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notizia del 15/01/2012 messa in rete alle 19:14:17
Arresti per l’omicidio Martines
Nella notte tra mercoledì e giovedì, la polizia ha dato esecuzione a 4 ordinanze di custodia in carcere, emesse dal Gip del Tribunale di Caltanissetta Dr. Marcello Testaquadra, nei confronti dei seguenti soggetti, appartenenti alle due associazioni a delinquere di stampo mafioso, cosa nostra e stidda, storicamente operanti a Gela: Massimo Gerbino, nato a Vittoria, 32 anni, pluripregiudicato mafioso, libero, già sorvegliato speciale della Ps; Salvatore Nicastro inteso “Turi lignu”, nato a Gela, 57 anni, pluripregiudicato mafioso, in atto detenuto; Gaetano Giuseppe Azzolina, nato a Gela 42 anni, pluripregiudicato mafioso, in atto detenuto; Giuseppe Maniscalco, inteso “Peppe fungiutu”, nato a Gela 33 anni, pluripregiudicato mafioso, in atto detenuto. Tutti ritenuti responsabile dell’uccisione di Daniele Martines, avvenuta nel 1998.
Le investigazioni hanno permesso di ricostruire da un lato un grave evento delittuoso, l’omicidio, effettuato con il metodo della lupara bianca, di Daniele Martines, detto “piccolino”, commesso nel 1998 da soggetti affiliati alla stidda di Gela e, dall’altro, di accertare l’attuale operosità criminale posta in essere sul territorio di Gela da un soggetto di spicco del clan Rinzivillo di cosa nostra, Massimo Gerbino, ritenuto l’attuale reggente della consorteria criminale citata. Queste le persone arrestate durante la notte tra mercoledì e giovedì:
Massimo Gerbino, nato a Vittoria, 32 anni, pluripregiudicato mafioso, libero, già sorvegliato speciale della Ps; Salvatore Nicastro inteso “Turi lignu”, nato a Gela, 57 anni, pluripregiudicato mafioso, in atto detenuto; Gaetano Giuseppe Azzolina, nato a Gela 42 anni, pluripregiudicato mafioso, in atto detenuto; Giuseppe Maniscalco, inteso “Peppe fungiutu”, nato a Gela 33 anni, pluripregiudicato mafioso, in atto detenuto. Tutti ritenuti responsabile dell’uccisione di Daniele Martines, avvenuta nel 1998.
I soggetti arrestati sono sottoposti ad indagini per i seguenti delitti:
il primo (Gerbino), in concorso con altri sodali, dovrà rispondere di estorsione aggravata per avere preteso, mediante violenza e minacce, la somma di 3000 euro da un noto imprenditore del settore metalmeccanico di Gela. Le minacce e la violenza sono consistite nel cospargere benzina la porta dell’ufficio dell’imprenditore, abbandonando poi nelle vicinanze una bottiglia di plastica piena di benzina ed un pacchetto di fiammiferi, successivamente nel danneggiare la vettura Smart di proprietà della cognata dell’imprenditore, mandando in frantumi un vetro e abbandonando all’interno della stessa un’accetta infine facendo valere in altre occasioni in maniera inequivocabile la sua appartenenza all’associazione mafiosa denominata cosa nostra. I fatti sono avvenuti a Gela nel settembre 2010. Gerbino dovrà rispondere anche dell’aggravante di avere commesso il fatto in qualità di appartenente all’organizzazione mafiosa di cosa nostra, ed in quanto tale avvalsosi delle condizioni previste dall’art. 416 bis. Con la recidiva reiterata specifica.
Lo stesso Gerbino dovrà altresì rispondere del delitto di associazione mafiosa, per aver fatto parte dal settembre 2009 alla data odierna, del sodalizio criminale di cosa nostra, segnatamente della famiglia di Gela articolazione territoriale della suddetta organizzazione operante in Sicilia ed in varie parti del territorio nazionale, oltre che all’estero. Con l’aggravante di aver fatto parte di un’associazione armata, attesa la disponibilità degli affiliati di armi ed esplosivi.
