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notizia del 03/05/2010 messa in rete alle 17:33:27
Solitudine di massa
Cosa ben diversa dalla solitudine scelta per esempio dagli anacoreti. In conflitto col mondo sceglievano l’eremo, il cenobio, la vita monacale, il contatto diretto ed esclusivo a volte con Dio. Una scelta. Un’operazione della coscienza. Una valutazione intellettuale illuminata dalla fede. La storia ce ne testimonia tante. A cominciare da quello che viene ricordato come il fondatore del monachesimo , S. Antonio Abate. Una scelta coraggiosa. Dettata dalla volontà. Quindi responsabile. Grandi intellettuali hanno anche scritto sulla vita solitaria. Seneca e Petrarca, per ricordarne alcuni. Stupendo il famoso sonetto “Solo e pensoso...”! Le cose cambiano radicalmente nelle società di massa. Qui la solitudine non è una scelta. Diventa una condizione di vita. Vivere, appunto, in solitudine, senza alcun soccorso. Voglio dire senza il soccorso di se medesimo, addirittura. Perché questo sé di sé non ha e, peggio, non ha avuto l’opportunità di costruirsi, di farsi nella consapevolezza.
L’Abramo biblico si è trovato solo quando ha dovuto decidere se calare o no il pugnale nel petto del figlio. Però sapeva di essere il padre di Isacco e riteneva che Dio l’avesse chiamato al sacrificio. Il suo è un dramma che si consuma nell’alternativa angosciante tra il suo essere padre di Isacco e il suo essere stato l’eletto del Signore. Non è solo! Ha la fede con sé e anche la scienza dell’essere padre. Però l’alternativa è tale che esclude le due opzioni come possibilità conciliabili. Il pathos della tragedia è nella consapevolezza di Abramo. Sa di essere lui il luogo delle due possibilità tutt’e due volute da Dio. Lui il teatro dello scontro. C’è uno scontro nella sua coscienza che è popolata dal fantasma del padre di Isacco e da quello del Signore del suo popolo.
Oggi si è soli nella massa, nel gruppo, nel gregge, nel branco. Soli, muti, afasici. Anche quando le parole ci sono e tante. Chiacchiere, rumori. Dicono nulla alla mente, alla coscienza, al cuore. Che, ascoltando il nulla, si annichiliscono. Si raggrinzano. Essiccano come fiori che furono coloratissimi e anche odorosi. Permangono i colori. Morti, però, non hanno alcun profumo.
La solitudine non è più una scelta. S. Francesco: “Beata solitudo, vera beatitudo!”. Per congiungersi al principio e a tutto e parlare con gli uccelli e coi lupi.
La solitudine oggi è condanna.
Condanna vissuta con angoscia perché è spaesamento. Dal mondo che non è più paese, non è casa propria, non è abitabile. Da se stessi. Perché è insicurezza, paura di tutto. E poiché contano le prestazioni pagate con un prezzo e non l’essere del tutto svalutato. Subentra la paura di non farcela.
C’è chi pensa di risolvere la paura nella ricerca della sicurezza in una nicchia dove difendersi da tutti e da tutto. Nascosti anche a se stessi. Ché tutti son visti come potenziali aggressori. Altro che sicurezza offerta dal lavoro! Anche esso motivo di angoscia per la sua scarsità che ha contribuito a rendere ancora più precaria e insicura l’esistenza, aggiungendo l’incertezza del domani.
E se dalla nicchia va via il/la compagno/a? E se nella nicchia occorre provvedere alla crescita di un bimbo? Di due bimbi? Di bimbi speciali?
Non è problema di istituzioni! Vogliamo medicalizzare in toto la vita degli uomini e delle donne? Dalla nascita alla morte? Rousseau vide nello stato e nelle leggi la prigione dell’uomo. Che, messo nelle fasce alla nascita, sarà chiuso definitivamente nella bara dopo essere vissuto nelle catene delle leggi. Evidentemente sbagliava! E io non nego la rilevanza di psicologi e psicoterapeuti e psichiatri e consultori socio-familiari... E gli uomini? E le donne? Gli sguardi, i sorrisi, i riconoscimenti, gli scambi, le parole, le gioie, le sofferenze... Dove? Dove la società, il consorzio degli uomini e delle donne, dove le comunità? Le comunità. Non quelle terapeutiche! Quelle nelle quali ci si riconosce gratuitamente. Non per prestazioni professionali. Per dono.
Certo, il problema è culturale. Etico. Cioè, eminentemente politico! Che ci fa altrimenti la politica se è assente dalla società. Se si estranea dai problemi degli uomini e delle donne. Dalla loro vita. Dalla loro vita costretta alla solitudine di massa anche nel chiuso della nicchia-appartamento dove l’unica possibilità di affacciarsi al mondo è data da un tragico messaggio affidato a una finestra elettronica. Bisogna formare uomini e donne “forti” per attraversare cantando il deserto che minaccioso avanza.
Autore : Luciano Vullo
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