 |
notizia del 11/09/2004 messa in rete alle 18:28:27

|
I riformisti di oggi
I bizantinismi linguistici interessano poco i cittadini dell’era della comunicazione elettronica. Meglio i messaggi ad effetto. Efficaci, più delle spiegazioni. Lo hanno imparato dai pubblicitari i grandi comunicatori politici. Innovare, cambiare, riformare…, senza alcuna distinzione.
Va bene! Ogni tanto occorre pure fermarsi, per non dimenticare il sapore del pensiero. Meglio ancora il difficile esercizio di pensare essendo in movimento. Ché questo, probabilmente, sarà il nuovo destino degli umani, la vera ‘riforma’ dell’uomo. Il quale sino ad ora ha pensato ‘stando’, in sosta. Ricordo il mio grande maestro di filosofia morale e teoretica, il prof. Santino Ciaramella. ‘Stava’, pensando, al punto che non si accorgeva de-gli autobus urbani che gli passavano davanti con regolare frequenza alla fermata di Piazza Pretoria a Palermo!!... Ridicolo? Talete camminava mentre pensava. Non si accorse della buca e vi cadde dentro. Rise la servetta.
Riformare l’uomo, oggi per sottrarlo al ridicolo del pensare stando fermo. Ma anche alla stupidità del camminare senza avvedersene. Un bel compito! A chi spetta farsene carico? Forse alla scuola. Un grande compito quello di mettere gli uomini nelle condizioni di ‘pensare con lo strumento testa’, come suggeriva Aristide Gabelli a fine ‘800. Non in astratto.
Tenendo conto delle condizioni del tempo. Che a fine ‘800 e primi anni del ‘900 era diverso rispetto ai tempi di Aristotele.
Il quale, al suo tempo, componendo i libri della Logica, aveva messo ‘a norma’ la grammatica della lingua greca, che poi era – e resterà per millenni, seppure con qualche ‘riforma’ – la grammatica del pensiero dell’uomo occidentale. La grammatica della lingua scritta e alfabetica. Della lingua alfabetica che scorre sulla‘linea’. Cioè, della lingua lineare. Che condiziona il pensiero che privilegerà la‘linearità’ cosiddetta logica, la congruenza. Sulle quali categorie crescerà la civiltà occidentale, cioè la scienza.
Voglio dire non solo della comunicazione, ma l’enciclopedia del sapere, le enciclopedie del sapere. Da quella aristotelica a quella hegeliana e oltre… esclusa Internet. Questa nuova enciclopedia del sapere non assume la ‘linearità’ come categoria fondante, fondandosi invece sulla reticolarità.
Una rivoluzione? Proprio così. E noi la stiamo vivendo appieno. Non una riforma. La rivoluzione elettronica sta trasformando il nostro linguaggio. Con esso il nostro pensiero e la nostra condotta. Al punto che, avendo fretta, proviamo fastidio a fermarci, a sostare un po’. Forse, preferiamo non accorgercene. Tranne che non veniamo arrestati da avvenimenti così ‘mostruosi’ che ci impongono di esprimere il nostro stupore per un breve attimo. E poi di nuovo a correre. Un esempio lo prelevo ancora dalla mia esperienza della scuola. Dove i docenti notano sovente che gli studenti difettano di forme varie di disgrazie, di incapacità a produrre un di-scorso sia orale sia – peggio! – scritto. Brevi testi con stereotipi.
E si stancano anche ad ascoltare. Diventano insofferenti dinanzi a ragionamenti e ad argomentazioni. Short non solo i messaggi elettronici per cellulare o per mail. Tutto short. Il pensiero è stato sempre un fastidio. Un esercizio faticoso. A scuola, però, gli studenti andando avanti, sino a poco tempo fa, si ‘rassegnavano’ seppure con fatica e rinunce. Il sacrificio richiesto oggi è giudicato autoritario, esercizio di violenza, innaturale. E’ divenuto difficile commuovere i ragazzi della scuola. Ci vuole ben altro che il discorso. Va meglio quando la comunicazione attiva le tecnologie multimediali elettroniche. Che hanno altra sintassi. Più povera, si sente spesso ripetere. Io dico diversa. Un diverso modo di aggregare i pensieri, di formularli non per forza in successione lineare, nella successione temporale. Preferiscono il reticolo spazializzato ‘nunc stans’.
Che significa essere riformatori oggi? Ritengo di potere rispondere dicendo che oggi è riformatore chi si fa carico di queste nuove condizioni dell’esistenza per adattarle alla vita degli uomini. Per fare sì, ancora una volta, che gli umani siano uomini. Evidentemente, non per ripetere la storia del passato quasi fosse il regno della felicità. Per inventarsi e reinventarsi, crearsi e ricrearsi, nella diversità che è del pensiero al quale non piace l’omologazione, l’uniformità. Perché nel momento stesso in cui pensa pone una differenza.
“Cammina e canta”, ammoniva Sant’Agostino. ‘Cammina e pensa’, potrebbe essere il nuovo motto.
Ecco allora che a me non sembra affatto una riforma della scuola quella che viene proposta dalla legge n. 53, che a detta dell’ ‘amministratore delegato dell’azienda-Italia’ viene sbandierata come la più grande riforma della scuola dopo quella di Giovanni Gentile. Ma non solo perché quella promossa dal grande filosofo ministro si ispirava a un pensiero filosofico di grande rilievo, il neoidealismo. Ma perché quella riforma, muovendo da una concezione dello Stato, mirava, sul solco della grande tradizione platonica, alla formazione-selezione della nuova classe dirigente. Che, per le condizioni dell’epoca, doveva avere altissimo il senso dello Stato come non era nella tradizione familistica della società italiana.
Non posso, per brevità, entrare nei dettagli della legge n. 53. Dirò soltanto che essa mira più ad addestrare che a istruire. E’ fuori dal contesto storico che, come accennato prima, richiede esercizio di pensiero per affrontare il nuovo. Propone forma di addestramento in termini di preparazione alle prestazioni professionali per le performances che oggi vengono richieste dal mercato, il quale, quindi, si è sostituito allo stato. Col rischio di fare vivere alle nuove generazioni una vita in affanno. Infatti, per quanto essi possano essere veloci, mai potranno raggiungere la velocità dei cambiamenti del mercato e la rapidità del logoramento dei profili professionali. Correre sempre e in affanno con la percezione vissuta della sconfitta, dello stress e della disistima.
La riforma della scuola, di conseguenza, richiede ben altri riformatori. Almeno se la scuola non vuole essere fattore di stress e di patologie che avviano i giovani verso i rischi da affrontare a posteriori con la psicoterapia, la chimica e le comunità di accoglienza.
Pertanto, dovrò dire qualcosa sulla riforma dello stato e sul mercato. Spero di riuscirci nel prossimo numero.
Autore : Luciano Vullo
» Altri articoli di Luciano Vullo
|
|
 |
In Edicola |
|
|
Cerca |
| Cerca le notizie nel nostro archivio. |

|
|
| |
|