notizia del 15/05/2006 messa in rete alle 22:46:03

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Gela, che fare?
Gela e tutti i quesiti che la coinvolgono è un problema assai serio ed articolato, e dovrebbe coinvolgere tutti i gelesi, specialmente coloro che, avendo (avuto) esperienze forestiere, hanno avuto la fortuna di andare ben oltre l'esperienenza solamente gelese.
Dopo periodi diversi vissuti all'estero l'esperienza mi ha insegnato che il mondo apre un po' gli occhi, ci fa percepire le cose un po' più in profondità e ci arricchisce di una maggiore capacità d'analisi. Naturalmente la combinazione di quanto sopra (anche se non necessariamente) spesse volte ci dota di una sensibilità più penetrante e ci allarga le idee.
Quando mi riferisco alle persone che hanno avuto esperienze ulteriori a quelle gelesi non mi riferisco solo a coloro che di tanto in tanto lasciano Gela (o l'Italia) per andare a trascorrere il solito periodo vacanziero around the world (già di per sè assai istruttivo). Per capire ulteriormente il problema Gela bisogna avere vissuto tanti anni lontani da essa (e si capisce ancora più profondamente se i luoghi visitati sono diversi e disparati). Non solo con l'allontanamento si capiscono le contraddizioni gelesi (si prenda come una terapia di disintossicazione), da lì si possono anche incominciare a percepire le possibili soluzioni.
Dopo più di vent'anni vissuti a Vancouver, la città a cui le Nazioni Unite hanno attribuito i più alti standard di vivibilità del mondo (sanità e sicurezza, cultura e ambiente, infrastrutture), penso che la mia opinione abbia una certa autorevolezza, pertanto – anche com'è ovvio ognuno ha il diritto di non essere d'accordo circa il contenuto di quanto da me scritto – voglio condividere la mia opinione con i lettori di questo giornale.
Gela è prima di tutto un problema filosofico. Un problema filosofico si affronta solo se si ha una nozione anche se blanda sulla filosofia (e non bisogna necessariamente essere filosofi per averla). Ovvero, prima ci si mette d'accordo circa i parametri del rapporto che c'è tra la natura e l'uomo. Mi spiego meglio (cercando di limitare il tema). Gela è una metafora di tutti i problemi meridionali che col tempo, incacrenendosi, sono diventati propri facendo parte inevitabilmente della sua personalità.
Un po' tutti abbiamo un'idea di quello che tanti studiosi meridionali dell'ultimo secolo hanno definito come 'Questione Meridionale'. Anche se io rimango fortemente convinto che codesta questione rimane ancora tutta aperta (da affrontare naturalmente in chiave moderna e meta-industriale), sicuramente vi sono paesi e città meridionali che nel frattempo hanno ridotto in un certo qual senso quel gap che ancora le differenzia dalle città più avanzate del centro-nord. A furor di popolo (e di buon senso) Caltagirone, Erice, Piazza Armerina, in qualche modo Ragusa, e sicuramente qualche altra città siciliana (e, per estensione, meridionale) di cui non ho notizia di prima mano, sono da annoverare tra le città che hanno ridotto il gap di cui ho detto prima. Apro e chiudo una parentesi: senza che si fraintenda neanche da che parte sto (per i lettori ignari, qui a Burnaby (facente parte della Greater Vancouver, Canada) sono organico ad una giunta di centro-sinistra), non sempre e necessariamente le amministrazioni che funzionano sono di sinistra: negli ultimi dieci anni (e forse qualcosa in più) Gela è stata amministrata ininterrottamente da giunte di sinistra, e i risultati purtroppo lasciano a desiderare.
Dicevo. Se Gela non è quindi né Caltagirone o Piazza Armerina, significa che c'è una differenza tra Gela e Caltagirone, tra Gela e Piazza Armerina, tra Gela e quante altre città meridionali più vivibili di Gela. Sì che alla fine tutte queste differenze – o gap – tra Gela e il resto delle città meridionali (n) più vivibili di Gela fanno la somma di un grande GAPn di cui Gela s'è fatta involontariamente portatrice. Gela è la risultante di un progetto mai progettato (teoria del Caos). Metaforicamente Gela è quell'adulto nato da una tresca e subito abbandonato di notte dietro il portone di una chiesa, sballottato a destra e a manca senza per questo avere mai conosciuto una direzione o un obiettivo chiaro, e una volta cresciuto sopravvive d'espedienti.
Gela è stata un gran bel sogno a cavallo degli anni cinquanta e sessanta. Un sogno che, se si fosse realizzato, oggi la vedrebbe tra le città meridionali più all'avanguardia. Un esempio? Si prenda Macchitella. Negli anni sessanta, subito dopo la sua realizzazione, la concezione urbanistica e architettonica che esprimeva allora non aveva uguali in tutto il Meridione (e sicuramente ne era un'anomalia): un modello di sviluppo sociale (e socialista), una combinazione equilibrata tra cemento e vegetazione. Lì, purtroppo, si ruppe in qualche modo il sogno e fu l'inizio di quella serie di capitolazioni – di cui non s'è mai più ripresa – che l'hanno ridotta a quella che oggi rappresenta: la metafora della 'Questione Meridionale'.
