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notizia del 29/10/2007 messa in rete alle 17:58:58
I Cavalieri di Gela
Gela non più solo, come l’Italia, luogo di santi, poeti e navigatori, ma anche di cavalieri. Come si rileva dai risultati di una ricerca, documentata da più fonti, sulla presenza, nell’antica Gela, di un corpo speciale che si distinse a difesa del territorio, e non solo di quello gelese. Ne parla tra gli altri Rosalba Panvini, soprintendente ai beni culturali della Provincia, in un lavoro del 2004 e, ben venticinque secoli prima (V sec. a.C.), Clearco e Tucidide.
La Panvini se n’è occupata in una monografia scritta con Lavinia Sole (L'acropoli di Gela: stipi, depositi o scarichi), inserita nel Corpus delle stipi votive in Italia, collana diretta da Mario Torelli e da Annamaria Comella, in cui si legge: “Sebbene la presenza di armi come ex-voto abbiano fatto pensare ad Orlandini ad un deposito di Athena, appare chiara la presenza di una divinità femminile (Demetra?), al cui culto non mancano apporti maschili riferibili alla classe dei cavalieri di Gela”.
Scrive invece Clearco (V sec. a.C.), nel quinto libro L’Arte del mangiare: (…) “c'era Tellia di Agrigento, un gentiluomo ospitale, che dava il benvenuto a tutti coloro che giungevano, ed il giorno che cinquecento cavalieri di Gela si fermarono da lui durante la stagione invernale, egli diede ad ognuno una tunica o un mantello".
E Tucidide, infine (V sec. a.C.), nella sua “Guerra del Peloponneso - libro Settimo - I) così riporta: “Proprio in quei giorni entrarono in Siracusa anche i rinforzi mandati dai Camarinesi: cinquecento opliti, trecento lanciatori di giavellotto e trecento arcieri. Pure Gela mise a disposizione una forza navale di cinque vascelli, oltre a quattrocento lanciatori di giavellotto e duecento cavalieri. Poiché, ormai, si può dire che l'intera Sicilia, tranne Agrigento (che era neutrale) schierava compatta le sue genti, anche chi prima se ne stava in cauta attesa, a fianco dei Siracusani contro Atene”.
Quando Gelone, “stratega autocrate“ della coalizione greca, schierò le sue truppe sul campo fatale di Imera, volse certamente lo sguardo alla bella cavalleria leggera di Gela che volteggiava davanti alle linee: e se è vero che nei momenti supremi gli uomini volgono per un attimo l'animo al proprio passato, l'antico ipparco di Ippocrate avrà pur visto in quei cavalieri l'origine prima della sua fortuna.
Ora, in quel momento decisivo, il signore della Sicilia occidentale rimetteva nelle mani dei suoi antichi soldati la sua fortuna e la sua esistenza: e a Imera la cavalleria leggera gelese, sua fedele compagna di tante battaglie, combattendo valorosamente, seppe dargli l'ultima e più decisiva vittoria.
Nella vasta piana di Gela, i campi geloi di virgiliana memoria, l'allevamento dei cavalli si era sviluppato assai presto, trovando quivi, come nella piana di Catania, un terreno ideale.
Forza e ad un tempo simbolo dell'aristocrazia da cui gli stessi tiranni traevano origine, la cavalleria costituiva l'orgoglio di questa città siciliana e quanto il cavalcare fosse diffuso tra i giovani «signori» gelesi, ci è testimoniato dall'aneddoto riferito da Diodoro, secondo cui cinquecento giovani cavalieri di Gela, sorpresi da un temporale nei pressi di Agrigento durante una loro pacifica escursione, furono amichevolmente accolti e assistiti dall'agrigentino Gellia, il cui nome passò quindi ai posteri quale simbolo dell'antica ospitalità.
Di questa vocazione equestre degli abitanti di Gela come del loro valore di combattenti montati ci sono testimoni non solo gli scrittori antichi ma anche le belle monete della città (tav. XVIII e XIX). Negli scalpitanti cavalli di questi conii, nel convulso movimento dei nudi guerrieri vibranti, alto sopra la testa, il lunghissimo e sottile giavellotto, si sciolgono gli ultimi impacci dell'arcaismo; negli irruenti combattenti di Gela, nelle criniere al vento dei loro destrieri è quasi chiusa in sintesi tutta l'immagine di un popolo tra i più dinamici della Sicilia greca, un popolo che, risalendo il corso del fìume Gelas, aveva portato i suoi traffici, le sue armi, i suoi coloni bene addentro nell'isola, un popolo che, spintosi a oriente, aveva fondato un'altra città dal grande avvenire, Agrigento, e che, infine, rivoltosi a occidente aveva potuto piegare, proprio con l'inarrestabile forza della sua cavalleria, Leontini, Nasso, Zanele e persino Siracusa.
