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Corriere di Gela | L’Italia e l’identità di stato e di nazione
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notizia del 19/03/2011 messa in rete alle 21:32:41
L’Italia e l’identità di stato e di nazione

Una riflessione politica contigua a quella storiografica. Della quale in questi giorni si sono occupati egregiamente il Prof. Giuseppe Barone con la sua equipe di Scienze politiche dell’Università di Catania (al liceo Eschilo) e i Proff. Enrico Iachello e Roberto Tufano (al Comune), rispettivamente, della stessa Università. La ricerca storiografica, scientifica, non è mai «innocente»! Scontato. Ma io che non sono uno storico, voglio fare una riflessione da cittadino. Cioè, da titolare di diritti politici. Che assiste: 1) agli interventi autorevoli e molto direttivi del Presidente della Repubblica che, in nome della Costituzione, chiede il dovuto rispetto al valore dell’Unità d’Italia che compie il suo 150°; 2) alla deriva dello Stato unitario e della statualità ad opera di un governo che, con disprezzo cinico, riconduce tutto a mercimonio in nome del potere sacrosanto e indiscutibile del dio denaro. Ha un senso, mi chiedo, oggi sul piano politico e su quello culturale la riaffermazione dello Stato Nazionale fondato su un’identità legittimante? Ho dei dubbi.

Temo che la celebrazione del 150° dell’Unità in piena era di globalizzazione rischi di eccedere in retorica. Intanto perché l’identità nazionale è dal punto di vista storico difficilmente documentabile. Quando altri stati si erano dati una loro identità, nel territorio peninsulare contrastavano due tendenze: quella universalistico-imperiale interpretata da Chiesa cattolica e Impero e quella particolaristica di comuni e di signorie. Con comuni e signorie che passavano da un’alleanza a un’altra per legittimarsi come istituzioni giuridiche e per incrementare la propria capacità economica. Fallirebbe chi si avventurasse nella ricerca di radici identitarie. Miti! Talvolta anche rozzi perché manipolati per affari da baracconi. Ora, in particolare, quando siamo costretti a pensare non più in termini di cittadini di un comune-sestriere-quartiere-terziere, ma in termini di “globopolitani”.

Certo, abbiamo alle spalle una comune civiltà letteraria prodotta da un’unica lingua. Quella di Dante, Petrarca, Boccaccio. Spesso, e giustamente, visti come padri fondatori della nostrana “Repubblica delle Lettere”. A condizione di tener conto di due fatti: La loro lingua è lingua letteraria. Non sfugge a nessuno che sino alla Grande Guerra gli italiani erano stranieri gli uni agli altri anche sul fronte dove finalmente cominciarono a capirsi non senza grandissime difficoltà.

Che i tre grandi poeti hanno dato luogo a una letteratura dell’Esilio (extra solum): Dante da Firenze verso l’Impero Universale, Petrarca verso la coscienza-anima, Boccaccio verso la corte di Roerto d’Angiò a Napoli.L’Unità del regno non avvenne su rivendicazioni di comuni radici, nonostante Mazzini. Si realizzò nel volgere di pochi anni e grazie anche a congiunture internazionali (l’impegno di Napoleone III e la protezione della flotta inglese nell’agevolazione dell’impresa dei Mille).

Cosa che non significa affatto secondo me svalutazione dell’impresa eroica culminata nella creazione dello Stato unitario consacrato col sangue negli scenari di guerra del Triveneto dove trovarono la morte anche 400 terranovesi! E poi la lotta per liberare il suolo, divenuto sacro, dall’occupazione del nazifascismo culminata, dopo altro bagno di sangue e attraverso una guerra civile, con la creazione della Repubblica una e indivisibile.

Celebrare questa repubblica una e indivisibile, nata dall’Unità del Regno d’Italia proclamata il 17 marzo del 1861, oggi ha un senso politico che vorrei brevemente sintetizzare dicendo dell’identità nazionale (di recente istituzione) come linea di resistenza alla deriva di esclusione socio-culturale prodotta dalla globalizzazione. Per cui oggi acquista un altissimo valore politico la difesa dell’identità nazionale come identità resistenziale. Contro cosa? Contro gli effetti disgreganti, spappolatori, e a rischio di esclusione che il mercato globalizzato sta producendo con gli effetti che sono sotto gli occhi di tutti. Anche dei ciechi. Che non sono quelli ai quali manca la vista, ma quelli che si rifiutano di vedere. La globalizzazione sta producendo in Italia –la realtà più giovane tra gli stati europei nazionali- il dissolvimento dell’autonomia delle istituzioni. Le une pericolosamente contro le altre. Incapaci di tollerare un equilibrio dei poteri che la cultura illuministica europea volle “separati”. Per non dire della sudditanza economica ad una logica che, deterritorializzando e delocalizzando in modo selvaggio e senza alcun controllo democratico, sta buttando fuori dalla scena della vita centinaia di migliaia di cittadini che né globopolitani e senza un campanile vivono sulla loro pelle le sorti infami dell’esclusione sociale.


Autore : Luciano Vullo

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