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notizia del 27/04/2011 messa in rete alle 17:32:04
Tre-punti-tre per ricominciare
Gela, come altri casi italiani tra cui spicca Taranto, sono esempi di aree a forte crisi, dove da tempo si concentrano esiti di politiche nazionali consistenti ma infelici, che hanno creato problemi di lungo periodo e pregiudicato la sicurezza ambientale senza risolvere lo sviluppo economico. Inoltre, la presenza di condizioni diffuse di illegalità, corruzione, disordine istituzionale moltiplica gli effetti negativi delle penalizzazioni geografiche e degli insuccessi delle politiche. n un certo senso, l’iper concentrazione delle politiche keynesiane non solo non ha funzionato, ma è all'origine dei guasti delle città e delle difficoltà della pianificazione.
Al fallimento di politiche centrali si associa la frequente incapacità delle pubbliche amministrazioni locali di garantire livelli minimi di servizio e di prestazioni; a prodursi, è un “effetto incapacitante” del disordine istituzionale che colpisce i territori, ancora più insidioso e negativo della inefficienza o della corruzione.
La combinazione di queste due osservazioni sembra condurre a una comune conclusione: non solo mancano i prerequisiti dello sviluppo nelle forme elementari della presenza e continuità istituzionale; ma gran parte della presenza ordinaria dello Stato e delle iniziative pubbliche straordinarie ha generato, sia pure in parte e non certo in modo esclusivo, effetti perversi che continuano a ripercuotersi in negativo sulle dinamiche locali.
Strategie e modelli di politiche tentati e falliti producono rappresentazioni in cui Gela viene vista come una summa dei problemi del Mezzogiorno.
Oltre al noto paradigma interpretativo dell’industrializzazione senza sviluppo, si aggiungono numerose narrazioni: città dell’abusivismo, città alla deriva, città sospesa, città in attesa, ma anche città indagata.
Cosa intendiamo quando parliamo di Gela come di caso difficile? La gravità non sta tanto, o solo, nelle situazioni quanto nella capacità di conoscenze, di azione, di aver a che fare con realtà difficili da trattare. È in crisi la categoria della diagnostica. Tuttavia, se invece di ancorarsi alla diagnostica delle situazioni si ricostruisse la domanda, dopo il fallimento dei precedenti modelli, sarebbe possibile pensare e riproporre un percorso di sviluppo.
A questa riflessione più ampia si associa la necessità di definire le condizioni elementari di intervento, che dovrebbero essere affrontate prima e insieme agli ambiziosi obiettivi strategici. Strategie di sviluppo che non si basino sull’ottenimento delle condizioni minime della legalità, dei diritti e dei diritti sociali, come del servizio pubblico, del welfare e della sicurezza ambientale sarebbero infatti inutili. Al tempo stesso, l’irrobustimento delle garanzie collettive è possibile solo per strategie di sviluppo che riguardino contemporaneamente il locale, la piattaforma economica d’area e le connessioni translocali.
Cosa vuol dire ricostruire la domanda? A Gela è stato fatto un tentativo di riattivazione di un circuito virtuoso con l’introduzione di alcune regole, forme embrionali di regolazioni e la costituzione di reti di fiducia primarie. La precedente amministrazione locale ha tentato una strategia orientata al perseguimento dei prerequisiti funzionali allo sviluppo in termini di legalità e, in un momento successivo, una programmazione mirata alla riformulazione del welfare locale. E’ una strategia ancora embrionale, perseguita in modo altalenante e con alcune perplessità: ma la direzione è corretta. Esiste dunque una coalizione per lo sviluppo di legalità e servizi sostenuta anche da un consenso politico ampio, ma risulta ancora fragile nella capacità di dare risposta ai ‘soliti’ problemi (citiamo alcuni tra i più pressanti: acqua, disagio, degrado, inquinamento, abusivismo), e nel pensare una strategia possibile in termini di risultati.
Ciò nonostante, una declinazione della pianificazione in questi termini è possibile e compatibile con gli strumenti di governo urbano e con la precondizione di legalità.
Oggi, accanto a questa strategia se ne intravede un’altra, di matrice economica, orientata al potenziamento delle infrastrutture dello sviluppo di tipo tradizionale (capitale fisico), che esplora, però, le nuove frontiere economiciste di energie alternative, anche in termini di sperimentalismo.
