbia accanto agli uomini che aveva denunciato, subì ricatti e minacce, fu sottoposto a ben tre perizie psichiatriche ed a una terapia elettroconvulsivante, l'elettrochoc, che danneggiò il suo equilibrio mentale già fortemente provato. Undici anni dopo la sua confessione, Leonardo Vitale fu ucciso mentre tornava dalla messa insieme con la madre e la sorella, che vennero risparmiate.
La storia di Vitale è stata una icona degli errori commessi dello Stato nella lotta alla mafia, la prova che la criminalità organizzata non è stata combattuta con efficacia, con strumenti idonei e che ha potuto contare su connivenze e alleanze insospettabili.
Le dichiarazioni di Vitale furono oggetto di una accurata indagine da parte del giudice Giovanni Falcone che fece delle sue dichiarazioni uno dei cardini della inchiesta istruttoria a lui affidata. Il film tuttavia non è una storia di mafia ma una esemplare episodio di emarginazione sociale, di manicomializzazione del dissenso e del diverso. La follia di Vitale finì con il dar ragione a quanti affermano che solo un pazzo può tradire la mafia.
"E’ un film sulla libertà della coscienza, sulla forza di andare contro tutti per affermare la propria libertà, anche contro le proprie radici e affetti – ha dichiarato il regista Stefano Incerti a Repub-blica, che martedì scorso ha dedicato un’intera pagina all’evento –. La lotta di un non eroe per sconfiggere la mafia, in parte vittima, in parte colpevole".

L’autore del libro: “Un’esperienza esaltante”
– Un film della Rai su un tuo libro, che cosa significa per un autore?
"La soddisfazione di avere scritto qualcosa che ha interessato molta gente. La Rai non sta realizzando uno sceneggiato per la tv, ma un film per le sale cinematografiche. Vuol dire che crede nella storia e nel film".
– La tua è la prima esperienza di sceneggiatura.
"Sì, è la prima esperienza. In verità ho fatto qualcosa di simile molti anni fa con Ennio De Concini, premio Oscar, un personaggio poliedrico. L'ho aiutato, ma alla fine non se n'è fatto niente. La Fininvest, committente di De Concini, allora era in crisi, a quanto pare. Stavolta ho lavorato con Heidrun Schleef, una straordinaria professionista, una tedesca molto italiana. Lo sceneggiatore è lo scrittore più libero, la sua fantasia non è imbrigliata da nulla, che non sia la storia che intende realizzare. Scrivere per il cinema è interessante, divertente. Certo, poi il regista ha l'ultima parola, modifica, aggiusta, migliora o…peggiora, ma questa è un'altra storia. A ciascuno il suo".
– Lavorare in coppia è difficile?
"Impone rinunce, piccoli sacrifici, umiltà, specie quando si lavora con professionisti affermati, come nel mio caso, ma s'impara l'arte. Bisogna stare un passo indietro, ma se hai voglia, un po’ di professionalità e hai passione, allora recuperi facilmente. Heidrun Schleef ha le sue idee, io le mie. Ce li teniamo entrambi".
– Sei lontano dalla tua città, mentalmente intendo.
"No, un pezzo della mia famiglia è a Gela. Sorella, nipoti, figlia. Come potrei essere lontano? Dalla Gela politica, sì, sono assai lontano".

Il regista Stefano Incerti: “Un’esperienza esaltante”
– Chi era Leonardo Vitale?
"Colui che passa per essere il primo pentito di mafia, Leonardo Vitale, l’uomo che, nel 1972, con le sue dichiarazioni permise di smantellare l’organizzazione verticistica della mafia, era in realtà un ragazzo sensibile e introverso, che aveva sopportato a fatica il contesto malavitoso in cui era stato allevato".
– Leonardo Vitale si pentì dei delitti commessi o patteggiò come i collaboratori di giustizia la pena?
Non esisteva una legislazione premiale, allora, quindi non poteva patteggiare nulla. Turbato da un profondo senso di insofferenza per il mondo che lo circonda, Leonardo si rifugia nella religione per trovare un concreto motivo di pentimento ed espiazione. La sua non è una scelta ipocrita. Il sentimento verso Dio è così profondo da lacerarlo intimamente fino a sfiorare il misticismo. Un percorso tra una speciale invocazione diretta (quasi cristologica) e un tentativo di avvicinamento al mistero di Dio che non ha nulla di artefatto e che anzi si distingue per semplicità e immediatezza.
– Vitale fu l'unico a pagare per i delitti commessi dalle cosche?
"Certo è che forse Leonardo ha pagato un prezzo troppo alto sia in vita che da morto e per questo la sua storia non può essere dimenticata".

