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notizia del 21/01/2013 messa in rete alle 22:09:59
Altro che pax mafiosa: 28 arresti della polizia
A conclusione di complesse indagini condotte dalla Squadra Mobile di Caltanissetta, Sezione criminalità organizzata, nellanotte tra lunedì e martedì scorsi, sono state eseguite 28 ordinanze di custodia cautelare a carico di altrettanti affiliati e/o soggetti contigui al clan mafioso degli “Alferi”. Il provvedimento è stato emesso dal Gip del Tribunale di Caltanissetta Alessandra Giunta, il quale ha accolto le richieste formulate dalla Dda di Caltanissetta.
I reati contestati sono quelli di associazione mafiosa, estorsione, usura, aggravanti dall’aver agevolato la consorteria mafiosa di appartenenza. Le ordinanze di custodia cautelare in carcere sono state eseguite nei confronti di:
Giuseppe Alferi, (Gela, 1963), in atto detenuto nel carcere di Catanzaro; Nunzio Alferi (Gela, 1987), in atto detenuto nel carcere di Caltanissetta; Carmelo Sebastiano Alferi (Gela, 1947); Vincenzo Alferi (Gela, 1975); Sebastiano Massimo Alferi (Gela, 1973); Gaetano Davide Alferi (Gela, 1976), in atto detenuto nel carcere di Gela; Maria Azzarelli (Gela, 1967); Vincenzo Azzarelli (Gela, 1966); Salvatore Azzarelli (Gela, 1977), in atto detenuto nel carcere di Voghera (Pv); Giuseppe Biundo (Gela, 1979); Vincenzo Burgio (Gela, 1969); Giuseppe Caci (Gela, 1982); Rosario Consiglio (Gela, 1966); Francesco D’Amico (Gela, 1961); Giovanni D’Amico (Gela, 1981); Francesco Giovane (Gela, 1986); Rosario Moscato (Gela, 1990); Luigi Nardo (Gela, 1983); Giuseppe Palmieri (Gela, 1990); Orazio Pirone (Gela, 1986); Angelo Pirone (Gela, 1981); Fabio Russello (Gela, 1981), in atto detenuto nel carcere di Gela); Gianfranco Turco (Desio, 1974), in atto detenuto nel carcere di Gela; Paolo Vitellaro (Gela, 1990).
Sono state inoltre eseguite le misure cautelari degli arresti domiciliari nei confronti di:
Antonella Bignola (Gela, 1974); Salvatore Fidone (Niscemi 1967); Domenico Rocca (Asti, 1972); Giuseppe Vinci (Gela, 1973).
I soggetti destinatari di misura in carcere sono accusati, quali partecipi di un’associazione delinquenziale denominabile “gruppo Alferi”, da qualificare di tipo mafioso, perché i suoi appartenenti si avvalgono della forza intimidatrice del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà da esso derivanti per commettere delitti di ogni genere e, principalmente estorsioni, furti, danneggiamenti col fuoco, usura, occupazione abusiva di immobili ed altri ancora.
Il sodalizio mafioso, dall’anno 2005, si avvaleva della notevole caratura criminale di Giuseppe Alferi che lo promuoveva e lo costituiva fin dai primi anni novanta, col generico progetto di commettere una serie indiscriminata e indeterminata di delitti contro il patrimonio e i sodali realizzandoli in gruppo e con cadenza quasi quotidiana, così facendo assumere all’associazione le connotazioni di tipo mafioso, anche grazie alla notevole capacità criminale del suo leader di coinvolgere nell’organizzazione molti affiliati, e di contrastare in tal modo militarmente le altre consorterie mafiose storicamente presenti a Gela, cosa nostra e stidda.
Giuseppe Alferi dovrà rispondere dell’aggravante di essere stato il promotore, il costituente e il capo dell’associazione di tipo mafioso, denominabile gruppo Alferi, associazione armata.
In particolare dalle indagini è emerso che il sodalizio mafioso facente capo a Giuseppe Alferi, era autonomo ma contiguo a cosa nostra gelese e dedito alla commissioni di innumerevoli estorsioni, alla gestione di un vasto giro di usura, alla ricettazione, all'imposizione del prezzo della frutta (in particolare delle angurie nel periodo estivo) con illecita concorrenza, violenza e minaccia, all'imposizione della raccolta di materiali ferrosi di vario tipo ai danni di commercianti ed artigiani con attività insistenti nella città di Gela, all’occupazione abusiva (ed alla successiva vendita) di case popolari dello Iacp (Istituto autonomo case popolari).
L’attività tecnica consentiva di riscontrare l’esistenza di una vera e propria famiglia mafiosa, nonché il ruolo di leader indiscusso rivestito da Giuseppe Alferi nella gestione diretta di tale gruppo criminale. L’Alferi, infatti, pur se ristretto in carcere, mediante l’utilizzo di alcuni canali, tra cui i colloqui con i suoi familiari e la corrispondenza epistolare, inviava messaggi e direttive da destinare ai sodali della sua organizzazione; in particolare, durante i colloqui, emergevano ripetuti “passaggi” di messaggi attraverso pacchi di fazzoletti tra Giuseppe Alferi e i suoi familiari.