Questa strategia sembra far riferimento a politiche regionali che oggi, dopo una stagione di fallimento delle ‘nuove’ politiche di sviluppo, ritorna a pensare in termini squisitamente infrastrutturali: strade, ponti, porti, innovazioni tecnologiche.
1- In questa cornice strategica, con qualche spunto di interessante innovazione, si collocano le istituzioni locali per lo sviluppo economico che a Gela sono ideatori, e si spera presto promotori, di sperimentazioni: termodinamico, biomasse,
catturazione di CO2 e sfruttamento dell’idrogeno residuo di processi industriali, di componenti alimentari per la cosmetica.
Anche in questo caso, si tratta di strategie ancora embrionali, ma sarebbe un peccato non dargli valore e non farle rientrare in obiettivi di governo urbano.
2- Le difficoltà aumentano invece sul fronte delle infrastrutture urbane che più di altro possono intercettare lo sviluppo con benefici per la collettività, come la valorizzazione del patrimonio (che include molto della possibile riqualificazione), delle utilities e la mobilità. Gli appalti di opere, beni e servizi rappresentano oggi terreno fertile di interessi illegali o criminali, che sembrano saturare l’offerta in queste aree. Prova ne è il fatto che le forme di contrasto alla criminalità, almeno in prima istanza, hanno portato al blocco di tutte le iniziative di trasformazione e sviluppo: opere pubbliche, forniture, ma anche offerta commerciale.
3- A queste difficoltà si aggiunge oggi una crisi strutturale di risorse economiche, che lascerebbe trapelare un’impossibilità di fare sviluppo. Tuttavia, le risorse economiche (semplificando: la possibilità di trovare finanziamenti per portare avanti proposte) vanno considerate come strumenti piuttosto che precondizioni. Se si considerano le risorse come strumenti, si scopre che il governo del territorio ne ha a disposizione tanti.
Si tratta di usarli in modo sperimentale, accoppiandoli tra loro in forme anche inconsuete, riformulando fini e obiettivi sul contesto d’azione, agganciando attori e reti capaci di trascendere le logiche locali e di resistere alle imposizioni locali, usando procedure non tradizionali, ma tenendo sempre presente come obiettivo finale quei valori indicati nella formulazione dei prerequisiti: sviluppo, legalità, diritti di cittadinanza. Che queste opportunità si creino per via endogena è piuttosto improbabile. La loro rilevanza risiede proprio nel rafforzare le componenti virtuose del sistema locale. E’ possibile che operazioni del genere richiedano iniziative pubbliche centrali (come in altre epoche l’Ateneo di Cosenza), oppure l’affidamento a reti e iniziative innovative (l’Iba Ruhr e i network associativi sono esempi che esprimono una diverso orientamento). Ma certo si tratta di una dimensione delle politiche di sviluppo assente e sulla quale è opportuno riflettere e sperimentare.
L’articolo è frutto di riflessioni e raccoglie i contributi di un gruppo di ricerca del Dipartimento di studi urbani di Roma Tre, che riunisce, a vario titolo: Marco Cremaschi insegna Politiche urbane nella facoltà di Architettura e ha studiato e svolto ricerca in Francia, Inghilterra, Svezia e negli USA; Daniela De Leo, ricercatrice, si occupa delle sfide della pianificazione nel Mezzogiorno e di relazioni tra organizzazioni criminali e teorie e pratiche della pianificazione; Anna Paola Di Risio si occupa di politiche di sviluppo e urban redevelopment e ha alternato collaborazioni con istituzioni, nazionali e locali, e periodi di studio; Marcella Iannuzzi, laureata in Architettura a Parigi sulle trasformazioni urbane di Shanghai, oggi esplora gli spazi del welfare nei territori; Claudia Meschiari, geografa e dottore di ricerca in Politiche territoriali, si interessa di politiche e pratiche culturali nelle città europee; Juan Carlos Santa Cruz Grau, sociologo cileno, studia il rapporto tra i cambiamenti economici, le politiche pubbliche e le trasformazioni urbane e sociali; Viviana Fini, psicologa clinica e dottore di ricerca in Politiche territoriali, esplora l’applicabilità di nuovi modelli interdisciplinari di intervento territoriale; Alejandro Sehtman, scienzato politico argentino, si occupa di diritti di cittadinanza e politiche pubbliche.
Anna Paolo Di Risio
Dottoranda del Dipartimento di Studi Urbani
presso la facoltà di Architettura dell’Università Roma Tre,
si occupa di politiche di sviluppo e Urban redevelopment
Autore : Redazione Corriere
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