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notizia del 06/11/2011 messa in rete alle 17:38:04
Patto tra generazioni
Io sosterrei un patto. Come quello, tanto per fare un esempio, sostenuto da Hobbes. Tra gli uomini in quanto tali. Che significa oggi, infatti, un patto tra generazioni? Si distinguono forse per età gli uomini oggi? Certo, all’anagrafe. E poi? Si distinguono forse per i comportamenti e per gli stili di vita gli adulti dai giovani, le madri e i padri dai figli e dalle figlie? per i comportamenti ? Per i consumi, per i desideri e che altro? Ci andrei cauto. Un tempo furono addirittura i morti – spesso divinizzati – a dettare gli stili di vita anche ai giovanissimi.
Qualcosa ce l’ha ricordato Ugo Foscolo nel suo Carme. In qualche modo sino a qualche anno fa il rito della commemorazione dei defunti. Si tramandavano, anche attraverso le rotture, i costumi. Anzi in virtù dei conflitti che risparmiarono le improbabili ripetizioni.
Anche in Sicilia, nonostante quel che si dice a proposito – o a sproposito! _ del suo immobile movimento di gattopardesca memoria.
Qui, in Sicilia, forse il dramma dell’assenza del conflitto generazionale oggi mi pare debba essere guardato con qualche preoccupazione. Anche qui è nei fatti la trasmutazione dei valori. I giovani, sul piano dei consumi, ovvero della filosofia di vita, omologano il mercato al quale si adattano gli adulti addirittura con eccesso di giovanilismo. Tutto indotto, evidentemente. Dico dei consumi materiali – capi d’abbigliamenti, cosmesi, elettronica – voluttuari e culturali – musica, sport, programmi tv. I 16enni e i 40enni si confondono e si interscambiano con complicità. La preparazione al lavoro e l’impegno di lavoro hanno scarso peso ai fini della individuazione dei profili personali. Una pura dimensione economica nel senso che la moneta di cui si dispone è la misura del potere. Si esercita in termini di capacità di acquisto, di accesso al mondo che si propone come mercato totale.
Quale la preoccupazione dello sguardo in Sicilia?
Lo dico in poche battute e quindi rischiando l’eccesso di banalità. Spero di riuscire a sfiorare il problema con un breve cenno alla storia dell’età moderna. Quando la Sicilia, mai del tutto isola, era al centro di scambi commerciali “mondiali”. Prima per il grano, la seta, l’olio. Si producevano per esportarli. I ricavi consolidavano le posizioni di potere dei latifondisti e dei commercianti. Poi lo zolfo e gli agrumi. Stessa logica. I villani e i minatori venivano tenuti in condizioni di vita subumana. Verso la fine dell’ ‘800, per il concorso di vari fattori, la Sicilia non esportò più prodotti della terra e delle miniere. Prima nelle Americhe e poi in Europa esportò abbondantissimamente uomini. Soprattutto giovani.
Voglio arrivare al dunque. Oggi le vie della migrazione sono chiuse. Caso mai sono apertissime le frontiere di ingresso. La mia preoccupazione è quella dell’implosione. La dico in altri termini. Mentre si restringono gli spazi di alimentazione di speranze attraverso la costruzione di un futuro anche con l’emigrazione, aumenta il bisogno di realizzarsi affacciandosi al “mercato” con buoni quantitativi di denaro. Che, gli antichi insegnano, pecunia non olet. Mentre, cioè, dovremmo tutti essere impegnati nella costruzione – da qui il patto!- della nuova città e della cittadinanza nell’era del web, vanno avanti processi di svalutazione e di banalizzazione dell’esistenza non senza rischi di pratiche molto violente.
Per questo sostengo della necessità di suonare la sveglia alla politica. Che pare non ne voglia sentire. Vive più tranquilla nella sua separatezza autoreferenziale e gestisce bene i suoi affari. I suoi! Evidentemente qualcosa dovrà pure intervenire per prevenire esplosioni violente dopo implosioni come quelle che stiamo vivendo. La Sicilia, in particolare, rischia per mancanza di comunicazione di implodere. Basta volgere lo sguardo alla politica di Palermo. E la cultura? Deve attivarsi evidentemente per togliere i tappi che impediscono la comunicazione con la politica. Per questo, ben vengano le scuole di formazione socio-politica. Necessarie, ma non sufficienti. Ho l’impressione che i tempi stringono. Vedo che a Gela qualcosa si muove. Non certo per opera di rottamatori. Giovani e meno giovani, indipendentemente dall’anagrafe, si stanno sbracciando. E’ lecito sperare.
Autore : Luciano Vullo
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