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Corriere di Gela | A piè di pagina
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notizia del 12/04/2008 messa in rete alle 18:00:55
A piè di pagina

L’occasione è di quelle che si usa definire ghiotte. L’Agòn eschileo, infatti, invita giovani e non più giovani a fermarsi per tornare a riflettere sul tema della democrazia. Non in maniera frettolosa. Come, purtroppo invece, impongono le scadenze elettorali. Neanche in Parlamento si è trovato il tempo giusto per discutere la nuova legge elettorale, strumento basilare per regolare la partecipazione dei cittadini alla vita delle istituzioni tramite il voto. Anche questa volta solo in parte libero, perché i parlamentari sono già stati eletti dai segretari nazionali dei partiti!
La traduzione di un brano del grande tragediografo greco impegna studenti e docenti a interpretare quasi sempre il tema della democrazia. La questione dominante delle tragedie eschilee rimasteci, fatta eccezione – sino a un certo punto – per il Prometeo. L’ha ricordato brillantemente la Prof. Basta Donzelli nella conferenza di mercoledì scorso. Tema che non può non essere contestualizzato. L’Umanesimo italiano, che riprese dagli antichi la massima della Storia come maestra di vita, grazie alla filologia, insegnò prendere le giuste distanze temporali dal mondo classico. Grazie al senso della lontananza esso poté, cogliendo le differenze, dare luogo al Rinascimento, il momento più fulgido della storia italiana. Contestualizzare significa, in particolare, dare il corretto significato a termini quali libertà e democrazia. Che non sono, termini a parte, gli antenati della nostra libertà e della nostra democrazia. Anche se...
Nella polis di Eschilo, infatti, la vita di quello che chiamiamo cittadino è caratterizzata da tre momenti:
1. Il godimento totale del tempo libero;
2. La partecipazione attiva alle feste collettive;
3. L’esercizio della cittadinanza attiva in termini di militanza.
Ce lo ricorda Aristotele nella Politica. Da dove si evince che i cittadini non avevano alcuna occupazione lavorativa. Essendo il lavoro giudicato un disvalore e lasciato agli schiavi. Non lavorare, invece, è un ideale. Per cui, in una città come Atene, su circa 80.000 abitanti che vivevano nei vari demos, solo circa 10.000 erano i liberi. Ché dalla cittadinanza attiva erano esclusi le donne e i ragazzi. Il cittadino attivo era quindi una specie di monaco-soldato. Che dedicava tutte le sue risorse alla polis. L’esempio classico sarà costituito da Socrate. Anche per le cose che ci racconta Platone in merito alla gratuità delle sue lezioni, al fatto che non si occupasse della moglie Santippe e dei figli, e all’obbedienza alle leggi sino alla morte. Nella polis greca, in Atene in modo esemplare, c’è infatti una netta separazione tra società con le sue attività produttive, di scambio, di produzione e di riproduzione e città (Stato). Per cui essere cittadini è veramente diverso dal semplice esserci. Essendo il buon cittadino il libero da lavoro che si occupa dello Stato (città) non per la discussione-approvazione-somministrazione delle leggi che riconoscono diritti uguali né a tutti né a pochi. Egli, invece, governa la città, la sua salute. Per cui per essere buoni cittadini non è sufficiente il rispetto delle leggi. E’ richiesto che egli dia alla città se stesso, il suo tempo, le sue conoscenze e anche le sue risorse economiche. Quel che si dirà in termini di energetismo.