Massimo Gerbino era stato già arrestato nell’ambito dello stesso procedimento, ad esito dell’operazione denominata “Tetragona” (18 maggio 2011), che consentiva la scompaginazione del clan di cosa nostra di Gela e le sue storiche diramazioni nel varesotto e a Genova. Successivamente, il Tribunale del Riesame aveva annullato l’ordinanza di custodia cautelare che lo riguardava. L’arresto odierno è frutto di una nuova richiesta, avanzata dalla Procura Distrettuale di Caltanissetta, corroborata da nuove ed ulteriori attività investigative (espletate attraverso mirati servizi tecnico-scientifici, di pedinamento ed di osservazione del territorio) condotte dai citati uffici sul territorio di Gela, che hanno consentito di dimostrare come il Gerbino, dopo la scarcerazione, fosse repentinamente rientrato nei ranghi e tornato a gestire la consorteria criminale mafiosa di appartenenza con un ruolo di leader, a dispetto dell’età, stante i numerosi vuoti creatisi all’interno del sodalizio mafioso in seguito ai numerosissimi arresti effettati negli ultimi anni.
Gli altri tre arrestati (Nicastro Azzolina e Maniscalco) dovranno rispondere, in concorso tra loro ed altri sodali dell’associazione di tipo mafioso denominata stidda, di aver cagionato la morte, con il metodo della lupara bianca, di Martines Daniele, classe 1972, la cui scomparsa veniva denunciata dai familiari a Gela l’11 aprile del 1998.
In particolare Nicastro, Azzolina ed altri esponenti della consorteria della stidda decidevano di uccidere il Martines, anch’esso aderente al sodalizio mafioso in parola, in quanto ritenuto colpevole di un comportamento non ligio alle regole del gruppo mafioso, nonché sospettato di trattenersi parte del denaro ricavato dalla vendita di sostanze stupefacenti.
Il Maniscalco veniva incaricato dai soggetti summenzionati di indurre, con un pretesto la vittima a recarsi in un luogo appartato ove sopprimerlo. Lo stesso Maniscalco accompagnava effettivamente la vittima in luogo ove altri sodali attendevano ed ove veniva con modalità e mezzi ancora ignoti, ucciso. I tre devono rispondere dell’aggravante di aver commesso il fatto con premeditazione e al fine di agevolare le attività del sodalizio mafioso di cui erano parte.
Il Martines Daniele, classe 1972, era un giovane gelese che s'era presto avvicinato al crimine. Il collaboratore di giustizia gelese Trubia Salvatore, noto esponente di Cosa Nostra, ricorda che, ancor prima della scomparsa del ragazzo, su quest'ultimo pendeva una condanna di morte decretata da esponenti del suo sodalizio in quanto il Martines si accompagnava con i germani Trubia Massimiliano e Francesco e tutti insieme commettevano reati che infastidivano il gruppo mafioso, in particolare costoro erano sospettati dal boss di cosa nostra Argenti Emanuele di Guido di avere rubato la vettura Fiat Uno turbo della moglie. Pertanto, Argenti Emanuele di Guido aveva deciso di far uccidere tutti e tre i ragazzi ma, mentre i due fratelli Trubia erano poi stati soppressi, il Martines era scampato in quanto, nel frattempo, si era avvicinato agli stiddari e così, per evitare una nuova guerra di mafia tra i due gruppi, Martines non era stato ucciso.
A loro volta, alcuni stiddari ricordano Martines, nonché il suo ingresso nelle fila del sodalizio ed il ruolo assunto. E dunque, Martines Daniele sfugge a Cosa Nostra buttandosi nelle braccia della Stidda, ma anche in questo sodalizio, in breve, il suo comportamento non ligio alle regole mafiose suscita malumori e, alla fine, ne decreterà la morte.
Nel tempo più collaboratoti di giustizia già partecipi alla Cosa Nostra gelese attribuiscono la responsabilità della scomparsa di Martines agli Stiddari, i quali erano diventati ormai insofferenti al comportamento del giovane.