Ma, al di là del fascino che questi impetuosi cavalieri esercitano sull'osservatore, è interessante esaminare queste prime raffigurazioni monetarie di combattenti a cavallo anche da un punto di vista squisitamente « equestre ».
Innanzitutto un fatto colpisce l'osservatore: la completa nudità sia dell'uomo che del cavallo, una nudità apparentemente illogica se si pensa che gli uomini e gli animali qui raffigurati non sono i cavalieri della solenne e pacifica processione, panatenaica, che, fra pochi decenni, Fidia, eternerà nel fregio marmoreo del Partenone, ma combattenti ripresi in azione nel pieno della battaglia.
Né, d'altra parte, è vero che tale nudità sia dovuta soltanto alla tendenza degli artisti greci a rappresentare il corpo umano nudo per meglio coglierne tutta l'armonica plasticità.
Se i cavalieri combattenti di Gela non portano pesanti corazze e massicci schinieri a proteggerli dai dardi nemici, il motivo c'è e non è certo solo di ordine estetico.
In epoca greca, infatti, come sappiamo, la sella e le staffe, questi per noi così naturali ed elementari accessori del cavallo, non esistevano ancora; il cavaliere poteva al massimo contare su una pelle o su una coperta imbottita, fissate a mezzo di cinghie sul dorso del cavallo, ma spesso, come ben documentano le nostre monete, anche questo sussidio era ritenuto inutile.
In Occidente la sella fu usata probabilmente dapprima presso gli Sciti: durante l'impero romano era usata talvolta da popolazioni barbare (come ci rivelano alcune sculture romane), ma divenne di uso comune soltanto verso la fine dell'impero. Le staffe erano anch'esse sconosciute agli antichi Greci e Romani: Galeno e Ippocratei parlano diffusamente delle malattie alle gambe dovute al fatto di cavalcare con le gambe penzolanti lungo i fianchi, del cavallo. Comunque le staffe appaiono menzionate per la prima volta in un trattato dell'imperatore Maurizio Tiberio (582-602 d.C.).
Noi non sappiamo se mai in epoca greca si sia provato a porre qualcosa di simile a una sella sul dorso di un cavallo, ma certo, se il tentativo fu fatto, i cavalieri stessi non dovettero accettare la novità.
Anche oggi, infatti, chi sia abituato da sempre a montare «a pelo» prova, salendo per la prima volta su un cavallo sellato, un senso di smarrimento generato dalla sgradevolissima sensazione di avere perduto il "contatto" con l'animale.
Quindi, per cavalieri abituati a montare senza sella e senza staffe, il sistema di tenersi in equilibrio su un cavallo differiva profondamente da quello di oggi: la saldezza del cavaliere sul dorso dell'animale non era basata sulla pressione delle ginocchia contro le guance della sella, bensì sull'aderenza al cavallo delle natiche, delle cosce, dei polpacci e solo in qualche caso delle ginocchia.
Spesso, anzi, persino la criniera serviva da « appoggio »; il morso adottato dai Greci era infatti durissimo e doloroso per il cavallo, tanto da costringerlo, come ben si vede sulle monete di Gela, a tenere la bocca aperta: nulla di più naturale, dunque, che il cavallo, per un doloroso strattone di redini, gettasse bruscamente indietro la testa e che in questo frangente ci si aggrappasse, per meglio tenersi in equilibrio, alla parte più alta della criniera.
Ecco dunque perché Senofonte, nel suo trattato ippico, consiglia non solo di lavare con molta frequenza ciuffo e,criniera, ornamenti dati dagli dei, ma anche di non tagliare i crini soprattutto alla sommità dell'incollatura.
Peri Ippikés (L'arte equestre), VI, 8. Nel par. 7 dello stesso capitolo Senofonte dice esattamente: La criniera deve essere lavata in modo che i crini si allunghino, cosicché quelli alla sommità dell'incollatura offrano la massima presa al cavaliere.
Ma l'assenza della sella e delle staffe non generava soltanto problemi di equilibrio diversi dai nostri; anche salire in groppa era evidentemente una difficoltà, soprattutto se si era pesantemente armati e se non si aveva a disposizione uno scudiero, da cui farsi aiutare «alla moda dei Persiani» (vale a dire col sistema che noi chiamiamo «dare la gamba»).
Senofonte sconsiglia di fare inginocchiare il cavallo per salirvi o di farlo piegare sui posteriori come fanno ancor oggi i beduini, suggerisce, invece, di salire «in appoggio», cosa che doveva essere praticamente impossibile a un cavaliere pesantemente armato di corazza. elmo, scudo e giavellotti; oppure consiglia di aiutarsi con la lancia appoggiando la sinistra al garrese, una specie di salto con l'asta insomma.
Anzi, a questo proposito, sappiamo da una pittura vascolare che a volte l'asta della lancia era munita di un piolo su cui il guerriero saliva per poter saltare in groppa. L'immagine appare sulla cosiddetta «coppa di Orvieto».
