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notizia del 11/05/2008 messa in rete alle 18:07:41
Le prese di posizione contro il muro di Piazza calvario
Nel momento in cui scrivo il lieto annuncio è arrivato: il “muro della vergogna” di Piazza Calvario sarà abbattuto. E probabilmente quando questo giornale sarà in edicola l’orrendo manufatto sarà soltanto un ricordo.
Da parte del Sindaco e dell’amministrazione comunale è prevalso il buon senso di non insistere ulteriormente nella difesa di un’opera contestata da architetti, ingegneri, archeologi, storici e soprattutto da migliaia di cittadini.
La riflessione che va fatta, tuttavia, ci deve portare a considerare il rapporto che deve esistere tra chi amministra e chi è amministrato. Chi amministra non può arrogarsi il diritto di fare ciò che vuole senza curarsi dell’opinione dei cittadini. Deve sempre esistere un dialogo corrente affinché le opere che si realizzano siano condivise da chi poi dovrà esserne il fruitore.
Se il capitolo del muro di Piazza Calvario può considerarsi un capitolo chiuso, altri capitoli sono ancora aperti: ad esempio, il progetto “Una via tre piazze”. Oppure gli ulteriori interventi di “riqualificazione” di strade, piazze e quartieri della città.
Del primo progetto, che prevede tra l’altro una orrenda fontana in Piazza Umberto I° e l’occupazione di Piazza San Francesco con un anfiteatro di cui non si sente alcuna esigenza, se ne è parlato e ancora se ne parlerà. Per modificarlo e per evitare un ulteriore scempio del centro storico, che non verrebbe riqualificato ma anzi “squalificato”.
Poi c’è la ventilata operazione di speculazione edilizia sull’area del “Vincenzo Presti”, da adibire a edilizia residenziale per far guadagnare milioni di euro a qualche impresa “amica” che potrà costruire decine di appartamenti di pregio a un tiro di schioppo dal nuovo Tribunale.
Occorrerà dunque che da ora in avanti i cittadini controllino attentamente ogni “splendida” idea che viene partorita dall’amministrazione comunale, per evitare l’imbruttimento del territorio e, in qualche caso, operazioni poco chiare.
L’altra riflessione, mitigata dalla “marcia indietro” dell’amministrazione sul muro di Piazza Calvario, riguarda il presunto “rinascimento” di Gela, la parola d’ordine di Crocetta nei suoi cinque anni di governo della città.
Sarà forse che a furia di parlare di rinascimento il nostro Sindaco si sia convinto di potere emulare Lorenzo de’ Medici. Ma il Magnifico ha abbellito Firenze con opere d’arte, palazzi, statue, parchi che ancora oggi destano stupore e richiamano ogni anno milioni di turisti. A Gela mi sembra che l’indirizzo sia molto differente, e di livello piuttosto basso. Non voglio esprimere giudizi tecnici, che lascio volentieri a chi ha titolo per esprimerli: nella mia ignoranza di tecniche architettoniche posso solo dire che quello che si vuole fare è brutto. Brutto e basta: non mi piace e anche se tecnicamente tutti gli architetti del mondo tenteranno di convincermi che è bello, ai miei occhi apparirà sempre brutto.
C’è da augurarsi che d’ora in poi, da parte del Sindaco e dell’amministrazione ci sia meno presunzione, meno arroganza nelle decisioni. Soprattutto, più democrazia. Perché la caduta del “muro di Gela” è, in fin dei conti, una vittoria della democrazia nei confronti di un modo di amministrare che ricorda i podestà di mussoliniana memoria.
Giulio Cordaro
Dopo aver appreso dalla sua breve nota dei lavori in corso e delle trasformazioni in atto in Piazza Calvario, ho fatto un breve giro di verifica ed ho avuto modo di constatare che è stata realizzata una sorta di passerella. Tale passerella sembra condurre alla torre medievale ed in particolare al finestrone che si apre sulla piazza. Non mi è chiaro che senso possa avere un accesso da quel finestrone che testimonia, solo, una fase tarda di riutilizzo della torre, nell’ambito di una proprietà privata, dopo che era stata perduta la funzione originaria del castello. Mi pare evidente, invece, che alla fine dei lavori chiunque si troverà su quella passerella non avrà più chiaro il significato della torre e le sue peculiarità, non capirà più che era una torre di difesa e, pertanto, non doveva essere accessibile in nessun modo dall’esterno.
