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Corriere di Gela | Perché il “Piano Casa” sia l’occasione per risanare i centri urbani
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notizia del 05/04/2009 messa in rete alle 00:41:23

Perché il “Piano Casa” sia l’occasione per risanare i centri urbani

In un momento cruciale del dibattito urbanistico sulle maggiori possibilità edificatorie che s’intendono concedere ai cittadini è bene che si moltiplichino le opinioni affinché ciò che si sta per decidere diventi opportunità per riqualificare le città e non l’ennesima occasione per aggravare il degrado.
Qui tratto un aspetto specifico della questione, decisivo però per avviare un processo virtuoso di risanamento dei nostri centri urbani e per ciò che ci riguarda più da vicino di gran parte dell’edificato gelese. Gli aspetti economici, pur importanti, hanno carattere contingente, ma i mattoni che si metteranno l’uno sull’altro, il modo e il luogo dove si sovrapporranno, dureranno più a lungo e peseranno di più sulla qualità della vita futura.
Stralcio dell’area urbana di Gela risultato dell’espansione prima spontanea, poi abusiva, degli anni ‘60.

La foto che riproduciamo, tratta da Virtual Earth, è l’immagine aerea di una porziuncola dell’espansione urbana gelese iniziata negli anni sessanta, ma potrebbe trattarsi di un quartiere di Niscemi o di qualunque altra città ad edilizia spontanea della Sicilia. Questa foto però, con la forza che spesso solo le immagini sono in grado trasmettere, fa comprendere aspetti importanti delle tematiche che desidero mettere in luce.
In una situazione di compattezza del costruito, privo dei requisiti d’antisismicità, in assenza di standard urbanistici, carente delle prerogative igienico-edilizie, con coperture piane nella gran parte degli edifici, con il moltiplicarsi dei contenitori dell’acqua sopra di esse, l’unico modo per recuperare aree libere, standard e decoro ambientale, consiste nel favorire lo sviluppo di una “porosità urbana” nella quale poter inserire spazi verdi, piazze e servizi pubblici. Tale porosità è possibile ottenerla, com’è ovvio, solo con la demolizione in loco e la ricostruzione altrove di una porzione importante dei volumi esistenti.

La stessa immagine rende palese a quale guasto urbanistico, stavolta definitivo e irreversibile, avvieremmo la città, qualora si aggiungessero, ai volumi già esistenti, altri locali e altri blocchi di tufo, senza precisi criteri e prescrizioni.
C’è da dire, purtroppo, che la proposta di PRG, in corso d’adozione a Gela, ignora questo tema e queste aree, e consente in esse di riempire i pochi vuoti rimasti ancora liberi.
Questa (non) scelta è in contrasto con le esigenze di risanamento e di riqualificazione e con quanto sarebbe necessario e utile ad una città divenuta emblema della negatività urbana confermando fra i cittadini l’idea (sbagliata) che in quelle aree non ci sia più nulla da fare.
Che fare, allora?

Acquisire preliminarmente, se non già disponibili al patrimonio immobiliare comunale, aree libere sufficientemente ampie e utili allo scopo.
Il Comune, previe apposite destinazioni di Piano Regolatore Generale, dovrebbe mettere queste aree a disposizione perequativa e in permuta con criteri predefiniti nella normativa di Piano. La permuta dovrebbe riguardare i volumi che insistono nelle aree che s’intendono risanare.
L’incentivo a demolire i volumi esistenti nelle zone degradate dovrebbe essere legato alla facoltà di ricostruire il medesimo volume nelle zone preordinate dal Comune, opportunamente maggiorato a titolo d’incentivo e di compensazione (20-30%?) con il vincolo di rispettare precisi criteri costruttivi, generare risparmio energetico e garantire la sicurezza dei cittadini e dei nuovi edifici perché rispettosi dei criteri costruttivi di antisismicità.
Le aree rimaste libere nelle zone degradate, dopo la demolizione, in virtù della permuta perequativa, sarebbero acquisite al demanio comunale con il vincolo di destinarle al recupero dei servizi pubblici mancanti.
Sarebbe utile a questo scopo legare la possibilità di chiudere le sanatorie rimaste insolute, alla disponibilità dei proprietari a delocalizzare altrove i volumi abusivi, ma questa è materia che solo una specifica legge regionale potrebbe portare a soluzione.

Ulteriori quote di volume potrebbero essere concesse per il trasferimento su immobili già costruiti e di proprietà privata, ma dichiarati preventivamente ammissibili dallo strumento urbanistico. In sostanza, la maggiore possibilità volumetrica, si assegnerebbe solo a chi non consuma aree pubbliche e cede il vuoto necessario per il recupero degli standard. Le aree di proprietà comunale, poste in ambito di perequazione e dotate di “volume di scambio”, potrebbero essere utili anche per acquisire le aree private destinate a standard dal Piano Regolatore. Questa scelta, se compiuta, toglierebbe gran parte delle motivazioni all’abusivismo edilizio perché diverrebbe economicamente “indifferente” la destinazione a servizi pubblici di una parte del territorio privato e perché realizzerebbe una pianificazione più equa e più giusta fra tutti i cittadini. Questa scelta consentirebbe inoltre, all’Amministrazione comunale, di acquisire con certezza gli standard di Piano e si scriverebbe, verosimilmente, la parola fine alle interminabili diatribe legali pubblico/privato connesse con la “reiterazione” dei vincoli urbanistici scaduti e mai attuati. Si tratterebbe di scelte, a mio modesto avviso, semplici, risolutive e di buon senso, ma se volume in più dovrà essere, almeno che sia limitato a trasformare le coperture piane in sottotetti abitabili come da antica tradizione, da realizzarsi con coperture a falde rispettose delle norme sul risparmio energetico, che sia con tegole in coppo nostrano (si darebbe lavoro alle imprese locali) e condizionate dall’obbligo di realizzare nei sottotetti locali idonei ad ospitare i contenitori dell’acqua eliminando lo scempio ambientale di quella marea di bidoni blu sullo sfondo ocra del tufo.
Francesco Salinitro
Architetto, esperto in pianificazione del territorio


Autore : Redazione Corriere
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