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Corriere di Gela | Il ritiro degli antenati
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notizia del 11/10/2005 messa in rete alle 09:17:46
Il ritiro degli antenati

Ci ho pensato a lungo prima che cominciasse il nuovo anno scolastico. Al rapporto tra adulti e nuove generazioni. Non solo per il mestiere che faccio – dirigo un liceo –, ma anche da candidato alla vecchiaia. Che mediamente si allunga. Spero anche per me e non certamente per la paura di morire.
Ho l’impressione di una tendenza al suicidio degli adulti. Che vengono sempre più sistematicamente ignorati dai giovani. Anche dai bambini. Con il conseguente contagio della paura di crescere, come paura del vuoto con cui si identifica la condizione adulta. E c’entra poco o solo di traverso il problema del lavoro.
Brevemente: se il nuovo venuto al mondo – stavo per cedere alla tentazione di chiamarlo ‘il figlio dell’uomo’ o anche il ‘nato da donna’ – non fa un relativamente lungo apprendistato, non si mette in posizione eretta, non comunica verbalmente e tante altre piccole-grandi cose. L’educazione non è un semplice ‘trarre da dentro’, uno sgomitolare la lana che già c’è. Bensì, un condurre e un essere condotti. Paideia, dicevano senza equivoci i greci e credo alludessero, se non mi inganno, anche all’atto del ‘prendere per mano’ da parte di uno schiavo. E crescevano i ragazzi o per imitare più o meno spontaneamente adulti di riferimento o per studio guidato da adulti.
Né bene, né male. E se fossero rimasti a camminare a carponi? E se non avessero mai usato il linguaggio verbale? Le cose, con molta probabilità, sarebbero andate diversamente. Forse, quello che chiamiamo Occidente non avrebbe inventato la città e, quindi, il vivere civile secondo ‘norme’. Che si sono tramandate in modo più o meno rigido. Avendo anche richiesto riti di iniziazione e di passaggio a un ordine spesso sacro, reso autorevole dal crisma di quanti più non c’erano: gli antenati. Il cui culto, anche secondo Foscolo, ha reso civili i comportamenti degli uomini. I costumi più molli, come sosteneva Democrito, grazie al ‘superfluo’, rispetto allo ‘stretto necessario’ che forse è nell’ordine naturale. E siamo arrivati dove siamo attualmente. Che abbiamo enormi difficoltà a comprendere. Con sviluppi futuri assolutamente imprevedibili. Solo alcuni filosofi prevedono un destino della tecnica con gli uomini, singoli o associati, che operano per esso.
Non essendo un profeta, né un matematico capace di proiettare nel futuro un’infinità di variabili, che da possibili diventino compossibili come avvenne al Grande Orologiaio di leibniziana memoria, mi limito a costatare quello che mi capita sotto gli occhi. Per prendere, anche con interesse personale, partito senza molto affannarmi per l’eventuale compimento del ‘destino dell’Occidente’. Dove mi trovo. Con il mondo come esso è. Cioè, globalizzato. Dove i bambini vengono sempre meno presi in carico da adulti che li hanno messi-al-mondo. In questo mondo negli globalizzato. Non solo per difficoltà di presenza nel luogo-casa, da cui sono dis-tratti. Chi ha messo al mondo, per così dire, alla maniera della tradizione, sta rinunciando di fatto al ruolo di adulto-padre e di adulto-madre. Sensi di colpa e colmatura attraverso oggetti che non veicolano valori. Non voglio fare valutazioni moralistiche. Dico dei soggetti padri e madri che non sono adulti perché non si sentono e non si comportano da adulti. Nei confronti dei quali mi sembra assurda ogni campagna in termini di assunzione di responsabilità e di trasmissione di valori. Non sentiti, forse neanche riconosciuti con le parole. Queste sembrano essersi svuotate. Forse occorrerebbe volgere lo sguardo a questo svuotamento della parola, che Giovanni, l’Evangelista, mise ‘In principio”…
Forse per costatare non tanto ‘la morte di dio’. Il passaggio inarrestabile dalla ‘mente alfabetizzata’ alla ‘mente digitale’. Per nuove forme di comunicazione?
So che il passeggio dalla cultura orale a quella scritta richiese l’intervento dei sofisti, maestri per professione. Ché il pur bravo ‘accompagnatore’ di fanciulli non fu più all’altezza della formazione del cittadino ateniese. Per partecipare alla vita democratica gli occorreva la virtù del ‘discorso convincente’, della retorica. I sofisti, i grandi storiografi, i grandi tragediografi sono i veri antenati dei giovani ateniesi del V-IV secolo a.C.
Quando nella seconda metà del XIX secolo l’industrializzazione incrinò negli Usa il ruolo educativo della triade famiglia, vicinato e bottega artigiana, J. Dewewy fondò a Chicago la scuola attiva che doveva colmare il vuoto.
E oggi? Ho l’impressione che ci sia tanta distrazione, anche da parte di una scuola che i governi abbandonano – sicuramente il governo italiano in carica! - al di là delle circolari sulla dispersione scolastica e sulla proliferazione dissipativi dei progetti. Tutto lasciato al libero mercato. Che tiene in vita chi ha un potere di acquisto. Non una cittadinanza, irriducibile ad esso. Così come non è riducibile all’esercizio della forza, come abbiamo appreso sui banchi di scuola sentendo del ‘patto sociale’ di Hobbes.
Rischiano non poco gli anziani di non avere alcun potere di acquisto, considerata ‘l’insopportabile’ allungamento dell’età della vita sempre più incompatibile con i bilanci pubblici.
Forse dovranno chiedere asilo in questo mondo. Forse, senza scimmiottamenti, da ‘antenati’, dovranno aprirsi al nuovo per attivare logiche di integrazione in questa realtà globale, dove possono (?) avvenire lacerazioni. Terribili lacerazioni!


Autore : Luciano Vullo

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