La passerella indubbiamente oscura l’imponenza della torre e in ogni caso rappresenta un elemento di straniamento rispetto alla torre medievale che costituisce l’unico elemento attualmente visibile e chiaramente leggibile del castello, specie se si considera che il resto del castello è ancora dentro le abitazioni private che prospettano a sud e la torre sud est, seppure parzialmente rovinata, è ancora un garage di proprietà privata; nonostante siano trascorsi ormai tre lustri dai primi lavori di restauro delle strutture del castello non si registra alcun miglioramento della situazione .
Già in occasione della mostra del 1992 dopo il restauro e i primi scavi condotti dalla Soprintendenza di Caltanissetta Salvatore Scuto, dirigente della sezione architettonica della Soprintendenza dei beni culturali e ambientali di Agrigento prima e Caltanissetta poi, osservava che la torre guardava a sud–est sul mare con una porta e due finestre che per gli aspetti architettonici rimandano all’epoca federiciana (Salvatore Scuto, Emanuele Tuccio, Heraclea, Terranova, Gela: il centro storico murato, Palermo 1995).
Qualche anno dopo Liliane Dufour, nota studiosa di urbanistica, alla quale come al compianto prof. Ignazio Nigrelli, si devono importanti acquisizioni sulle caratteristiche dell’urbanistica medievale di Gela, affermava che con buona probabilità la cinta e forse il castello, in particolare la torre di piazza Calvario, possono essere riferiti alla seconda metà del XIII secolo (Liliane Dufour, Ignazio Nigrelli, Terranova. Il destino di una città federiciana, Caltanissetta 1997, p. 108); dato questo confermato anche dalle protomaioliche del tipo Gela, ritrovate nel corso dei primi saggi di scavo (S. AMATA, Gela, in Kokalos 39-40 (1993-1994), pp. 867-871).
Ancora più recentemente Giovanni Uggeri, eminente studioso di topografia antica, nella relazione preliminare con la quale unitamente a Stella Patitucci Uggeri ha presentato i risultati degli scavi condotti dalle Università di Camerino e Roma “La Sapienza” in collaborazione con la Soprintendenza di Caltanissetta, ha definito “ la monumentale torre rettangolare che aggetta su piazza Calvario come l’elemento superstite più imponente che conserva la muratura originaria fino a notevole altezza “. (S. Patitucci, G. Uggeri, Heraclea – Gela. Gli scavi di piazza Calvario, il castello e la città medievale, in Scavi medievali in Italia 1994-1995 a cura di S. Patitucci, G. Uggeri. Prima Conferenza italiana di archeologia medievale - Cassino 14-16 Dicembre 1995- Roma 1998, p. 137).
Considerato quanto finora detto, è legittimo chiedersi come mai volendo migliorare l’aspetto della piazza, intenzione veramente lodevole, non si sia pensato a qualcosa che valorizzasse anche la torre e la cinta del castello invece di nasconderle. E in ogni caso resta un mistero come sia possibile che le testimonianze della città medievale, che pure cominciano ad essere cospicue, restino in abbandono o subiscano continui oltraggi tant’è che il castelluccio edificio originale ed estremamente interessante è in abbandono, la porta medievale, individuata a porta Marina, resta nascosta ed illeggibile all’interno di un’abitazione privata fatiscente, la torre del castello medievale viene obnubilata da una moderna passerella… e passando a strutture più recenti solo per citare qualche altro caso, S. Maria di Gesù è caduta nel dimenticatoio.
Sarebbe stato utilizzato lo stesso criterio guida se si fosse trattato di un monumento del mondo antico ad esempio delle “mura timoleontee” ?
Duole constatare che nonostante le ricerche degli ultimi vent’anni che hanno impegnato molti studiosi abbiano portato a straordinarie acquisizioni, non sia maturata una consapevolezza chiara del patrimonio di Beni che la storia ci ha consegnato e che è nostro dovere morale e materiale trasmettere alle generazioni successive.
Certamente far convivere l’antico con il moderno è un dovere ma questo non deve accadere a discapito di una delle due parti. A chi verrebbe in mente di modificare piazza Castello a Milano o l’area antistante Castel Sant’Angelo a Roma costruendo qualcosa di simile a quanto si sta facendo in Piazza Calvario?
