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notizia del 14/05/2011 messa in rete alle 15:23:07
La felicità e la legge
Lettera aperta a Lucia Lotti, Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Gela
Mi ha fatto molto pensare il suo intervento centrato sulla felicità al Vittorini. Un magistrato, per giunta inquirente, che, parlando della Carta costituzionale, fa agli studenti una lezione di filosofia morale oltre che del diritto. Bellissimo, ho pensato. Quello che dovrebbe fare la scuola oggi, così come hanno cercato in qualche modo di fare le grandi scuole nel passato. Per tenere deste le coscienze.
Quelle coscienze dei giovani che, vero delitto, rischiano di essere abbandonate a pascere nel prato, forse anche grasso, del torpore.
La felicità è il vero tema da affrontare oggi da tutti. Lo hanno fatto, giorni orsono ed egregiamente in un bel dialogo su Repubblica, il direttore Ezio Mauro e il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky. Li ha citati proprio lei nel suo intervento.
La felicità sembra a portata di mano. Lì sullo schermo ultrapiatto o, a un passo più in là, in un grande centro commerciale con una semplice carta di credito di cui non sempre purtroppo i giovani dispongono. Per cui il problema è tutto lì, disporre di una carta di credito. Meglio se ben piena. Poco importa come è stata riempita. Importa andare verso la vita e fare l pieno di felicità. Che pare alberghi tutta nei santuari della vita dalla cintola in giù.
Questo, stando a certi “topoi” della postmodernità. Dovrebbero incoraggiare alla vita le “città di frontiera”. Ma Gela, dice lei, e io condivido, non è città di frontiera. Non ha da muoversi verso nessun “far west”. Epicentro, lei ha l’ha definita. Città “oltrefrontiera”. Mi piace questa definizione che mi rievoca l’oltreuomo di Nietzsche. Quell’oltre davanti a frontiera non mi sa di spaziale né di tempoprale. E Gela, quella dei giovani soprattutto, mi pare vivere in una nuovissima dimensione che sta al di là – e forse anche al di qua – della collocazione spaziale e temporale. Situazione che non esclude la fisicità. Che impone di ripensare la fisicità tuttavia, per pensare in termini inesplorati la felicità. Che non può assolutamente consistere in un cieco abbandono alla vita e ai luoghi pulsionali banalmente individuabili – come infatti da certi impostori vengono reclamizzati – nella pancia e nei genitali. Sono arciconvinto che anche la scelta di propagandare stili di vita che vedono l’uomo dalla cintola in giù, sono scelte operate da culture che vogliono assicurarsi il dominio con l’arte della volpe e del leone, per dirla col grande Machiavelli. La vita e la felicità non possono essere poste su un piano di antagonismo alla civiltà e, quindi alla legge. La legge spesso viene presentata come negatrice della vita, delle pulsioni vitali. Anche il sapere che allontanerebbe dalla condizione felice della beata ignoranza al punto che qui auget scientiam augete dolorem. Ci sono nobili filosofie a sostegno di questi inganni. E non c’è dubbio che nella nostra tradizione il Padre, lo Stato, l’Imperium della Legge, hanno impedito al figlio di godere, per così dire, della “cosa materna“. Il figlio ha trasgredito per lo più cercando un surrogato, un’alternativa, un rimedio all’oggetto del suo desiderio. La nostra tradizione di popolo mediterraneo e occidentale è in quelle figure in cui il padre uccide i figli, li sacrifica su un immaginario altare per impedire loro la consumazione dell’incesto. Lo stato moderno è l’unico soggetto legittimato ad usare la violenza, la forza coercitiva chiamata legge, con la quale garantisce la sicurezza. Sta qui la felicità dei sudditi-citadini? E’ dunque la cittadinanza una forma di sudditanza che fa sentire felici gli uomini che hanno rinunciato alle loro libere pulsioni?
Certo che il problema è ampio e arduo anche.
Non poteva essere definito nel volgere dei pochi minuti di un magnifico incontro. Al quale, oltretutto, mi son dovuto sottrarre e me ne scuso. Temevo di dovermi sottrarre ad un altro impegno per me, come dire, vitale... Ma mentre lei argomentava, Costituzione alla mano, pensavo al lavoro grandioso – chissà se ne erano perfettamente consapevoli! (ma sì che lo erano!) – i padri costituzionali che scrissero l’articolo 3 della Carta.
Non c’è alcun riferimento al problema della felicità. Però!... Ecco, io ho pensato che da qui si debba muovere, dall’art. 3 della nostra Carta. C’è una nuova figura di “padre”. Nient’affatto negativa. Non vi si configura una Lex che interdice, uno stato che impedisce, un padre che allontana il figlio dalla “cosa materna“. Al contrario. Uno stato che positivamente toglie i gap e pone le condizioni. Di che?
Mi verrebbe di dire della vita, delle sue pulsioni vitali. Che non possono esprimersi-realizzarsi se non in un atto comunicativo. Nello stare insieme, cioè. E nel creare.
Ma qui il discorso andrebbe oltre la dimensione della lettera per giunta aperta e dovrebbe continuare in un dialogo. Possibilmente a più voci e non solo a due come dice la parola. Ed è forse quello che stiamo tentando di fare in tanti. Forse lo fanno senza neanche accorgersene tanti dei giovani che abbiamo avuto davanti agli occhi l’altro ieri nell’incontro al Vittorini.
Certo è – per me– che dovrebbero essere riconosciuti. Per quello che sono e perché possano vivere la felicità “oltrefrontiera“ nel magnifico mare di luce liquida e di pace dove anche i non più ragazzi potrebbero pure pensare alla felicità. Perché no?
Grazie di cuore
Autore : Luciano Vullo
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