Chi ha letto Gela: una storia meridionale, di Eyvind Hytten e Marco Marchioni (un libricino di circa cento pagine che consiglio di leggere) sa anche a cosa mi riferisco. Sa che quel libro è un'analisi senza veli della sconfitta di quel sogno anzidetto. E per associazione mi viene in mente la Legge di Murphy: Se su migliaia di modi di fare una cosa bene c'è ne una (solo una) che porti alla catastrofe, sicuramente ci sarà qualcuno che la farà diventare inevitabile. E questo è quello che è successo a Gela.
Ora, io non è che sto lì a puntare il dito contro questo o quel personaggio politico. Sicuramente se c'è da puntare il dito esso deve andare dritto a tutta la classe politica gelese che, a qualsiasi livello, negli ultimi quarant'anni ha fatto sì che quella catastrofe si realizzasse. Un esempio per tutti. Negli stessi anni, anziché migliorare, l'erogazione dell'acqua potabile a Gela è andata a peggiorare, e sembra che di questo problema non solo sanitario nessuno se ne sia preoccupato più di tanto. Io sto parlando di Gela, di una città appartenente a uno dei paesi più altamente industrializzati, a uno di quei paesi dei cosiddetti G8. Il problema diventa ancor più indignante e stomachevole se si pensa che tanti sono stati i milioni di lire (e forse anche di euro) che sono stati investiti per la sua piena realizzazione. In un paese normale un cittadino normale (ovvero, senza una particolare o accentuata coscienza civica) come minima forma di protesta si sarebbe incatenato davanti al cancello del Comune per giorni interi e avrebbe chiesto che fine hanno fatto quegli investimenti che come contribuente ha pagato sotto forma di tasse. Naturalmente il nostro cittadino sa già che fine hanno fatto quei soldi e si guarda bene dal fare qualsiasi forma di sit-in; e se la mafia a Gela negli ultimi vent'anni ha fatto terra bruciata è perché qualcuno gliel'ha permesso. Sono i nostri politicanti coloro ai quali sicuramente va addossato il devastante effetto del loro egoismo e servilismo verso i caporioni. Calati juncu ca passa la china. Aveva ragione il povero Falcone...
A questo punto non è il parcheggio più o meno cementizio all'Arena Stella del Mare o, che so?, un qualsiasi altro spazio residuo che mette a dura prova la coscienza ecologista gelese più o meno sviluppata. Lo scempio ambientale e paesaggistico di cui Gela e i gelesi sono stati vittime va ben oltre il rappezzamento come quello per esempio dell'Arco di Piazza San Giacomo o quell'obbrobrio di Obelisco cementizio alla fine della strada che da Gela porta a Macchitella. Eppoi le strade. Bene ha anche fatto Giulio Cordaro a denunciare con uno dei suoi articoli brillanti di qualche settimana fa (“Strade? Questione di livelli...”) lo stato di abbandono in cui si trovano le nostre strade cittadine. Il rimedio il più delle volte è peggiore del male: semplicemente una cosa vergognosa. Mi ricordo quando ancora vivevo a Gela in Via Istria, più di vent'anni fa, denunciai alle autorità di competenza lo stato fatiscente e pericoloso della scalinata che dalla via Istria porta alla Via Filippo Morello. Ebbene, la scalinata è ancora lì come l'ho lasciata, come simbolo della pessima manutenzione delle opere urbanistiche cittadine. Ora, il problema non è se la scalinata crollerà. La questione è: quando? Bene, quando sfortunatamente la scalinata crollerà probabilmente ci scapperà anche il morto; e quando finalmente il delitto sarà consumato allora le autorità, tutte lì a rimbalzarsi la palla senza che nessuno alla fine saprà con certezza di chi è stata la colpa. E vivranno tutti felici e contenti.
Troppi sono stati gli appuntamenti mancati che avrebbero dato alla nostra cittadina gli strumenti per farne una città vivibile e moderna. A questo punto le nostre autorità politiche non hanno molta scelta e bene fa il nostro sindaco ad esporsi così coraggiosamente contro la mafia. E non solo. Tutti gli elettori gelesi dovrebbero esigere lo stesso impegno civile e morale da coloro che hanno l'ambizione di rappresentarli a qualsiasi livello. In un'altra lettera di qualche anno fa avevo scritto quanto segue:
Nel Meridione manca (è sempre mancato, anche quando negli anni '60 vi furono forti investimenti della Cassa per il Mezzogiorno) un Progetto, una grande visione di un grande Progetto con tutto quello che ne deriva. Gela ha delle forti potenzialità: ha un clima ideale, ha delle spiagge ideali, ha un'agricoltura ideale, ha dei giovani che sono ancora lì, impazienti com'ero io più di vent'anni fa, a dare tutti se stessi al primo che abbia la capacità di promettergli un'illusione e un lavoro dignitoso, sia come manovale che come dottore o ingegnere.