Questa la mia opinione sulla questione.
I più cordiali saluti
Prof.ssa Salvina Fiorilla, Archeologa Medievista
Il muro in cemento armato che si sta erigendo intorno al castello federiciano può avere conseguenze che possono rivelarsi gravi, non solo per il complesso monumentale, ma per la stessa cultura della salvaguardia e della tutela del patrimonio storico cittadino. Forse è giunto il momento di guardarsi indietro e prendere esempio da chi ci ha governato nel secolo scorso quando era forte e sentito il dubbio per decisioni che avrebbero potuto danneggiare il decoro della città: quest’Amministrazione dubbiosa nella scelta, trattandosi di modifiche che potrebbero esteticamente recar nocumento al maggior tempio della Città, ha pensato rivolgersi alla V.S. ill.ma affinché con la sua nota e indiscussa competenza, esaminando i due progetti che si inviano, scelga quello che più artisticamente risponde allo scopo”. Così scriveva, nel 1903, l’allora Assessore ai LL.PP. Cav. Aldisio, all’illustre architetto palermitano, Ernesto Basile e gli chiedeva lumi sulla scelta di sistemazione del Sagrato del Duomo. Eppure si trattava d’intervento minore rispetto alla “muraglia” intorno al castello o al progetto di snaturamento della piazza Umberto I. “
Il nostro centro storico è importante nella storia delle città italiane, non sottovalutiamolo, esso fu ideato, molto probabilmente (la ricerca storica è ancora in corso), dal genio di Nicola Pisano (urbanista a seguito di Federico II), maestro nella cui “bottega” si formarono il figlio Andrea Pisano e quell’Arnolfo di Cambio che realizzò S. Giovanni Valdarno, Terranuova Bracciolini e altre città della Toscana con trama urbana e piazze simili al nostro centro storico e a quello di Augusta.
La piazza Umberto I è ampia, ma non è grandissima, ingombri eccessivi ne riducono la funzionalità religiosa e civile dei tanti cittadini conversanti che si ritroverebbero a frequentare un luogo destrutturato e irriconoscibile;
Con l’inserimento di tre boschetti e di un abbeveratoio lungo 36 metri, non sarebbe più possibile percepire la bellezza della piazza, il suo rapporto con l'intorno, le sue proporzioni, la luce particolare già oggi impedita dall'alberatura esistente.
Ci si chiede se è possibile immaginare Piazza del Duomo a Milano con dei “boschetti” e un abbeveratoio, o Piazza della Signoria a Firenze, o Piazza San Marco a Venezia, o Piazza del Vaticano a Roma. L'elenco potrebbe allungarsi a dismisura, ma se ci venisse chiesto che c'entra un abbeveratoio con il Duomo di Milano e con le altre città citate ad esempio, risponderemmo allo stesso modo: che c'entrano quegli interventi con Gela?
Il progetto prevede un abbeveratoio di dimensioni eccessive rispetto alle misure della piazza, ma si potrebbe obiettare che, ad esempio, non esiste nessuna proporzione tra la fontana di Trevi a Roma e la piazza omonima che la ospita, eppure è una delle piazze più belle del mondo, ma allora sarebbe utile poter almeno intuire “la straordinaria bellezza dell’abbeveratoio” che si intende edificare. L’esempio di Vico S. Lucia non è dei più tranquillizzanti a questo fine, non soltanto per la pessima esecuzione, ma anche per l'ideazione, che ha concepito una pavimentazione assente nella tradizione locale e in qualunque altro centro storico italiano, e un'architettura rurale povera costituita da un abbozzo di abbeveratoio.
C'è da chiedersi se un chirurgo sbagliasse l'operazione ai reni (Vico Santa Lucia), potrebbe essere chiamato ad operare lo stesso paziente al cuore (della città)?. Una maggiore prudenza è auspicabile nei confronti delle manomissioni del centro storico troppo sovente maltrattato anche da chi dispone degli strumenti culturali e scientifici per proteggerlo.
Ci chiediamo se è condiviso l’obiettivo di recuperare l’identità rurale della città, se si, è lecito chiedere sulla base di quali considerazioni questo recupero dovrebbe essere fatto? È possibile conoscere le ragioni filologiche per le quali l'identità contadina sarebbe meglio rappresentata dall'abbeveraggio degli animali?, ma soprattutto, perché recuperarla anche all'interno della piazza più importante della città che è luogo simbolo di unione fra religiosità, mare, città e campagna? Se si vuole operare in questa direzione esiste, nascosto dietro il rifornimento di carburanti IP, in Via Generale Cascino, il vecchio abbeveratoio, recuperarlo sarebbe sì opera meritoria.