L'incipit del romanzo L'Uomo di Vetro, pubblicato da Bompiani
La follia era dunque quegli occhi smarriti? Quante volte aveva ucciso? Quattro, cinque volte. Avrebbero potuto essere di più. Molte di più. Aspirava boccate di fumo come fossero le ultime, trattenendo la sigaretta sulla punta delle dita e il gomito in alto.
Anche la morte si lasciava ingannare. Quell'uomo era morto e potevo ordinare che ripetesse ogni gesto o parola tutte le volte che volevo. Non mi sarebbe sfuggito alcun dettaglio. Proprio niente. Lui non avrebbe potuto sottrarsi, né ribellarsi, né urlare o invocare aiuto. Come le sue vittime.
Indossava un cappotto lungo, un po' liso, si sorreggeva con un bastone, aveva capelli folti, ricci e scuri e una barba vecchia di due o tre giorni. Camminava a fatica, facendosi precedere dal bastone, quasi dovesse arrampicarsi piuttosto che appoggiarsi. Zoppicava? Dapprima mi parve di sì, poi ebbi la sensazione che fingesse. Sembrava rapito da un pensiero profondo, come se una voce gli imponesse di ascoltare. Una voce dentro, non quella dell'uomo che gli poneva con insistenza domande inutili. Gli occhi inseguivano quella voce con un battito di ciglia o si spegnevano in uno sguardo lontano. Allora le pupille fissavano il vuoto.
Corrugò la fronte, infastidito dalle domande; ne eluse alcune e si mostrò contrariato per altre. Avrebbe potuto avere 50 anni, o 30, o 60. Provai curiosità per i movimenti delle sue mani; erano le mani che in qualche modo materializzavano il crimine. Pensai che assecondassero il bisogno di protezione.
Perché inseguivo quell’uomo? È la chiave di tutto, mi aveva detto il poliziotto, cercando di mettermi sulle sue tracce. Una storia dimenticata, avevo replicato con convinzione. Poi il ricordo di un episodio mi aveva fatto cambiare idea. La sua iniziazione al delitto: il cane che scodinzola a pochi passi da un ragazzo, il fucile puntato sull’animale, il guaito della bestiola che subito si spegne, il ragazzo che vomita l’anima accanto alla pozza di sangue, una mano sulla sua spalla... Tornai a fissare le sue mani: stavano allontanando qualcuno con un gesto debole. Sentii il bisogno di toccarle.
Quel ragazzo, ormai adulto avrebbe subito la stessa sorte: sarebbe stato ammazzato come un cane. Doveva avere un senso tutto questo. Che cosa fa di una persona, un assassino o una vittima? L’indole, le circostanze, l’arma del delitto? Il coltello pretende mani abili, forti, feroci; il grilletto di un fucile richiede la debole pressione del dito. Si può puntare sulla vittima e pensare ad altro. Ma quando comincia a scorrere il sangue, la morte giunge inesorabile, le armi diventano tutte uguali e si prendono il cuore e la ragione dell’assassino.
Fermai l’immagine, portai indietro il nastro, estrassi la videocassetta, spensi il televisore. Mi lasciai cadere sullo schienale della poltrona, emisi un profondo sospiro e volsi lo sguardo verso gli oggetti poggiati sul cassettone, poi passai in rassegna le suppellettili. Da quanto tempo ero seduto davanti al televisore? Guardai l'orologio. Le 22 circa. Non avevo mangiato. Mi accinsi a preparare qualcosa. Squillò il telefono. Sobbalzai, lo lasciai squillare a lungo. Chi chiamava, non desistette. Dovetti rispondere, non c'era alcuna ragione perché non lo facessi.
Uscii di casa un quarto d'ora dopo. Percorsi in auto un tratto di Corso Vittorio Emanuele. Accesi la radio. Le luci gialle di Piazza Bologna scoprivano i Quattro Canti di via Maqueda. Gialle? Ci sono colori che non percepisco.
Rimuginavo un'idea, e andavo persuadendomi che fosse quella giusta. Avrei chiesto a Roberto di lavorare con me. Mi avrebbe risposto che lui non s'era mai occupato di cronaca giudiziaria né di cronaca nera. E tanto meno di mafia. Avrei detto che non cercavo un detective. L'indagine del poliziotto mette insieme i fatti, non s'interessa dell'anima. Perché proprio lui allora? Semplicemente perché aveva l'attitudine allo smascheramento. A questo punto avrebbe riso e... In via Libertà il semaforo mi costrinse ad un'inutile fermata. La mia era l'unica vettura in quell'incrocio. Abbassai il finestrino, respirai l'aria fresca. Volsi lo sguardo in alto, il cielo era terso. Mi sentivo euforico. La città non mi aggrediva con i frastuoni e la folla. Mi parve elegante, sicura di sé, una bella donna di mezza età, di quelle che ad ogni passo sembrano conquistare il territorio. La Palermo doppia e tenebrosa non esisteva e ne ero contento. Chissà quali oscuri obiettivi ci avrebbero addebitato, di quali aggrovigliate trame saremmo stati sospettati. Tutte le polizie si erano cimentate per venti anni su quella storia. A quale scopo occuparsene ancora? Che la mafia fosse riuscita a conquistarsi venti anni di impunità facendo di lui un pazzo, era sì, importante; che non fosse stato creduto era sì, uno scandalo. Ma noi avremmo mirato ad altro: la follia usata dalla mafia, dagli avvocati, dai giudici per i propri fini.


Autore : Redazione Corriere
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