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notizia del 27/11/2010 messa in rete alle 14:42:19
I giovani alla riscoperta dell’impegno sociale
Mi piacerebbe vedere cose nuove. Subito! In questi giorni ne ho viste. Una in particolare: la partecipazione di tanti giovani e giovanissimi all’incontro con Rita Borsellino. Ho seguito con attenzione l’intervento di Andrea Casano. Parlava a nome dei ragazzi dell’Arci.
Complimenti! L’espressione del desiderio di riavviare i Cantieri come «laboratori sociali, politici e culturali», mi è sembrata l‘idea più azzeccata per rispondere alla «precarizzazione sempre maggiore della vita». Direi io, i cantieri non come preparazione alla vita. Come vita essi stessi, seppure non totalizzanti. C’è altro!
Che il problema della società di oggi non è solo quello della precarietà del lavoro. E’ quello della precarizzazione della vita. Non riguarda solo Gela. Anche se a Gela la precarietà del lavoro è stata conosciuta e sperimentata sulla propria pelle per lunga tradizione. Città prevalentemente di braccianti e di marittimi. Erano pochissimi i cittadini con lavoro a posto fisso. Anche gli artigiani lavoravano a fasi alterne. Contadini e marittimi sapevano che dovevano ben conservare i pochi guadagni ricavati dalle giornate lavorative.
Quando arrivò la grande industria fu euforia per i tanti che poterono guardare alla vita con più tranquillità grazie allo stipendio mensile assicurato. Ne trasse vantaggio anche l’istruzione. La popolazione scolarizzata pure a livelli superiori crebbe. Anche per la congiuntura favorevole della nascita della scuola media unica obbligatoria e dei vari indirizzi della secondaria superiore. Le famiglie videro nella scuola il volàno della mobilità sociale. Tante speranze di riscatto.
Mi fermo qui. Il dopo è sotto gli occhi di tutti. Anche di Andrea Casano e dei ragazzi dell’Arci.
C’è qualcosa che deve essere inserito nell’analisi della condizione dei ragazzi di Gela. Nel contesto della crisi chiamiamola di deindustrializzazione, va preso in considerazione un fattore di natura globale. Mi riferisco alla rivoluzione digitale. All’apparire, cioè, di una generazione che è stata allevata sin dai primi giorni successivi alla nascita da madre in ambienti fortemente caratterizzati da presenza di strumenti elettronici e digitali a cominciare dalle play station.
Cambia anche per i ragazzi di Gela l’ambiente di vita. La casa da tempo non è più il monovano o il bivani in cui viveva l’intera famiglia. Ma neanche l’appartamento con stanze per ciascun membro di essa arredato con mobili personalizzati…
Dappertutto strumenti elettronici. Dalla tv con telecomando, al cellulare, al computer, ai video-giochi per età sempre più precoci.
Cambia il modo di abitare anche la città per gli adulti. I quali o conservano o nascondono la memoria delle abitazioni del passato non del tutto remotissimo. I ragazzi, invece, non possono avere ricordo degli umilissimi ambienti anche fatiscenti in cui hanno trascorso la vita non dico i loro genitori ma sicuramente i loro nonni. Tranne i pochi benestanti! Parlano chiaro le foto della mostra dell’amico Pardo a Palazzo Ducale.
Prendere in considerazione la rivoluzione digitale è per me la svolta culturale decisiva per il futuro. Da vivere nei cantieri. Perché essa mette in crisi una cultura millenaria. La cultura del libro e più in generale la cultura alfabetica e del pensiero discorsivo su cui si è costruita la storia dell’Occidente. La territorialità è stata vissuta come libro secondo me. Dagli antichi e dai moderni. Anche Galilei parlava del gran libro della natura che dio avrebbe costruito con i caratteri della matematica. L’uomo che doveva fare? Imparare a leggerlo, a decifrarlo, a interpretarlo. E, quindi, ad agire in esso per assecondarlo o modificarlo. Ed era questa la vita di tutti, se vogliamo.
Colti e incolti. Non è più così! Oggi tutti stiamo vivendo il processo di deterritorializzazione. Parola impronunciabile. Di sradicamento da quello che abbiamo considerato per millenni territorio. Città, quartiere, vicolo, palazzo o umilissimo monovano. L’ambiente di vita? Future of Screen Technology . Se qualcuno vuole può trovare un piccolo assaggio sulla mia bacheca di Fb (an experience video showing the future of screen tecnology). Quelli come me vedranno queste cose con ironia o con preoccupazione. E i ragazzi, invece? Come vivono queste esperienze i ragazzi? Quale l’alternativa alla cultura del libro, cioè del sapere e del saper fare cui in qualche modo indirizzava la scuola che ora più non funziona?
Ecco il ruolo sociale, politico e culturale dei Cantieri desiderati da Andrea Casano e dai ragazzi dell’Arci di Gela. Una bella idea! Forse dovrebbe essere fatta propria anche dalla scuola. Che altro? E dalla città! Cantieri aperti. Perché non è più pensabile un modello di scuola ideale. Neanche un modello di città ideale. Cantieri attivi occorrono. Certo con qualche idea, non vuoti. La vita dell’uomo ha bisogno di esercitarsi.
Meglio se l’esercizio avviene in compagnia. Magari con qualche guida per prevenire cadute irrimediabili. Cantieri aperti, però, alla socializzazione come dicono i ragazzi che ne trovano poca nella città. A cominciare da Gela che ne propone le occasioni. Per una nuova forma di territorializzazione in cui la vita sia meno precaria, più solida, più gustosa.
Auguri!
Autore : Luciano Vullo
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