Vanno rimarcate a tal proposito le dichiarazioni rilasciate all’A.g. dal collaboratore di giustizia Rosario Trubia, che in relazione all’omicidio del Martines chiama in reità Nicastro ed Azzolina, proprio secondo le ammissioni di questi ultimi. La sera della scomparsa di Daniele Martines, infatti, Azzolina si recava presso la caserma dei Carabinieri accompagnato dal suo figlioccio Maniscalco il quale, fatto scendere l'Azzolina dal ciclomotore, si allontanava dal luogo con a bordo Martines; intanto anche Nicastro era lì presente.
Le indagini hanno accertato che effettivamente, nel giorno 8.4.1998, quando scompariva Martines Daniele, Trubia Rosario, Azzolina Gaetano e Nicastro Salvatore si erano presentati alla stessa ora presso la Caserma dei Carabinieri di Gela, per assolvere all'obbligo di presentazione dalla quale emerge che nessuno dei predetti è stato segnalato per violazione dell'obbligo di firma nella data predetta. Emerge, inoltre, una circostanza inquietante, ossia il coinvolgimento di Giuseppe Maniscalco, pochi giorni dopo la scomparsa di Daniele Martines, nell'omicidio di altro giovane gelese, Legname Angelo.
Per il delitto Legname, Maniscalco è stato condannato dalla Corte d'Assise d'Appello di Caltanissetta alla pena di 24 anni di reclusione.
Trubia Rosario ascrive il fatto al progetto della Stidda di "fare pulizia' e che già aveva costato la vita a Martines Daniele ed anche in questo caso incolpa Giuseppe Maniscalco:
"...Oltre al Martines in quel periodo nel 1997/98 sparirono altri, ad esempio un ragazzo che penso si chiami Lavore e che fu bruciato, era il fìglio di quello che faceva le rettifiche dei motori ed era un piccolo spacciatore; si allontanò con Peppe fungiutu e Giovanni Di Giacomo. Furono testimoni del fatto Mirko Turco,Marco Ferrigno, non sono sicuro Terlati Emanuele, Marco lncardona perche loro erano nel posto da dove si allontanò il ragazzo con i due stiddari. Poi chiesi a Nicastro della sparizione e lui mi rispose che stavano facendo pulizia in quanto il giovane scomparso non si era comportato bene nei confronti degli stiddari che spacciavano la droga.
(…) preciso che poco fa riferendomi a questo Peppe fungiutu ho indicato l'omicidio di Lavore, invece è l'omicidio di Legname...Adesso che ci penso, Peppe fungiutu si chiama Maniscalco.."
Le certosine indagini, condotte dai sopracitati uffici coordinati dalla Dda nissena, sono state corroboratore dalle dichiarazioni di numerosi collaboratori di giustizia (tra cui Trubia Salvatore, Trubia Rosario, Terlati Emanuele, Licata Nunzio, Pace Ettore Daniele, Iannì Gaetano e Simon, Iaglietti Diego e Orazio, Di Bartolo Carmelo, Dominante Salvatore, Celona Emanuele, Luigi, Ferrcane Fortunato, Billizzi Carmelo).
Va per ultimo sottolineato che nell’ottobre dello scorso anno, di seguito a notizie info-investigative giunte a personale della Squadra Mobile, si procedeva allo scavo di una zona di terreno sita in contrada Bulala agro di Gela, dove era stato riferito che potessero trovarsi i resti scheletrici del Martines. Le ricerche davano però esito negativo, atteso anche il lungo tempo trascorso e l’evidente modificarsi dello stato dei luoghi.
Gerbino Massimo e Azzolina Gaetano hanno nominato quale difensore di fiducia l’avv. Flavio Sinatra del foro di Gela, Nicastro Salvatore l’avv. Antonio Gagliano del foro di Gela, Maniscalco Giuseppe l’avv. Anna Maria Marin del foro di Padova
(Fonte: Squadra Mobile di Caltanissetta e Commissariato Polizia di Gela)
Autore : Redazione Corriere
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