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notizia del 15/07/2004 messa in rete alle 21:13:24

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Della comunicazione museale
Una scommessa. Trasmutare la passione triste in passione gioiosa. Sono tristi gli uomini e le donne costretti nel mondo del silenzio, gli audiolesi. Spesso dotati di una capacità visiva superiore, soprattutto nel percepire i movimenti più rapidi. Osservano attorno, talvolta sospettosi. Quasi sempre isolati, si isolano ulteriormente. E guardano.
Li ho invitati a visitare il Museo Archeologico. Una loro maestra mi ha riferito che ne ignoravano l’esistenza e che erano contenti di essere stati invitati dall’Assessore. Perché quasi nessuno si cura della loro esistenza in quanto cittadini.
C’erano i bambini ad accoglierli all’ingresso con i genitori e le loro insegnanti della “Capuana”. E le telecamere. E alla reception l’addetta con i depliant.
Ospiti d’onore hanno ascoltato Roberta, esperta miniguida. Che ha parlato lentamente perché Ivana Legname traducesse nel linguaggio dei segni. E tutti attenti a trasmettere le loro emozioni con gli occhi, il volto, l’enfasi delle mani. Soprattutto quando un bambino spiega il contenuto di una ciotola. “Questi oggetti rappresentano tanti organi sessuali maschili”. Risata generale e manifestazione di meraviglia man mano che Ivana interpreta con i segni.
Un grande stupore durante tutto il percorso vetrina dopo vetrina. Anche i bambini condividono la meraviglia degli ospiti. Persino la “Ceramica dorata” esposta nella sala Eschilo sembra compiaciuta. Il miracolo sta nel fatto che i reperti sono tornati in vita a parlare e chiacchierare e gioire di tanta accoglienza. Da oggetti divenuti soggetti partecipano al convivio per il tramite della voce dei bambini e dei segni di Ivana.
Il Museo e la città si sono animati. Accoglienti hanno ospitato per sette giorni cittadini tutti diversi. Anziani, giovani animatori, diversabili.. Con gioioso superamento delle barriere culturali. Ché nella città civile, democratica tutti hanno diritto alla partecipazione, a godere della bellezza, ad appropriarsi della memoria. A comunicare con canali diversi. La parola parlata o scritta, la rappresentazione grafica, le immagini dipinte della ceramica greca o medievale o moderna, lo scambio degli sguardi, dei sorrisi compiaciuti. Anche con il confronto e pure lo scontro civile. Il rapporto con l’Altro che può essere amico o nemico, ospitale o ostile, da cui prendere le distanze o da avvicinare, nella dialettica di un io che mai si potrebbe riconoscere, mai potrebbe conoscere se stesso in assenza di un tu, come purtroppo avviene a chi, isolato, vive nel silenzio.
La città ha conosciuto e rivissuto questi momenti. In sette giorni tantissimi visitatori e le miniguide, bambini delle elementari “sfruttati”, sottratti ai loro impegni di candidati agli esami di licenza elementare e ai divertimenti di quanti – genitori e maestri (che bravi!) – si sono divertiti, soddisfatti, compiaciuti.
Il lavoro didattico è divenuto gioco. Così anche l’apprendimento e l’esercizio della professione di guida. I genitori hanno scoperto nuove dimensioni del pianeta scuola, del mondo museale, della loro città. Il circuito è andato ben oltre le logiche mercantili. L’ha fatto da protagonista la bellezza, il sapore delle esperienze che piacciono e riempiono non solo la bocca ma la totalità della persona. La sua pienezza di essere. No in futuro, già ora, piena nel presente.
Sì, perché il pensiero di futuro fa vivere passioni tristi. Non solo perché le grandi certezze, quelle messianiche, affascinano poco in seguito alle mutazioni imposte dalle tecnologie sempre più sofisticate. Assorbono l’Essere, lo modellano, lo plasmano nei bisogni e nei desideri sempre più consumabili nel presente, senza il piacere d’attesa. Il domani di tutti non è più il momento della crescita, del di-ventare adulti-liberi-emancipati, del diventare autonomi economicamente attraverso il lavoro sempre più destinato a diventare “risorsa scarsa” grazie al progresso tecnologico-informatico-robotico.
Guai a dire a un giovane di fare oggi un sacrificio per avere domani.Il domani appare triste ai giovani, incerto agli adulti, per non dire degli anziani.
Si affollano gli studi degli psicoterapeuti che ospitano tanti bambini e giovani depressi, adulti stressati, tantissimi af-fetti dal “mal di vivere”.
A Mazzarino, appena qualche giorno fa, un giovanissimo ha ucciso la madre, la sorella, ferito il fratello e poi s’è suicidato. Era un bravo ragazzo.
La cultura e la politica hanno da garantire la sicurezza. Oggi più che nel passato. Che, alla lettera, “sine cura”, sta per “senza preoccupazioni”, in pace, senza l’incubo del terrorismo e liberi con la capacità di espandere il proprio essere in modo robusto, con la forza delle sue radici, della memoria, e con la capacità di confrontarsi con l’alterità per conoscerla e conoscersi.
Autore : Luciano Vullo
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