Ecco quindi spiegato perché, sulle nostre monete di Gela, i guerrieri ci appaiono nudi: se si cadeva da cavallo bisognava pur poterci risalire anche senza aiuto, cosa che sarebbe stata impossibile con addosso le pesanti armature oplitiche.
Senofonte, per la verità, nel suo Perì Ippikés descrive dettagliatamente pesanti ature per i cavalieri e addirittura frone pettorali metallici che venivano usati per proteggere i cavalli stessi. Ma nelle rappresentazioni monetarie, vascolari e plastiche noi troviamo quasi sempre raffigurata l'agile cavalleria leggera. Si ha quindi l'impressione che la cavalleria pesante, almeno fino all'epoca delle guerre macedoniche, fosse scarsamente impiegata per i motivi che ono esposti nel testo. Ma la mancanza di sella e di staffe generava anche profonde differenze nel modo di combattere a cavallo: come è ben documentato dalle nostre due monete, la lunga asta non veniva usata come arma d'urto; mancando gli arpioni della sella a cui appoggiare il corpo, mancando le staffe su cui puntarsi coi piedi, il cavaliere greco non poteva «caricare» come i suoi colleghi medievali e moderni imprimendo alla lancia puntata sul nemico tutto il duplice peso del cavallo e del proprio corpo, centuplicato dalla velocità dell'urto: sarebbe stato scavalcato lui stesso.
Doveva invece, in genere, combattere da lontano essendo sua arma principale non già la potenza d'urto ma l'estrema mobilità:
... Si lanci il giavellotto dalla massima distanza possibile in modo da avere più tempo per far compiere al cavallo una mezza volta e per prepararsi quindi a un secondo tiro.
Le parole di Senofonte illustrano meglio di ogni nostra descrizione l'attimo fissato dall'artista sulle due monete di Gela. (Senofonte, Perì Ippikés, XII, 13).
Ecco quindi apparire chiare nel loro significato non soltanto artistico queste due belle arcaiche monete gelesi
Ma se gli ignoti incisori di questi conii erano, come del resto tutti i loro compatrioti, troppo buoni conoscitori di cavalli per permettersi qualche licenza fantastica nella rappresentazione di un cavaliere in battaglia, nell'immagine che incidono sull'altra faccia della moneta (tav. XIX), la loro poetica fantasia di Greci riprende il sopravvento: il favoloso toro dal suggestivo arcaico volto umano, che nuota sulla moneta di Gela, si ricoIlega infatti ad una bella leggenda del mondo greco; e anche se in essa non si parla né di cavalli né di cavalieri, la racconteremo sperando. di non fare cosa sgradita ai nostri lettori.
Tra l'Acarnania e l'Etolia scorre dunque l'Acheloo, il più importante fìume della Grecia; come tale lo riconobbero gli Elleni fin dal loro primo stanziarsi nel mezzogiorno della penisola balcanica e lo chiamarono con questo nome che probabilmente designava in origine l'elemento stesso dell'acqua corrente.
Il fiume, grande e benefico, venne naturalmente divinizzato e il mito si sviluppò attorno al venerato dio fluviale: una saga era specialmente nota a tutti, quella che narrava il combattimento sostenuto. da Eracle contro Acheloo per il possesso di Deianira, la bella figlia di Oineo.
Durante la terribile lotta Acheloo utilizzò la propria capacità di mutare forma e aspetto, trasformandosi prima in serpente, poi in toro; ma Eraele, afferratolo per le corna, lo vinse, anzi, essendo rimasto in possesso di un corno che si era spezzato, lo regalò a Oineo, quale dono nuziale. Il significato di questa facoltà di Acheloo è trasparente: essa era, del resto, comune a tutte le divinità acquatiche. L'acqua, più d'ogni altra cosa, è d'aspetto mutevole e un fiume montano con le irruenti acque fragorose nelle piene primaverili e con il liquido serpeggiare nei lunghi periodi magra, poteva ben richiamare alla mente ora l'immagine di un toro mugghiante ora quella di un serpente strisciante. La storia di Acheloo e delle sue metamorfosi colpi l'immaginazione e la fantasia degli artisti greci, soprattutto dell'occidente, che spesso raffigurarono i fìumi sulle cui rive sorgevano le loro città sotto l'aspetto di tori dal volto umano.
Così fecero anche gli incisori di Gela, che nella protome di toro androposopo raffigurata sulle loro monete vollero rappresentare il Gelas, il piccolo fiume che era fonte di vita per la loro città.
Autore : Redazione Corriere
I Vostri commenti
avete menzionato i cavalieri di un tempo,
ma non i cavalli di oggi.
ci sarà, pur sempre qualche cavaliere, nel tempo in cui vivo.
Autore: max selvaggio
data: 31/10/2007
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