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notizia del 26/06/2011 messa in rete alle 18:10:51
Apatia e gelesitudine
La “Crisi del Debito” esplosa nell'Italia degli anni '80, dopo le politiche fallimentari della decade precedente fin troppo ottimisticamente spacciate per aiuti intesi a ridurre la povertà, non sembrò riflettersi immediatamente nella Gela di quegli anni. Il mantenimento di un comunque basso livello del costo della vita, con un economia che girava attorno ad un petrolchimico che, tra diretto ed indotto, poteva definirsi ancora tale anche se per poco (la chimica verrà abbandonata negli anni a seguire), permetteva di arrivare più o meno tranquillamente alla fine del mese a famiglie che potevano contare su un reddito mensile, con il primo vero emergere di una precarietà ai più nascosta, tanto da non essere nemmeno menzionata.
Non che la precarietà non esistesse, ma la percezione circa essa era praticamente nulla. Maggiormente avvertita e, quindi, di gran lunga percepita, invece, la condizione di chi poteva contare su due redditi mensili (marito e moglie che lavoravano), tanto da potersi permettere certi “lussi” ed una vita alquanto agiata. Questa “illusione indotta” si estendeva pure nelle manifestazioni umane: tra festività e ricorrenze ufficiali (Natale, Carnevale, feste patronali, ecc.), discoteche, pub ed estati calde, cinema in inverno, teatri all'aperto e manifestazioni varie nelle piazze, non si era magari davanti ad una cittadina che viveva un momento di grande splendore culturale, ma non si può affermare che la città un quarto di secolo fa non fosse viva. Oggi, solo pensare che Gela sia una città viva, è a dir poco avventato, quasi da sconsiderati.
La faida mafiosa tra “Cosa Nostra” e “Stidda” negli anni '90 ha gettato nello sconforto, anzi nel panico, un'intera città attanagliata nella morsa del terrore misto ad incredulità. Andarsene al “Nord” in cerca di lavoro si traduceva così in una scelta più opportuna che necessaria. Anni bruttissimi, devastanti, per le nuove generazioni, cresciute senza riferimenti culturali positivi, giacché le sparatorie continue azzeravano tutto e la cronaca tinteggiava di nero la facciata di un perimetro urbano dilatatosi negli anni senza effettivo sviluppo. E quando si entra nel nuovo millennio e la nuova “casa comune” diventa l'Europa, da queste parti all'orizzonte i confini africani sembrano più vicini.
C'è l'euro al posto della lira. L'Italia indebitata pensa solo a difendersi ed evitare la bancarotta per un immobilismo economico che si protrae fino ad oggi: ne pagano ancor più le conseguenze zone depresse come quelle meridionali dove la disoccupazione contagia non solo i giovani. Con l'euro aumenta il costo della vita anche da noi: con uno stipendio devi ora stare attentissimo alle spese.
Occorre una gestione oculata del bilancio familiare, altrimenti non arrivi alla fine del mese. Se si è in due a lavorare ce la puoi fare, ma certi lussi del passato diventano impensabili.
La reazione alla faida mafiosa è la battaglia per la legalità, tesa a sfondare il muro dell'omertà, specie dei taglieggiati. E' una cultura che si afferma in molti ambienti cittadini, ma chi ha i soldi, ad esempio, poi ci pensa almeno cento volte prima di esporsi impegnandosi per la città anche in attività semplicemente filantropiche o comunque non per forza legate al tema della legalità: la paura, insomma, non è ancora passata. D'altra parte, essere una voce fuori dal coro, ti può creare imbarazzo e nel peggiore dei casi, il serio rischio è l'isolamento.
Si affaccia una cultura, quella della legalità, più che altro monocorde, che non crea alcun dibattito. Cambiano i termini, il linguaggio, i messaggi, ma la cappa sulla città rimane. Gela è da tempo appiattita e si abitua a questa condizione. La chiamano apatia ed è entrata a far parte di quella che si fa passare per “gelesitudine”. Una comunità incapace di rialzarsi anche quando suoi singoli hanno risultati brillanti che altre cittadine ci invidiano, com'è successo in questi anni nello sport: vedi calcio, volley, basket, ma anche ginnastica ed altro.
La scienza medica assicura che un uomo non può morire fisicamente di depressione, ma a quanto pare una collettività sì. Perché è letteralmente morta, sul piano sociologico, una comunità che non sa neanche immaginare un futuro, figuriamoci se è grado di progettarlo. Quell'èlite, solo presunta, che dovrebbe rappresentare i cittadini nelle assemblee elettive, non fa nulla. Sotto questo profilo, le differenze tra Nord e Sud sembrano assottigliarsi, anche perché non c'è stata mai partita, volendo, con il “Meridione stravenduto al Settentrione”.
Soprattutto, non hanno tutti i torti quei due liberisti doc, come Alesina e Giavazzi quando sul Corriere della Sera dipingono «una gerontocrazia che domina l'Italia» e che pensa solo a se stessa, lasciando alla sbando giovani sfiduciati che non si impegnano: «una generazione di scoraggiati che non si riproduce né economicamente, né demograficamente e crea un pericoloso circolo vizioso». Ed a proposito di Europa e confini all'orizzonte: lo spettro greco è sempre lì, ad ammonirci.
Autore : Clark Kent
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