Un progetto di recupero e di valorizzazione dei siti storici richiede a monte studi rigorosi a dimostrazione della coerenza degli atti che si intendono compiere. Non dubitiamo che tali studi esistano anche per questi casi, ma allora sarebbe istruttivo portarli alla conoscenza di tutti affinché tutti si possa comprendere le ragioni che hanno portato a quelle scelte.
Per chi sostiene che bisogna abituarsi a che l'antico e il nuovo coesistano, affermiamo che è indispensabile innovare i centri urbani, ma diciamo con altrettanta convinzione che bisogna saper comprendere che ci sono luoghi dove ciò è possibile, e Gela ne offre a volontà, altri che sono la memoria e l’anima delle città, lì l'approccio deve essere più cauto perché si tratta di monumenti e contesti che necessitano rispetto e umiltà in chi progetta e in chi assume il ruolo di Committente.
In passato gli interventi urbani di grande rilevanza si realizzavano in lunghi archi temporali, aggiustamenti in corso d'opera erano perciò sempre possibili, oggi disponiamo di tecnologie e mezzi di enorme capacità distruttiva, accettare il principio della positività della innovazione/trasformazione come dogma da applicare in modo indifferenziato in ogni parte della città, servirebbe a dare supporto ideale ad un metodo dagli esiti devastanti (Piazza Calvario con la sua nuova muraglia è, purtroppo, uno di questi effetti).
Giudichiamo positivamente l'approccio del fare, ma il concorso “una via, tre piazze” ha prodotto progetti che risalgono a quindici anni fa, nel frattempo la disciplina del recupero si è evoluta, la sensibilità per la salvaguardia dei valori storici ed identitari dei luoghi è cresciuta, perciò, visti i guasti che gli interventi programmati continuano a provocare è meglio fermarsi. Si bandisca un nuovo concorso, magari allargandolo all’intero centro storico e al water front della città, dettando criteri, principi e desiderata chiari per la futura progettazione, individuando la Commissione giudicatrice più consona e valorizzando la precedente esperienza concorsuale che tanto interesse e curiosità aveva suscitato tra i progettisti italiani. Per intanto l’Amministrazione e, in primis, il sig. Sindaco, sfrutti l’occasione per dimostrare che intende “volare alto” anche in questo campo e realizzi iniziative in grado di far emergere quel “genius loci” più vero e più profondo della città storica ormai da fin troppo tempo smarrito, nel contempo faccia demolire quel “muro della vergogna” cha rischia di dare inizio ad un calvario infinito e inconcludente, alla fine del quale perderebbero comunque la città e i suoi abitanti.
Francesco Salinitro, Architetto, esperto in Pianificazione e valorizzazione del territorio
Esprimo soddisfazione per l'esito positivo della vicenda relativa ai lavori di Piazza Calvario, complimentandomi, all'uopo, oltre che con L'Archeoclub e con tutti i cittadini di Gela intervenuti sul caso,anche e soprattutto con il Sindaco di Gela il quale,rientrato in città, filtrando il pensiero dei suoi cittadini e facendo sintesi,ha invitato chi di competenza a riconsiderare, al di là della sua bontà o meno, l'intervento oggetto di contestazione, ponendo cosi fine al Casus Belli.
Ancora una volta il Primo Cittadino ha dimostrato di essere il Sindaco della Gente,espressione massima di democrazia.
Non a caso, allorchè ebbi modo di parlare con il Professore Mulè della vicenda de qua subito dopo il suo inizio, condividendo la ratio della protesta dei cittadini per le medesime motivazioni esternate dalla medioevalista Salvina Fiorilla, auspicai anche il rientro immediato del Sindaco in città (che non sono riuscita a contattare in quel momento), non senza sottolineare anche la certezza che lo stesso, reso edotto della situazione, sarebbe intervenuto tempestivamente venendo incontro alle esigenze dei suoi cittadini.
Avv. Giovanna Cassarà, Capogruppo consiliare Comunisti Italiani
Autore : Redazione Corriere
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