Quanto appena scritto è la base di un progetto di cui il sindaco con il più ampio consenso possibile, creando anche le premesse per un consenso soprattutto dell'opposizione, si dovrebbe rendere carico. Da lì dovrebbe sviluppare tre momenti:
un piano di sviluppo urbanistico e sociale di quel che vuole essere Gela nei prossimi cinquant'anni.
1a. Invitare urbanisti ed architetti su base nazionale a presentare diversi piani di sviluppo, vincolati naturalmente a tutte le zone di rispetto (industriali, commerciali, residenziali e di tanto verde pubblico attrezzato) che si vogliono sviluppare nello stesso periodo, tenendo anche conto della inevitabile crescita demografica;
1b. si ridia voce e potere ai cittadini (facendo particolarmente attenzione che la loro fede politica non sia automaticamente un lasciapassare) invitando tutti, con una quota minima di giovani al di sotto dei trent'anni (si investa sui giovani!, non mi stancherò mai di ripeterlo), a partecipare a delle tavole rotonde dove, dopo avere sviluppato una serie di alternative sociali, si invitino coloro che hanno mostrato una maggiore originalità e una maggiore assiduità ai lavori a formare una commissione che si prenderà la briga di analizzare e decidere, entro un certo periodo (per esempio di sei mesi o di un anno), quale dei piani di sviluppo al punto precedente. meriti di essere promosso, sviluppato ed attuato (con scadenze sempre certe).
Un piano di sviluppo industriale e commerciale che dia la possibilità di attrarre capitale nei settori che si vogliono promuovere considerando il territorio e la geografia di Gela.
2a. Realisticamente la zona industriale ad est di Gela non offre sbocchi di crescita. Anziché mantenere una politica di so-pravvivenza, i responsabili delle due parti dovrebbero trovare un accordo su un disimpegno dalla durata da stabilire ma definita (per esempio dieci anni) e in accordanza col nuovo piano di sviluppo che nella stessa area si decide di promuovere (un esempio potrebbe essere un'agricoltura intensiva o un'industria del terziario o dei servizi);
2b. a tal proposito il turismo e l'agricoltura intensiva debbono essere i due sbocchi naturale per la promozione del piano di sviluppo in oggetto. Gela, data la distanza dai principali centri commerciali italiani ed europei, deve produrre beni e servizi che debbono essere consumati in loco, e il turismo e l'agricoltura – in considerazione soprattutto del nostro clima – sono sicuramente di forte richiamo. Si coinvolga, anche persistentemente, la sovraintendenza dei beni artistici e culturali ad investire capitali su possibili escavazioni che portino alla luce reperti archeologici di cui sicuramente il nostro sottosuolo è ricchissimo; si amplifichino tali escavazioni ad est delle Mura di Caposoprano, se ne distruggano le ville che – chissà come – nel frattempo sono state costruite in modo tale che vengano rimpiazzate come una continuazionne dagli alberi che fanno già parte della vegetazione locale; si amplifichino anche gli scavi sotto il Museo e le zone limitrofe; a ovest dell'Istituto Industriale di Caposoprano e di tutte quelle aree dove sono stati trovati reperti archeoligici. Inoltre si promuova la costruzione di hotels e di ostelli giovanili tra Gela e Manfria, possibilmente attaccati al demanio marino (Rimini e Viareggio docet); si creino degli itinerari turistici e relative mappe da distribuire gratuitamente ai turisti e a tutti coloro che le richiedono attraverso dei chioschi piazzati nei punti più strategici della città; si restauri la villa comunale potenziandola ed allargandola ad est per manifestazioni sociali e culturali; si finiscano finalmente tutti quei lavori incominciati e mai terminati come il pontile sbarcatoio. Si punti anche sulla ricerca e sviluppo nei nuovi settori avanzati. Insomma, si debbono creare tutte le condizioni affinché tutti i gelesi, i siciliani e gli italiani abbiano finalmente la sensazione che a Gela si vuole e si deve cambiare.
Un piano di sviluppo scolastico ed universitario (tipo campus) e tutte quelle altre strutture sportive e sociali dove i giovani e i pensionati abbiano finalmente un posto dove potere andare a spendere il loro tempo libero, con un beneficio notevole di tutta la comunità.
Come si vede per i prossimi cinquant'anni a Gela c'è tanto da fare. Naturalmente questi sono soltanto alcuni esempi attraverso cui un amministratore con delle forti visioni che vanno ben oltre quel periodo e come solo interesse il bene della collettività dovrebbe operare. Perché a pensarci bene è solo una questione di idee. C'è un limite al petrolio e al gas; c'è un limite alla pesca; c'è un limite alle foreste; ma non c'è limite alle idee. Questa è la chiave.
Roberto Fasciana, Burnaby, BC – Canada [rfasciana@yahoo.com]
Autore : Redazione Corriere
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