L’organizzazione criminale mafiosa oggetto di indagine si contraddistingueva per la ferocia e la violenza dei suoi metodi di azione, realizzando attentati, minacce ed intimidazioni che coinvolgevano anche appartenenti alle forze dell’ordine operanti a Gela che, facendo il loro dovere, l’avevano nel corso degli ultimi anni contrastata applicando la legge. I sodali del clan Alfieri, infatti, intimorivano, minacciavano e colpivano (con azioni dinamitarde e incendiarie ai danni di mezzi e portoni di abitazioni), poliziotti e carabinieri che impedivano di fare loro svolgere affari illeciti, o più semplicemente cercavano di fare rispettare le norme del codice della strada.
Inoltre, le indagini confermavano ciò che già era patrimonio investigativo consolidato (per pregresse investigazioni e grazie alle dichiarazioni di numerosissimi collaboratori di giustizia) e cioè che la consorteria criminale mafiosa riconducibile a Giuseppe Alferi continuava in questi ultimi mesi ad utilizzare un sistema “selvaggio” di depredazione delle risorse del territorio in cui operava, essendo organizzata con delle vere e proprie “squadre” di sodali che realizzavano innumerevoli furti in abitazione, furti in poderi di campagna, alla ricerca di ferro, rame, alluminio, altro materiale; furti di autovetture, furgoni, mezzi d’opera e contestuale restituzione degli stessi con il c.d. metodo del cavallo di ritorno (chiedendo cioè un somma estorsiva per la restituzione del maltolto) estorsioni, raccolta del ferro presso officine con un sistema impositivo mafioso, imposizione del prezzo e della vendita di angurie, attività usuraria, occupazione delle case popolari e conseguente richiesta di denaro agli occupanti allocati abusivamente.
L’associazione mafiosa risultava essere inoltre armata e i suoi affiliati non disdegnavano di intimidire, con azioni eclatanti a colpi di arma da fuoco contro saracinesche e portoni di abitazioni, quelle attività commerciali o imprenditoriali che si rifiutavano di aderire alle loro richieste impositive–estorsive.
Va inoltre evidenziato che le attività tecniche di intercettazione venivano corroborate dalle pregnanti dichiarazioni di un neo collaboratore di giustizia Emanuele Cascino, classe 1980, già sodale proprio del clan Alferi, ed anzi fedelissimo del suo capo Giuseppe Alferi, di cui era figlioccio.
Il Cascino, mentre erano in corso le indagini, anche tecniche, di cui al presente procedimento, decideva di collaborare stante il fatto che la sua vita e quella dei suoi familiari era in pericolo per dissidi creatisi all’interno del clan di appartenenza e che per ben tre volte era stato fatto oggetto di attentato ai suoi danni, l’ultimo dei quali avvenuto a Gela nel giugno del 2010. Tanta era la devozione del Cascino al suo capo che lo stesso si era tatuato sulle spalle una grande effige ritraente il volto dell’Alferi.
In particolare, le attività tecniche relative alla intercettazione della corrispondenza intrattenuta da Giuseppe Alferi permettevano, inoltre, di accertare che quest’ultimo, tramite gli elementi più fidati, stava tentando di fare rintracciare il Cascino per proporgli di ritornare a Gela, con la promessa che nulla gli sarebbe accaduto, in termini di ritorsioni, nei suoi confronti.
Le altre investigazioni tecniche a carico dell’Alferi, iniziate con l’intercettazione ambientale in carcere dei colloqui sostenuti da costui con i propri familiari ed in particolar modo con la moglie Silvana Cialdino, nata a Gela il 28.02.1967 e la propria amante storica Maria Azzarelli, nata a Gela il 24.12.1967 intesa “Maria Maccarruni”, sorella di altro pregiudicato mafioso aderente a cosa nostra (Azzarelli Salvatore inteso “Maccarruni”, 15.06.1977, attualmente recluso), evidenziavano appieno il rilevante ruolo rivestito, all’interno dell’organizzazione criminale, dalla Azzarelli, che aveva tra i propri compiti anche quello di portare all’esterno del carcere le ambasciate dell’Alfieri e che era coinvolta nelle attività di detenzione di armi, occupazione degli immobili Iacp e ricettazione, rappresentando di fatto l’anello di congiunzione tra l’Alferi ed i suoi sodali e svolgendo funzioni di raccordo e di controllo dell’operato di questi.
Altro settore, dal quale il sodalizio criminale, gestito in prima persona da Giuseppe Alferi e dalla sua convivente Maria Azzarelli, riusciva ad incamerare ingenti somme di denaro, risulta essere quello dei prestiti concessi ad usura.
In tale attività il clan riceveva il costante appoggio “logistico” di Antonella Bignola, sopra indicata, che, in qualità di dipendente della sala Bingo di Gela, provvedeva a procacciare giocatori della predetta sala in difficoltà economica, da sottoporre successivamente ad usura da parte di alcuni componenti della famiglia Alferi.
L’attività illecita dell’usura veniva riscontrata, oltre che dalle dichiarazioni rese dal collaboratore Emanuele Cascino, anche da due vittime, che, escusse in tal senso, ammettevano l’attività illecita realizzata ai loro danni.
Autore : Redazione Corriere
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