Socrate, imputato, ha ragione di chiedere ai magistrati un premio. Egli ha dato tutto se stesso ad Atene da soldato e da educatore senza mai aver richiesto mercede alcuna. La questione verrà chiarita da Platone nel Critone dove il filosofo evidenzia che la legge è, come dire, il genius loci il genos della città. No il suo territorio, non la tradizione degli avi, non la nazione! L’uomo libero greco, il cittadino, cioè non ha vita privata. La libertà antica, quindi, contrasta con quello che oggi proclamiamo come diritti dell’umanità. Per cui, chi legge Eschilo dovrà tener presente che non è l’uomo privato né il singolo cittadino l’oggetto del governo. Che è improprio parlare di diritti. L’irruzione della figura dell’uomo privato e dei diritti è cosa modernissima estranea alla cultura ellenica e a Eschilo. Un esempio propostoci da Aristotele. La polis è una nave. Su di essa viaggiano il pilota e l’equipaggio. Il nauta che guida e i marinai che remano, pur con diversi compiti, hanno la stessa destinazione:la salvezza della nave che deve rientrare nel porto. Su di essa, cioè, non ci stanno passeggeri!... Eschilo vive questa condizione e la esalta. Credo che vada letto e interpretato in tale contesto. Nell’Orestea, infatti, non devono essere cercati temi che sono estranei agli interessi del grandissimo poeta. Né il tema dell’uguaglianza, non quello della libertà, né quello del maschilismo. Sicuramente, invece, il tema della laicizzzazione del voto. Il superamento drammatico della cultura del genos. Nelle Eumenidi, infatti, l’Areopago viene costituito da uomini e non più da déi. Loro devono votare dopo che quanti compaiono nel Tribunale hanno esercitato l’arte tutta umana della parola, péito, della retorica volta all’ottenimento del consenso con le argomentazioni e con il coinvolgimento emotivo. Oreste verrà assolto perché l’Aeropago si convinge della giustezza del discorso di chi ha sostenuto che, uccidendo la madre, non aveva ucciso un consanguineo.
Clitennestra aveva ospitato e nutrito il seme nel suo seno. Seme che, invece, era di origine paterna, di Agamennone. Lo stesso Aristotele sosterrà la filiazione maschile valutando l’utero nient’altro che un «fornetto». I magistrati, per la verità, si dividono metà a favore di Oreste e metà contro. Decide il voto di Atena che, guarda caso, non è nata da donna, essendo stata partorita dalla mente di Giove. Serve a Eschilo per dire della sacralità della sentenza? Penso proprio di si. Non è problema di maschilismo. Egli era stato iniziato ai misteri eleusini. Prestava culto a Demetra, De-Meter, la Grande Madre. Chissà che non sia venuto a Gela per motivi religiosi dato che il culto a Demetra nella nostra città è ampiamente documentato!
Dicevo prima dei tre elementi caratterizzanti la vita del cittadino greco. Anche Eschilo è un cittadino greco, un ateniese. Tempo libero, partecipazione alle feste (eleusine) e militanza civica attiva dando se stesso attraverso il teatro. Un pensierino ci è stato suggerito dalla prof.ssa Basta Donzella. Quanti greci, ateniesi e non, nel quinto secolo a.C. sapevano leggere? Sicuramente pochissimi. La cultura civica si trasmetteva oralmente. Meglio se drammatizzata, se teatralizzata.
Con un coinvolgimento che doveva esser totale. Quale migliore accorgimento se non quello dell’uso delle cose ampiamente conosciute dal demos? Cioè la tradizione religiosa? Un’operazione mass-mediatica? Quale scandalo? Da tempo, però, l’oralità era stata affinata dalla pratica (colta) della scrittura alfabetica. Il demos, quindi, viene anche attraverso il teatro elevato a pensare secondo le trame lineari della scrittura alfabetica. Questa ha il vantaggio di prestarsi bene alla diacronia dell’orecchio. Contestualizzare per fare della storia la maestra della vita. La comunicazione mass-mediatica oggi è cambiata. E’ multimediale. Che fanno gli intellettuali? Spesso arricciano il naso. Eschilo non arricciò il naso di fronte all’avanzata della scrittura. La piegò per comunicare in modo nuovo. Evidentemente non fu il primo. Ma fu un grandissimo. Che se in Grecia si fosse continuato a trasmettere il sapere alla maniera omerica, oggi non avremmo né l’Iliade né l’Odissea. Come è avvenuto a tante culture orali che si sono perse, nonostante la loro probabile grandezza


Autore : Luciano Vullo

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